La strada della vita

La strada della vita, Marco Nizzoli e Giovanna Furio
(Oblomov Edizioni-La Nave di Teseo, 2018)

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Ventidue giugno millenovecentoquarantuno, si accende la miccia dell’operazione Barbarossa: il Terzo Reich dichiara guerra all’Unione Sovietica e le truppe del Führer si riversano sui territori russi, devastandoli. A fine agosto, le armate naziste arrivano sulle sponde della Neva; a settembre, queste sono bloccate alle porte di Leningrado, obiettivo cruciale dell’offensiva a nord. Ma la strategia viene modificata in corso d’opera, dato che il quartier generale della Wehrmacht decide di prendere la città d’assedio e, di conseguenza, i cittadini per fame. Il conflitto si arresta e implacabile arriva l’inverno russo, lo stesso Generale Inverno che centoventinove anni prima aveva dilaniato i ranghi francesi guidati da Napoleone e che ora mette a dura prova sia gli assedianti, che gli assediati. La rapidità del Blitzkrieg viene come congelata dal freddo blizzard, e seguono mesi interminabili di bombardamenti e gelo, che riducono i cittadini allo stremo, perché l’accerchiamento della città ha bloccato ogni via di approvvigionamento: viene così costruita la Strada della Vita, una via ghiacciata di collegamento tra Leningrado e il lago Ladoga e che permette l’arrivo dei rifornimenti e l’evacuazione dei civili.

Il contesto storico (riassunto nelle righe qui sopra) viene sviluppato rapidamente nelle prime pagine del fumetto, ma garantisce comunque agli autori una ambientazione suggestiva: all’interno di questo diorama di distruzione, l’attenzione viene però focalizzata su Olen’ka, una piccola violinista rimasta senza famiglia e che, però, non è una bambina qualsiasi, poi che riesce a percepire la presenza di regni fantastici intrecciati finemente col nostro e similmente minacciati dalla devastazione della guerra. Gli elementi naturali, come il fiume, o il gelo, o l’inverno vengono personificati e sono quindi attori direttamente coinvolti nella storia raccontata – la guerra stessa viene rappresentata dal personaggio di un oscuro stregone (chiamato Assedio), che semina morte e corruzione. Si delinea così un legame vivo e pulsante tra mito e Natura, ma anche tra mito e Storia; ciò che avviene nel mondo reale si ripercuote su quello di fiaba, e viceversa.

Olen’ka si ritrova così sospesa tra due realtà, e ne diventa l’anello di congiunzione, tratteggiando così un topos (cioè quello del rapporto fanciullezza – fantasia), elaborato in opere sia letterarie – come La storia infinita di Michael Ende (Longanesi & C., 1981), o Le cronache di Narnia di Clive S. Lewis (Arnoldo Mondadori Editore, 2005), o It di Stephen King (Sperling & Kupfer, 1986) –, che cinematografiche; infatti, si possono osservare facilmente le similitudini che accomunano La strada della vita con il film Il labirinto del fauno, di Guillermo Del Toro (2006), in cui una bambina si ritrova trascinata in una ambientazione traboccante di violenza (sempre in periodo di seconda guerra mondiale, ma nella Spagna franchista, stavolta), e trova rifugio in un reame magico, affascinante, oscuro. In entrambe le vicende si possono ritrovare tematiche affini, quali, ad esempio, la fuga dalla realtà, i poteri salvifici della fantasia e della musica, la predestinazione, il sacrificio, l’orrore della guerra, la resistenza.

Giovanna Furio (al suo esordio nel mondo dei balloons) ricama così una fitta alternanza tra eventi fantastici (dalle connotazioni oniriche) e reali, anche se, purtroppo, non sempre questa risulta fluida e limpida. Infatti, proprio la scarsa fluidità della narrazione rappresenta il maggior difetto del fumetto, non solo circa la sopracitata successione tra magico e concreto, ma anche all’interno delle singole tavole, nel susseguirsi delle vignette (che talvolta esulano dalla rigida gabbia e fluttuano nella tavola e si sovrappongono tra loro) e degli avvenimenti. Ciò viene poi acuito da dialoghi non sempre ben riusciti, che delineano personaggi (specie quelli immaginari) con i quali è difficile empatizzare e dai tratti archetipici, sia per quanto riguarda la scrittura, che la rappresentazione estetica: il caso più eclatante è quello del sopracitato stregone Assedio, un banale concentrato di malvagità, che fa capolino nelle pagine uccidendo a destra e a manca e perdendosi in ridondanti monologhi esplicativi della sua crudeltà, espressa già in maniera netta dalle sue sembianze (di scheletro corvino vestito con eleganti abiti neri).

Parlando della componente visiva, il lavoro di Marco Nizzoli è veramente efficace, e conferma l’ottima mano di un artista che già in passato aveva dato prova di talento; vengono in mente, ad esempio, i bei disegni degli albi di Dylan Dog (Sergio Bonelli Editore) numero 308 (La dea madre), 340 (Benvenuti a Wickedford), o il fresco-di-stampa 387 (Che regni il caos!), e le sequenze più orrorifiche ne La strada della vita sembrano direttamente derivare da un’avventura dell’indagatore dell’incubo. Da questo punto di vista, lo stile sottile ricorda talvolta quello dei colleghi (in Bonelli, appunto) Ugolino Cossu e Pietro Dall’Agnol, sopratutto per quanto riguarda i volti e le espressioni. I personaggi sono infatti rappresentati in maniera realistica e ricchi di dettagli, come anche le ambientazioni; il tratto è morbido, delicato, e presenta pure il candore dello stile di  Biancaneve e i sette nani (1937), o – tanto per rimanere in terra russa – de La regina delle nevi di Lev Atamanov (1957), o dell’animazione di Ivan Ivanov-Vano. Infine, lodevoli sono i colori, acquerelli che danno alle pagine una potenza ancora maggiore, caricandole di vita (che pare quasi un ossimoro, visto che  le tinte scelte sono prevalentemente fredde, glaciali, in accordo con l’atmosfera del fumetto).

La strada della vita è dunque una fiaba oscura, realistica e onirica, aspra e dolce allo stesso tempo, con valide basi e molte idee, ma caratterizzata da uno svolgimento rigido e poco fluido. La scrittura è altalenante e, alle volte, totalmente priva del pathos necessario, come avviene per alcuni colpi di scena, che non sono “penetranti” come dovrebbero: ciò rende difficile l’immedesimazione nella vicenda e nei personaggi. D’altro canto, è doveroso sottolineare la notevole firma impressa dalla sceneggiatrice, capace di ricreare un vasto universo simbolico – che rappresenta sicuramente il maggiore punto di forza dell’intera scrittura (e che, ahimè, non ho potuto cogliere appieno a causa di carenze conoscitive personali) –, espresso da disegni azzeccati e barocchi: si avverte comunque il potenziale dell’opera, ma questo rimane silente e non viene adeguatamente sfruttato. Peccato.

Francesco Biagioli

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