Un altro articolo su “L’amica geniale” di cui non si sentiva il bisogno

DISCLAIMER: Questa non è una recensione, non è un articolo serio, ma non è neanche del tutto scherzoso. Come si evince dal titolo, è solo un’altra opinione non necessaria che non riesco a tenere per me stessa. Leggete a vostro rischio e pericolo. No spoiler. 

Decido di scrivere un articolo sulla quadrilogia de L’amica geniale di Elena Ferrante. L’ultimo episodio della serie tv tratta dal primo volume è andato in onda appena tre settimane fa e persino i miei conoscenti più insospettabili ne hanno visto almeno una scena. Non avrei mai pensato di poter intavolare una conversazione su uno dei miei libri preferiti durante il pranzo di Natale, ma è successo persino questo. È comprensibile, dunque, se adesso ho bisogno di scriverne, ma è una decisione pericolosissima.

Prima di poter scrivere su Elena Ferrante devo farmi strada tra le opinioni di Quelli Che Non La Leggono Per Partito Preso Perché Celare L’Identità È Una Trovata Commerciale, stirpe ben nutrita da file di colleghi scrittori e agguerrita dai tempi in cui Storia della bambina perduta  è arrivato in finale al Premio Strega 2015.

Superata la prima soglia, poi, e scansati Quelli Che Improvvisano Inchieste Per Smascherare La Ferrante, bisogna affrontare Quelli Che Ritengono Sopravvalutata La Quadrilogia (Ma Ne Parlano Su Qualunque Social Network In Qualsiasi Contesto), ascoltare pazientemente le invettive di Quelli Che La Accusano Di Essere Una Soap Opera, seguiti a stretto giro da Quelli Che “La Vera Letteratura È Altro” (Ma Non È Ben Chiaro Cosa).

Una categoria meno popolata, ma non per questo meno insidiosa, è costituita da Quelli Che “La Ferrante Scrive Male”: tendenzialmente costoro supportano la loro tesi postando su Facebook un passaggio a caso di Storia del nuovo cognome e affiancandolo all’incipit di Alla ricerca del tempo perduto.

A questo punto potrei convincermi di aver superato tutte le difficoltà e accingermi finalmente alla stesura del mio articolo, ma la serie tv ha creato in pochissimo tempo molte nuove categorie: in prima linea Quelli Che Rivendicano Con Fierezza Di Non Aver Letto I Libri Né Visto La Serie (Ma Si Sentono Autorizzati A Esprimere Un’Opinione A Riguardo), subito dopo Quelli Che Non Hanno Letto I Libri Ma Hanno Visto La Serie E Fa Schifo, Quindi Ci Avevano Visto Giusto. Ultimi, ma non per importanza, vengono ancora una volta i complottisti, Quelli Che Non Vedono La Serie Né Leggono I Libri Per Non Supportare La Lobby Degli Elenaferrantisti.

Insomma, se non esprimere un’opinione su Elena Ferrante sembra un’impresa veramente difficile, averne una non è certo più facile: su L’amica geniale, nel bene o nel male, è probabilmente stato detto tutto ciò che c’è da dire su un romanzo. Ormai, però, mi sono imbarcata in quest’impresa, quindi devo sbrigarmi a evitare di finire tra Quelli A Cui “L’Amica Geniale” Piace Ma Non Hanno Il Coraggio Di Ammetterlo, Quindi Si Dedicano A Lunghe Criptiche Recensioni Super Partes e prendere una posizione.

Il mio primo incontro con L’amica geniale è avvenuto nel 2012, o forse nel 2013, con un regalo di compleanno. Avevo già avvistato il libro in libreria da qualche settimana ma, forse perché la copertina mi faceva effettivamente pensare ad un romanzo rosa di bassa lega, non avevo neanche provato a sfogliarlo. Ho letto il primo volume in un paio di giorni, l’ho prestato a mia madre e nel giro di un paio d’anni ci siamo procurate gli altri tre – sempre in occasione dei compleanni dell’una o dell’altra, leggendoli a turno.

Non mi sono chiesta se stessi leggendo alta letteratura o, come commentano con tono sprezzante alcuni detrattori della Ferrante, dei romanzetti d’appendice. Quella storia mi aveva fagocitata, avevo bisogno di sapere come finiva, ci pensavo incessantemente – di conseguenza dovevo leggerla.

Fino a questo punto, non ci sono ragioni perché la mia esperienza personale mi dia il diritto di attribuire un valore letterario ai quattro libri de L’amica geniale. Ci sono un’infinità di romanzi in cui mi sono identificata nel corso della mia storia da lettrice e non tutti sono dei capolavori. Il mio vero rapporto con l’opera di Elena Ferrante, però, è iniziato quando ormai avevo concluso la lettura. Lila ed Elena hanno iniziato a tornarmi in mente nei momenti più impensati, ho iniziato a chiedermi cosa avrebbero fatto al mio posto nei momenti dirimenti della mia vita.

A intervalli regolari mi capita di discutere del loro destino con altri amici che hanno letto la quadrilogia: cerchiamo un senso alle vite dei protagonisti, un’interpretazione definitiva che metta tutti i tasselli al loro posto. Proviamo ad individuare i buoni e i cattivi, ci perdiamo in lunghi “cosa sarebbe successo se…” e ogni volta riusciamo a tirar fuori nuovi risvolti, ad assumere un nuovo punto di vista, come se non ci trovassimo davanti ad un solo testo, ma ad un caleidoscopio di possibili conclusioni.

I difensori di Elena Ferrante hanno argomentato largamente sul perché L’amica geniale è letteratura:  si è parlato dei grandi precedenti in letteratura che hanno adottato uno stile simile, la si è paragonata a Elsa Morante, è stata (giustamente) criticata la tendenza a sminuire sempre e comunque gli autori nostrani, mentre dovremmo andar fieri di quella che è ormai una degli scrittori italiani contemporanei più letti al mondo.

Io ritengo che la miglior prova della profondità dell’opera della Ferrante – e del perché quindi, a prescindere dai gusti, non sia lecito accusarla di soapoperismo da quattro soldi, stia proprio nel modo in cui la finzione del romanzo si insinua nella vita reale, la pervade e non si svela mai del tutto, incitando dibattito, scambio di idee e persino scontro. Proprio questa particolarità, inoltre, mette in luce come, a dispetto di chi sostiene il contrario, la Ferrante non si limiti a raccontare una storia avvincente, ma traccia un affresco di un mondo e di un’epoca. Non lo fa dall’esterno, esplicitamente, ma dall’interno, tramite personaggi così pulsanti da trascendere la carta stampata e diventare vivi.

Nella miglior scuola dello show, don’t tell, L’amica geniale racconta Napoli e l’Italia della seconda metà del Novecento con tutte le sue ingiustizie e le sue contraddizioni; un mondo pervaso da un fatalismo sottile ma in cui, al contempo, i personaggi sono profondamente responsabili delle proprie azioni.

Prima di vedere la serie tv, ero certa che ci avrei trovato solo difetti: mi sembrava impossibile trasformare in un’unica sequenza di immagini un testo così molteplice. Se ho dato forma a queste riflessioni anni dopo aver concluso la lettura dei libri, invece, è proprio perché lo sceneggiato mi ha sorpresa. Alla prima comparsa della piccola Lila sulla scena, avevo capito di aver davanti un piccolo miracolo: tutto ciò che avevo immaginato mentre leggevo stava prendendo forma su uno schermo e non ero in grado di staccare gli occhi da quella magia.

Alle prime puntate, ero quasi gelosa dell’immensa popolarità che una delle mie storie preferite stava acquisendo tramite quel nuovo canale. Leggevo con sufficienza le opinioni piene di entusiasmo dei miei conoscenti sui social, pensando in cuor mio che c’ero prima io. Poi ho cambiato idea: mi sono rallegrata che le persone che stimo potessero aver accesso a una cosa bella come L’amica geniale, ma soprattutto ho osservato divertita come un prodotto letterario che ritenevo di alto livello diventava sempre più popolare, sbriciolabile, fruibile su livelli diversi. E allora ben venga questa decomposizione forzata dell’universo di Elena Ferrante, la ferocia delle critiche, il bovarismo dell’entusiasmo, le recensioni distruttive, quelle perplesse, quelle che non sanno più cosa dire per non cadere nel banale. Ci sarà qualcosa da imparare anche da questo.

Loreta Minutilli

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