Per favore, risolvete il problema morte: “Essere una macchina” di Mark O’Connell

Essere una macchina, Mark O’Connell
(Adelphi, 2018 – trad. Gianni Pannofino)

oconnellSono passati solo pochi giorni da quando vi abbiamo parlato di The game di Alessandro Baricco. Il saggio dello scrittore torinese condivide più di un aspetto con Essere una macchina, opera prima del giornalista e scrittore irlandese Mark O’Connell. In particolare, ad accomunare i due libri è il macro-tema della riflessione sulla tecnologia e sui suoi rischi, nonché sulle motivazioni degli artefici (tutti ingegneri, maschi, bianchi e americani) della “rivoluzione digitale”. L’obiettivo su cui è puntata l’analisi di O’Connell, tuttavia, è meno generale e più inquietante.

L’intenzione dell’autore, chiara fin dalle primissime pagine, è quella di far luce sulla dottrina del transumanesimo, che – veniamo a scoprire – è l’ideologia ufficiale di corte di buona parte degli imperi della Silicon Valley, e quindi della moderna tecnocrazia. Di che si tratta? Difficile da spiegare, e l’intero saggio cerca di far luce su questo insieme spesso disomogeneo di idee di cui non vi è “una versione ortodossa, autorizzata”. La definizione data dall’autore ci dice che il transumanesimo è  «un movimento di liberazione che rivendica nientemeno che una totale emancipazione dalla biologia». L’alternativa alla biologia, la forza che dovrebbe trainare, ribaltare e ridisegnare, in una prospettiva quasi escatologica, il percorso dell’uomo nell’Universo, è nella visione transumanista la tecnologia.

A partire da questa definizione di lavoro il continente del transumanesimo viene esplorato in lungo e in largo. Capiamo, tanto per cominciare, sempre di più della sua natura essenzialmente religiosa, che proietta gli attributi delle divinità sul progresso tecnologico e sulla sua capacità di fondere uomini e macchine per potenziare le capacità umane. Come tutte le religioni, anche questa appare all’autore come una risultante naturale delle angosce dell’uomo riguardo la mortalità e la deperibilità del proprio abito corporeo. Nel transumanesimo, infatti, il rifiuto del corpo e della sua biologia in quanto «supporto imperfetto» ha un’importanza prominente: molti transumanisti sperano in un futuro in cui la mente umana possa essere “scaricata” su un supporto digitale dalle capacità computazionali illimitate, permettendole così di raggiungere le proprie piene potenzialità. Nel credo transumanista, insomma, l’uomo – o, per meglio dire, il cervello umano – è un calcolatore imprigionato in una gabbia di nervi.

L’altro aspetto chiave del transumanesimo, per come emerge dal racconto di O’Connell  è il rifiuto categorico della morte, che viene concepita come un limite – un problema da “risolvere” in senso freddamente matematico – e non come una componente fondamentale dell’esperienza umana. Da questa idea-sorgente prendono le mosse tante altre apparenti assurdità transumaniste, quali lo sviluppo di strategie per aumentare la longevità, la passione per la crioconservazione e la speranza del rapido raggiungimento di un’epoca in cui ognuno possa vivere fino a quando lo desidera, e, potenzialmente, in eterno.

L’indagine è condotta da O’Connell secondo gli strumenti del gonzo journalism, uno stile di inchiesta giornalistica che prevede che l’autore non rispetti i tradizionali criteri di obiettività della professione, lasciando che esperienze e considerazioni soggettive costituiscano il cuore pulsante della propria analisi. O’Connell viaggia, partecipa a convegni, visita aziende e centri di ricerca, si immerge nella vita di una comunità di biohacker, ma soprattutto conversa, scherza e a volte quasi litiga con i molti transumanisti che incontra. I capitoli del saggio – che è in più momenti gustosamente narrativo – sono in gran parte deputati a raccontare questi incontri e a tratteggiare questi personaggi prima, a riportare le considerazioni e i giudizi dell’autore poi.

Grazie anche a uno stile argomentativo peculiare e brillante, la lettura procede fluidamente. O’Connell, come ogni bravo saggista, non disdegna di ritornare più volte sui concetti chiave lungo il corso delle pagine. In questo modo, lentamente ma pervasivamente,  i tanti termini astrusi e inizialmente poco familiari di cui il libro è colmo si caricano di riferimenti, significati e accezioni. Ci si sente insomma progressivamente più equipaggiati per arrivare fino in fondo al cuore tematico dell’opera.

Altra caratteristica che rende Essere una macchina un saggio riuscito è la ferma intenzione, da parte di O’Connell, di non partire prevenuto nei confronti della stramba galleria di personaggi che gli si viene disegnando davanti. Spesso e volentieri le pagine si riempiono di pensieri conflittuali, tramite i quali veniamo resi partecipi sì dello sconforto e dello sgomento dell’autore nei confronti della dottrina transumanista, ma anche del suo sforzo di cercare le ragioni dell’altro, di sminuire le proprie certezze, di cercare una mediazione culturale che non riesce mai ad arrivare. Il puzzle del transumanesimo, infine, si rivela spigoloso e inconciliabile: tuttavia, nel rifiuto totale opposto dallo scrittore-protagonista a questa dottrina che dis-umanizza l’essere umano, c’è spazio anche per parole di compassione e di rispetto nei confronti di quella che – sembra dirci O’Connell – in fondo è solamente una favola per nerds incapaci di sopportare le angherie della natura.

Essere una macchina è una lettura importante e consigliata. Da una parte ci permette di aprire gli occhi su una realtà ingombrante e poco raccontata – la diffusione capillare del transumanesimo nelle élite dominanti del mondo tecnologico . Dall’altra ci ricorda che anche questi signori del mondo sono creature fragili e impaurite, in cerca di una via di fuga dal destino comune. E ci rammenta il valore della corporeità, dell’impermanenza, perfino della animalità che ci appartiene e che ci unisce e che troppo spesso fuggiamo.

Samuele Gaggioli

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