“La stagione delle prugne”: lo sguardo dell’Africa sul Novecento

La stagione delle prugne, Patrice Nganang
(66thand2nd, 2018 – trad. di M. Lapenna)

61811r8i9dLPatrice Nganang è un autore tanto apprezzato in Francia (Prix Marguerite Yourcenar) quanto osteggiato nel suo paese d’origine: in Camerun, infatti, è stato incarcerato e privato dei diritti civili per aver osteggiato il regime. Pur costretto all’esilio, Nganang non rinuncia al legame con la sua patria. Come in altre sue opere, anche la La stagione delle Prugne (pubblicato a novembre) parla della sua terra.

In particolare questo corposo romanzo muove dalla pregevole volontà di affrontare la Grande Storia del Novecento dalla prospettiva africana, e in particolare camerunese. Della Seconda Guerra Mondiale abbiamo letto e visto di tutto, ma forse non abbiamo mai abbracciato il punto di vista africano, dei popoli colonizzati e sacrificati in prima linea nelle file dei grandi imperi europei. Sono i grandi esclusi della storia.

Il romanzo ha avvio nel 1940, quando la Germania sta vincendo la guerra. La Francia è ormai occupata dai Nazisti. Eppure in Camerun, nel villaggio di Edea, il saggio M’bangue esprime la sua profezia: ha visto in sogno Hitler suicidarsi, con cinque anni d’anticipo. Nessuno gli crede: perché l’uomo che sta conquistando l’Europa dovrebbe togliersi la vita?
Fino ad allora, agli abitanti di Edea, la guerra risulta lontana: si limita alla profezia di M’bangue e alle notizie sulle sorti infauste di quella Francia che ha nel Camerun una sua colonia. La vita prosegue come sempre: il bar di Mininga rappresenta il centro nevralgico di Edea, intorno al quale si muovono le vite di Pouka il poeta, di Fritz, di Um Nyobé, del pugile Hebga, e poi ancora Bilong, Philothèe e altri ancora.

All’incirca per le prime cento pagine, assistiamo al dispiegarsi naturale della quotidianità del villaggio. La cosa più eccezionale è forse l’attività di Pouka, che vuole insegnare il verso alessandrino a dei  poveri cristi analfabeti, che prendono parte alle sue lezioni soltanto perché convinti di poter ottenere un lavoro.

Le cose cambiano quando la radio porta la voce di Charles De Gaulle, fuggito dalla Francia collaborazionista per comandare l’esercito di una Francia Libera, al fianco dell’Inghilterra. Il Generale arriva in Camerun per invitare il popolo a combattere una guerra che in verità non gli appartiene. E dunque i nostri amici si ritrovano nel giro di poco tempo con un fucile in mano, a combattere gli italiani a Cufra (interessantissimo è per noi il ribaltamento di prospettiva, dove gli italiani sono i nemici da combattere).

La guerra arriva così anche a Edea, e stravolge tutto.

La ricerca delle fonti di Nganang è lodevole, e volta a svelare il lato oscuro della Storia: in particolare le ingiustizie subite dai soldati neri dell’esercito francese. Gli africani al servizio della Francia Libera erano infatti ingannati, sfruttati, resi – come viene detto nel libro – carne da cannone. Mosso dal sentimento per la sua terra, l’autore tende a sottolineare il ruolo fondamentale che i soldati camerunesi e dell’Africa in generale hanno avuto nel determinare le sorti della guerra.

La prosa di Nganang è sempre briosa e leggera, anche nei momenti più tragici. Si tende a dare rilevanza a situazioni grottesche e ad atteggiamenti di ilare ingenuità, a scherzare attraverso una candida e irriverente trivialità. Il tragico è affrontato mediante il comico, e un esempio è il modo in cui l’autore lascia trapelare al lettore la drammatica impreparazione e incoscienza dei camerunesi in guerra attraverso un dialogo tra il Generale Leclerc e Hebga. Quest’ultimo pretende di scendere in battaglia impugnando non un fucile, bensì un’ascia.

La situazione è così paradossale da suscitare un riso amaro, tragico appunto, che raggiunge il suo culmine quando Leclerc, per convincere Hebga, arriva a dire: “Il nostro nemico non è un albero”. Se da una parte siamo indotti a ridere di Hebga, dall’altra proviamo pena per lui, perché quella stessa ignoranza che ci risulta divertente sappiamo anche rappresenti un pericolo per le sue sorti in battaglia.

Arrivati a questo punto, diventa importante chiarire che la lettura richiede una certa preparazione a causa di un gusto, proprio della letteratura africana, di strutturare la narrazione. Infatti, secondo un espediente tipico, che avevo già incontrato in opere classiche come Le cose crollano di Achebe, il romanzo è composto da tantissimi episodi, molti dei quali anche molto brevi, che da una parte possono sembrare totalmente inutili al dispiegarsi delle vicende, quasi pleonastici e tutt’altro che fondamentali; dall’altra paiono distaccati tra di loro, privi di un filo conduttore apparente.

Il tutto è esacerbato da due elementi: in primis dalla molteplicità dei personaggi, delle voci, dei punti di vista, che fa di quest’opera un romanzo corale a tutti gli effetti; e in misura minore dai tanti riferimenti alla cultura o alla società africana oppure alla storia francese che non vengono esplicitati da un apparato di note colpevolmente assente.

Dunque chi inizia La stagione delle prugne deve avere la consapevolezza di essere al principio di una lettura non immediata e non lineare, corposa, che richiede non tanto pazienza, quanto un’inclinazione a un modo di narrare che si distacca da quanto a cui la letteratura occidentale ci ha abituato. Non tutti, probabilmente, troveranno nelle proprie corde riuscirci (io ammetto d’aver fatto fatica), ma chi ne avrà la possibilità, certamente godrà a pieno di un romanzo intelligente, colto, brioso, opera di un autore talentuoso e che – ancor più importante – scrive perché ha qualcosa da dire.

Giuseppe Rizzi

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