“La lingua del diavolo” vocifera di vinti e vulcani

La lingua del diavolo, Andrea Ferraris
(Oblomov Edizioni – La Nave di Teseo, 2018)

U mari è amaro

pop-la-lingua-del-diavoloSciacca, 1831. Salvatore (Turi) e Vincenzo (Vicè) Cavalca sono due fratelli, orfani e poveri, che abitano in riva al mare, poco lontano dal paese. Fanno i pescatori, ma, dato che le reti sono vuote da ormai una settimana, per tirare avanti lavorano la terra di Don Paolo, un ricco possidente (in origine nullatenente). Questa è la vita dei fratelli Cavalca, che sono poveri e pare che poveri debbano restare, tanto il destino è loro avverso. Tuttavia, un avvenimento inaspettato sconvolge la vita dell’intera popolazione di Sciacca (e non solo), cambiando la veste di questo racconto: un giorno di fine giugno il mare esplode, e fumo e pinnacoli di fuoco si sollevano dall’acqua. È un vulcano in eruzione, ma la gente non lo sa e si scatena il panico. Secondo qualcuno è una balena, secondo altri un mostro marino, mentre il parroco è convinto che quelle fiamme siano “la lingua del diavolo”, che ha trovato la strada per la superficie e arriverà a bussare alle porte di ogni uomo.

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L’attività vulcanica continua e, giorno dopo giorno, i detriti lavici si accumulano, costruendo una piccola isola, che attira l’attenzione non solo dei siciliani (e, quindi, dei Borbone), ma anche di inglesi e francesi, che vedono in quello scoglio un possibile approdo strategico nel Mediterraneo. L’isola viene bucherellata qua e là da bandiere e battezzata “Graham” da parte degli inglesi, “Iulia” da parte dei francesi e “Ferdinandea” da parte dei Borbone, in onore di re Ferdinando II. L’eruzione e la contesa politica fanno parte della Storia, che si va a intrecciare non solo con la quotidianità del paese di Sciacca, ma, sopratutto, con la vita dei fratelli Cavalca, a prima vista celata dal susseguirsi di eventi più importanti.

È da tempo che Turi sogna un riscatto, per sé e per il fratello, ingabbiati come sono nella miseria, e il vulcano è la scintilla che fa scoppiare la santabarbara che ha in testa. Il pescatore vede nella neonata isola una possibilità di liberarsi dal giogo della povertà (e della sua reputazione sciagurata): prima che chiunque altro ci abbia messo piede, Salvatore Cavalca approda sul vulcano, raccoglie un frammento di lava e si autoproclama “governatore dell’isola”. Ma le cose non vanno come lui si immagina, anzi, la sua condizione peggiora ancora di più perché una miriade di ossessioni iniziano ad affollarsi nella sua mente.

A partire da un curioso fatto storico, l’autore esplora sia le diverse sfaccettature dell’ambientazione siciliana di metà ottocento – divisa tra progresso e supersitizone -, sia la vicenda personale di Turi e il suo rapporto con il fratello minore. C’è amore tra i due, ma anche conflitto e l’equilibrio famigliare, già di per sé in bilico, viene ulteriormente sbilanciato nel corso del racconto. I due orfani hanno caratteri molto diversi, e il divario si fa sempre maggiore all’aumentare delle paranoie di Turi, che vede ovunque complotti orditi ai suoi danni. Ferraris esplora la caparbietà del “Governatore” (nome dato a Salvatore da parte dei compaesani per deriderlo), che non si dà mai per vinto e tenta incessantemente di riuscire nella sua impresa, incapace di vedere le catene che lo legano alla sua terra e alla sua condizione: una lotta continua tra fatalismo e ribellione.

La narrazione è posata, rigorosa, e segue un crescendo che conduce rapidamente allo struggente climax finale. Le pagine hanno un griglia ben definita, ma l’autore se ne libera, di tanto in tanto, per mezzo di potenti splash page, che principalmente hanno come soggetto l’isola, il vulcano. I dialoghi sono brevi, concisi e, pure se non propriamente in dialetto stretto, comunque la costruzione delle frasi o l’uso di alcuni calchi richiamano direttamente il siciliano, permettendo al lettore di intonare le battute con la calata corretta.

Il parlare scurrile di Turi viene poi bilanciato da numerose vignette silenziose, che individuano un gusto descrittivo quasi cinematografico: le situazioni mostrate e lo stile narrativo inducono – per forza di cose – a pensare a film come La terra trema di Luchino Visconti, ma non solo, perché il volto scavato di Turi ricorda quello di Lamberto Maggiorani in Ladri di biciclette di Vittorio De Sica. Certo, c’è da dire che il bianco e nero del fumetto spinge (quasi inconsciamente) a ricercare influenze del cinema neorealista (mentre potrebbe invece trattarsi di una distorsione percettiva).

Ferraris, infatti, ripropone uno stile grezzo e spigoloso –  già presente in Churubuscu (Coconino Press, 2015) e ne La cicatrice (Oblomov Edizioni, 2017) -, che mostra un largo utilizzo dei neri e un chiaroscuro dai forti contrasti. Le tavole sono realizzate interamente a grafite, con mina grossa su foglio ruvido. Il tratto è spesso, denso, sporca le pagine e delinea i contorni, mentre i volumi sono definiti da sapienti modulazioni di grigi pastosi, nei quali sembra di scorgere gli echi di alcune litografie di M.C. Escher (sopratutto per quanto riguarda alcuni paesaggi del Suditalia).

Le ambientazioni sono spoglie e molto essenziali nella loro rappresentazione, così come le persone. L’emotività dei personaggi viene raggiunta principalmente attraverso una efficace gestualità, piuttosto che attraverso le espressioni facciali: in molti casi i volti risultano essere molto immobili, taciturni, ripetitivi (specie nel caso del personaggio di Don Paolo).

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Colata di lava del 1928 dal monte Etna, Sicilia, M.C. Escher, 1933

Dunque, La lingua del diavolo è un fumetto da divorare tutto d’un fiato, in grado di lasciare una impronta profonda nel lettore. Contemporaneamente semplice e complesso, racconta in maniera chiara una vicenda personale ambientata in una Sicilia amara, ricolma di ingiustizie, dal puro sapore verghiano: la voglia di rivalsa di Turi appassiona, ma anche quanto viene mostrato della piccola società del paese di Sciacca. Il racconto  è coinvolgente e conferma la bravura di un autore dalla forte sensibilità, ben cosciente di ciò che scrive e di come rappresentarlo al meglio. 

Piccola riflessione conclusiva (un ammazzacaffè, se volete):
a settembre 2018 è uscito La saga di Grimr (Tunué), peraltro già recensito su questo blog (qui). Non voglio certo tediarvi e perdermi a raccontare una storia di cui si è già parlato, ma sono stato stuzzicato dal fatto che sia La lingua del diavolo, che La saga di Grimr siano fumetti ambientati su un’isola (rispettivamente, la Sicilia e l’Islanda) le cui connotazioni culturali e sociali hanno un forte impatto sulla storia, ma, soprattutto, in entrambi i casi si parla di vulcani e di esclusi, persone messe al limite della società e che hanno un forte desiderio di riscatto (fulcro della narrazione). I vulcani sono senza alcun dubbio elementi naturali capaci di meravigliare e impaurire; sono reali, ma la potenza che esprimono lascia sgomenti, e non è difficile immaginare come questi siano stati alla base di leggende e culti fin dalla più profonda antichità: due lati del vulcanismo nella percezione umana, il concreto e il fantastico. Ecco, la curiosità sta anche nel fatto che, mentre La saga di Grimr sceglie di narrarne il lato mitologico, La lingua del diavolo si concentra più su quello materiale. Un incontro ravvicinato in questo 2018 fumettistico che fa sorridere.

Francesco Biagioli

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