“Questa Terra” di attese e perdite

Questa terra, Andrew Krivàk
(Einaudi, 2018)

Agli albori degli anni settanta, Jozef Vinich – capostipite di una famiglia di origini slovacche – muore dove ha messo radici: in Pennsylvania. Lascia alle sue spalle Hannah, la figlia, e i due nipoti Sam e Bo. Per qualche ragione, il ramo maschile di questa famiglia appare segnata dalla perdita e dalla violenza: il marito di Hannah diserta la guerra, per poi morire accidentalmente in uno scontro a fuoco nei boschi. Parallelamente, Sam parte per il Vietnam e vi resterà disperso. Ad aspettarlo, la sua ragazza Ruth e il figlio che dovrà nascere. L’unico a non correre rischi è Bo, che non parte per la guerra, non viene coinvolto in scontri e pistolettate. Bo raccoglie l’eredità del nonno e porta avanti la segheria, intaglia il legno e si butta a capofitto nel lavoro.

C’era stato un tempo in cui anche Bo aveva sognato qualcosa di differente, si era iscritto all’università: la morte incidentale della sua amata, però, gli impedisce di tornare nel campus. Bo accetta il suo destino in modo passivo e resta in Pennsylvania a gestire l’eredità familiare.

“Questa terra” si annuncia romanzo descrittivo sin dal titolo: pare di sentire le stagioni susseguirsi e avvicendarsi con il procedere della storia, e i boschi di cui ci parla Krivàk paiono avere un vero e proprio odore. Per i miei gusti, lo ammetto, forse è addirittura troppo descrittivo, ma questo non è un dato oggettivo. Nonostante il mio gradimento personale, devo rendere il merito all’autore di essere riuscito a coniugare perfettamente la sua tendenza descrittiva con la personalità del romanzo.

La storia è una lunga attesa, che si percepisce diversamente a seconda del personaggio che si tiene in considerazione: tutti attendono Sam, ma ad attenderlo è prima una madre, Hannah, poi una moglie, Ruth, e infine un fratello, Bo. Tutti e tre reagiscono diversamente a un identico dramma familiare, che sembra solo l’ultimo di una serie di vicende terribili che si sono susseguite nel corso delle loro generazioni.

Il ritmo del romanzo non poteva che essere lento, cadenzato, misurato per dare la concretezza del lutto interiore che mano a mano prende forma nella psiche dei personaggi. La “flemma” descrittiva rende perfettamente l’idea di una famiglia che non si arrende alla tragedia, alla morte e nemmeno alla guerra che, nel frattempo, è finita da un pezzo.

Seppur, ripeto, il linguaggio estremamente descrittivo non mi sia del tutto congeniale, credo che l’autore abbia saputo rendere perfettamente l’idea di una dicotomia forte – soprattutto a livello temporale – tra la guerra esteriore, che i personaggi principali non vedono mai davvero, e la loro guerra interiore, in lotta continua tra il desiderio di andare oltre e la paura di dimenticare prematuramente Sam. La domanda che pone il romanzo è: quando è lecito lasciare andare i morti e ricominciare a vivere?

Ciò che rende l’attesa ancor più snervante e, forse, catastrofica è che Sam non è mai davvero morto: per tutto il romanzo aleggia il suo nome e la sua presenza come un fantasma che non si decide ad andarsene. Non potendo avere la certezza che sia morto, nessuno può davvero decidere di lasciare andare il suo ricordo, atto che genererebbe automaticamente un senso di colpa disumano.

“Questa terra” è un romanzo che non parla d’America, di Vietnam né è il romanzo generazionale di una famiglia immigrata in America: questo racconto poteva avere luogo ovunque, in qualsiasi terra, in qualsiasi tempo. “Questa terra” è ogni terra, perché è in ogni terra che la guerra miete vittime, i quali sono sempre figli, mariti e fratelli.

Clelia Attanasio

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