“Quando verrai sarò quasi felice”, ovvero la corrispondenza Moravia-Morante

Quando verrai sarò quasi felice, Alessandra Grandelis (a cura di)
(Bompiani, 2016)

Un volume unico che racchiuda, nel periodo compreso fra il 1947 e il 1983, una storia d’amore e due intere esistenze: ecco l’intenzione sottesa a Quando verrai sarò quasi felice, volume edito da Bompiani nel 2016 e curato da Alessandra Grandelis, che da anni si occupa di ricostruire l’epistolario di Alberto Moravia in collaborazione con le eredi dello scrittore e con l’Associazione Fondo Alberto Moravia di Roma. Al suo interno, le lettere inviate dallo scrittore a Elsa Morante.

Cara Elsa, la tua lettera finalmente arrivata oggi lunedì 7, mi ha fatto dispiacere perché vedo che sei infelice e che nulla ti giova, né star con me né stare senza di me. Vorrei veramente poterti dire qualche cosa che ti consolasse ma mi rendo conto che è impossibile, anche perché al solito, le ragioni della tua infelicità sono oscure e oscuramente espresse. Inizia così una delle comunicazioni epistolari dei due intellettuali italiani, rigorosamente scritta da Moravia perché quelle della Morante, in realtà, le distruggeva il suo stesso marito subito dopo averle lette.

E da queste prime righe si subodora già il fil rouge di una relazione destinata ad essere travagliata tanto a distanza quanto da vicino, tanto nei primi anni quanto negli ultimi. Da un lato, infatti, c’è la vita mondana a legarli, la passione e lo spirito di competizione di stampo letterario, la bellezza di una città come Roma e l’affetto di alcuni amici. Dall’altro, spogliati da ogni ornamento e impegno pubblico, ci sono due esseri umani spesso incompatibili, dilaniati da un sentimento che non solo non riescono a definire, ma che non sanno neanche vivere con serenità.

Elsa Morante è scostante, estrema, emotivamente tormentata; Alberto Moravia è paternalistico, morboso, a tratti glaciale. Entrambi, così interconnessi e così distanti per carattere e abitudini, sono poco disposti alla comprensione reciproca, all’accettazione, a un rapporto che non si nutra solo di brevi e intensi picchi di gioia o di dolore. Le fila della loro relazione provano ad essere riallacciate spesso con questo prezioso e interminabile carteggio, che li vede schizofrenicamente nemici e alleati, fratelli e carnefici, morbosi e disinteressati, venali e spirituali.

Nessuno dei due, inoltre, risparmia all’altro parole sofferte o in grado di scatenare grandi dolori: conoscono i rispettivi punti deboli, le reciproche necessità. E a tratti le assecondano, a tratti le tradiscono, in una sorta di macabra danza alla ricerca della felicità, che non può non concludersi con un nulla di fatto. I viaggi di Moravia, la poca disponibilità economica della Morante, i successivi innamoramenti di entrambi per terze persone: tutto sembra cospirare contro il posto perfetto in cui incontrarsi, restare, volersi più bene.

Cara Elsa,
non capisci niente e questo perché gli altri non esistono per te: esistono soltanto i tuoi sentimenti per gli altri, molto mutevoli e spesso poco lusinghieri.
Se tu sapessi la verità ( ma non la saprai mai) scopriresti che tutto è assolutamente casuale e privo di quei significati che tu attribuisci alle cose. Per esempio il viaggio a Cuba è stato deciso per motivi nessuno dei quali ti riguarda neppure da lontano. […] Purtroppo mi arrabbio. Ma lo sai perché mi arrabbio? Perché sono tutte cose di cui non mi importa nulla, non nel senso che si dà a questa frase – orgoglioso e dispettoso – ma verace e umile. E sentirmi attribuire dei sentimenti invece di quella mancanza assoluta di sentimenti in cui si trova il mio animo, mi fa arrabbiare. Mi pare quasi una calunnia”.

Così, nel perenne tentativo di rassicurarsi e di rimediare a errori precedenti, i due si lanciano frecciatine, si fanno ricatti, si promettono abbandoni, si arrabbiano e si ignorano, si fanno portavoce di un affetto che non sono in grado di maneggiare e che pure con la penna in mano sfugge a qualsiasi controllo, con una forma e un linguaggio che esulano dagli schemi narrativi e dal lirismo che potremmo aspettarci, per approdare a un’incessante altalena agrodolce, in cui il momento stesso in cui l’una verrà l’altro non potrà che essere quasi felice e mai del tutto appagato.

Eva Luna Mascolino

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