“La custodia dei cieli profondi” e il Matto che se ne assume l’onere

La custodia dei cieli profondi, Raffaele Riba
(66thand2nd, 2018)

 

La custodia dei cieli profondiGabriele nella sua vita è stato un figlio, un fratello, un custode, forse persino un padre. Ora è il Matto, e da matto ci racconta la storia sua, della sua famiglia e di quel “pianeta periferico” chiamato Cascina Odessa, che in realtà non è altro che una casa costruita dal nonno, lontano dalle grandi metropoli e dalla vita cittadina. Qui si consumano le tre fasi dell’esistenza di un uomo che nella sua intelligenza e sensibilità non riesce comunque ad abbandonare le radici su cui è cresciuto, nonostante il resto del mondo muti e si evolva in qualcosa di nuovo e distante.

La prima fase della vita di Gabriele è riconducibile a un’infanzia felice in cui il suo ruolo principale è quello di Fratello, che nel bene o nel male lo costringe a catalizzare ogni attenzione sul più giovane Emanuele. Quando la famiglia si disgrega e persino Emanuele abbandona Cascina Odessa, Gabriele diventa il Custode della casa, un’eremita ancorato alla solitudine dei boschi. Infine, quando l’equilibrio instabile della sua esistenza sembra essere sull’orlo del baratro, il Custode si trasforma nel Matto, che smantella volontariamente Cascina Odessa, con il romantico intento di morire insieme alla casa.

Questa parabola è raccontata in prima persona attraverso una struttura frammentata, che asseconda i pensieri spontanei del protagonista tramite salti temporali, ellissi e intermezzi riflessivi. La costruzione logica della narrazione, pur nel suo ordine arbitrario, permette comunque si seguire senza difficoltà l’evolversi del racconto. Un’espediente intelligente e ben formulato che rappresenta la vera forza del romanzo di Riba: le parole di Gabriele accompagnano il lettore in un flusso di pensieri che attraversa gli anni, anticipa i finali degli eventi e li sovverte.

In questo flusso si aprono e si chiudono due fasi della narrazione. La prima è più lunga, si prende il tempo di introdurre il discorso, disseminare indizi su quello che accadrà, ricomporli in un puzzle ordinato e – quando ormai sembra che il gioco stia durando oltre il necessario – chiudere il tutto in un finale che anticipa già il fulcro della seconda parte della narrazione. Questa divisione consente all’autore di salvare la storia dalla monotonia in cui sembra stanziarsi verso la metà del romanzo.

Sullo sfondo dell’opera, splende il costante rapporto metaforico tra la piccola, solida Cascina Odessa e l’immensità del cosmo, richiamato persino a livello visivo dall’utilizzo curioso dell’inchiostro blu, in sostituzione al nero tradizionale. I rimandi all’universo e ai suoi misteri attraversano tutta la vita di Gabriele, fino a quando, ormai Matto, in cielo non compare un secondo sole dalla luce bluastra. L’esistenza di Gabriele è quindi simbolicamente divisa tra il legame quasi maniacale con la terra in cui è nato e cresciuto e il fascino infinito del cosmo. Due realtà costituite da elementi destinati prima o poi a collassare e a scomparire.

Il disfacimento, l’abbandono e la distruzione accompagnano la narrazione in una nota malinconica che si fa sentire anche laddove gli eventi raccontati si focalizzano su episodi positivi e allegri. La custodia dei cieli profondi descrive quindi in primo luogo l’inevitabilità della fine – al tempo stesso umana e cosmica –, e in seconda istanza la disperata lotta combattuta da un uomo per preservare il suo presente. Un tema particolare trattato con attenzione e abilità.

Tra lo stile pulito e accattivante e una struttura narrativa ben congeniata, La custodia dei cieli profondi immerge il lettore in un racconto sempre piacevole, delicato e intenso.

 

Anja Boato

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