“Il taglio” nelle piccole vite degli uomini: la Brexit secondo Anthony Cartwright

Il taglio, Anthony Cartwright
(66thand2nd, 2019 – trad. R. Duranti)

 

il taglioLa rabbia e il risentimento sono ovunque. Risiedono nel cuore delle colline sventrate dalle miniere di carbone, corrono agili e si diffondono lungo i canali usati per il suo trasporto; abitano, infine, le vite di tutti coloro che col carbone o con altri mestieri dal colore meno allegorico si sporcano la vita e che hanno imparato negli ultimi decenni a disprezzarsi. Sepolto l’orgoglio, i membri della working-class si sono condannati a un’esistenza di opposizione sterile e invidiosa nei confronti di chi – credono – regge il paese ed è responsabile delle loro vite e dei loro mali. Questa è l’Inghilterra profonda di Anthony Cartwright.

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Il tunnel: Yehoshua e il deserto della memoria

Il tunnel, Abraham B. Yehoshua
(Einaudi, 2018 – trad. Alessandra Shomroni)

yehoshua

Lo stato di Israele, con la sua storia, le sue contraddizioni, il suo complesso intreccio di identità, è di per sè un romanzo. I saggi sulla storia del sionismo o del conflitto israelo-palestinese sanno essere avvincenti e misurati come la migliore narrativa: a loro disposizione c’è infatti un cast di personaggi ben caratterizzati, un’ambientazione adeguatamente esotica e una vicenda che si presta (come quella di ogni buon romanzo) a mille riletture. Forse è per questo motivo che chi scrive romanzi in Israele, e in particolare chi scrive bene, consegna alle stampe in definitiva una serie di sequels, di episodi, che non possono esimersi dal far riferimento alle puntate precedenti; e le puntate precedenti sono la Storia, le sue (almeno due) versioni ufficiali e i riverberi che essa incontrollatamente getta sulle vite dei singoli. Il tunnel è l’ultimo di questi episodi, Abraham Yehoshua il suo sceneggiatore.

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“I fucili”, la Storia, l’uomo: l’Artico postmoderno di William T. Vollmann

I fucili, William T. Vollmann
(Minimum Fax, 2018 – trad. Cristiana Mennella)

imageNon avevo mai letto William T. Vollmann; a dir la verità, non ne avevo mai sentito parlare. Non sapevo del suo periodare magistralmente fluido e complesso, nè della sua tecnica pittorica audace, a tratti violenta, capace di esprimere le sfumature del reale in maniera densa e sognata, come un quadro di Cézanne che venga lasciato liquefare al sole. Allo stesso modo non mi era giunta voce di quello che è stato e rimane il suo progetto più ambizioso: il ciclo dei Sette Sogni (Seven Dreams), altrettanti romanzi-mondo dedicati ad esplorare le tappe della colonizzazione del continente nordamericano. Stando così le cose, sarebbe sciocco nascondere che I Fucili, che nella serie rappresenta cronologicamente il sesto sogno, ha avuto su di me, almeno inizialmente, un impatto devastante. Il me che si aspettava “solo” un romanzo storico ben scritto (forse di uno di quei romanzi con la Storia di cui vi abbiamo parlato due giorni fa) ha dovuto fare i conti con quattrocento pagine di racconto che l’autore ha stracciato e ridotto in frammenti; pagine ricche di poesia, di potenti moti dell’animo, di ghiaccio e di simboli e di luce.

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Il presepe degli sconfitti: “Il tram di Natale” di Giosuè Calaciura

Il tram di Natale, Giosuè Calaciura.   (Sellerio, 2018)

9788838938870Questo è un libro semplice. Semplici l’ambientazione, i personaggi, l’intreccio, riassumibile in una frase o due. Semplice – o, quantomeno, evidente – anche l’intento dell’autore, già noto per il tentativo – come si legge nell’aletta posteriore del volume edito da Sellerio –  di costruire libro dopo libro “un romanzo delle strade che non hanno nome”. In queste cento pagine di Calaciura vivono personaggi che il nome ce l’hanno, ma lo perdono per strada, lo dimenticano, lo cambiano o lo vendono. Il tram di Natale esiste per raccontare le loro storie, trasportarle, non lasciarle seppellire dalla neve – o alle nostre latitudini, più spesso, dalla pioggia – della notte di vigilia.

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Schizzi di realtà potenziale: “I sogni di un digiunatore” di Paolo Albani

I sogni di un digiunatore e altre instabili visioni, Paolo Albani
(Exorma, 2018)

Albani_COP_sitoNon è facile cominciare a parlare di un libro tanto sfuggente e tanto insistentemente diverso. Il racconto, già di per sè, è una forma narrativa destinata a lasciare molte domande aperte, ad adombrare più che a rivelare il suo spirito e la sua essenza. Se poi, come ne I sogni di un digiunatore, i racconti assumono la forma di brevissimi schizzi di realtà, di avanzi e ossicini rubati alla tavola imbandita del possibile, senza nessuna pretesa di coerenza nè – figuriamoci! – di senso, allora il primo approccio non può che lasciare disorientati. Il lettore è costretto bruscamente e in maniera ineludibile a compiere una concessione preliminare: stare al gioco che Paolo Albani suggerisce, abbandonandosi alla leggerezza di una comicità ora più colta, ora più popolaresca e surreale, ma sempre assolutamente priva di ogni morale, motivo o rilevanza.

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Per favore, risolvete il problema morte: “Essere una macchina” di Mark O’Connell

Essere una macchina, Mark O’Connell
(Adelphi, 2018 – trad. Gianni Pannofino)

oconnellSono passati solo pochi giorni da quando vi abbiamo parlato di The game di Alessandro Baricco. Il saggio dello scrittore torinese condivide più di un aspetto con Essere una macchina, opera prima del giornalista e scrittore irlandese Mark O’Connell. In particolare, ad accomunare i due libri è il macro-tema della riflessione sulla tecnologia e sui suoi rischi, nonché sulle motivazioni degli artefici (tutti ingegneri, maschi, bianchi e americani) della “rivoluzione digitale”. L’obiettivo su cui è puntata l’analisi di O’Connell, tuttavia, è meno generale e più inquietante.

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Tutto è rivelazione: “L’argentino” di Ivano Porpora

L’Argentino, Ivano Porpora
(Marsilio, 2018)

3174310È un’estate caldissima e spietata quella che si abbatte sul paese spagnolo di San Cristobàl, dove si svolge la massima parte di questo breve romanzo di Ivano Porpora. Spietati sono, nella loro umanità – quasi immonda tanto è vera -, la gran parte degli uomini e delle donne che lo popolano, così come spietata è la noia cui l’isolamento li costringe.

Rimasto intrappolato nelle pieghe della storia, il villaggio vive immerso in una lontananza dal mondo quasi metafisica. Gli occasionali riferimenti all’indimenticata Guerra Civìl (siamo nell’estate del ’58), o ad altre pagine della Storia, sono proiettati in un passato i cui binari di collegamento col presente sono stati tranciati da tempo; il generale Franco è evocato di tanto in tanto, con toni ora religiosi ora ingiuriosi, ma la dittatura non ha un ruolo definito nell’influenzare lo svolgersi degli eventi. Continua a leggere

“L’ascensione del Monte Bianco”, storia di montagna per uomini orizzontali

L’ascensione del Monte Bianco, Ludovic Escande
(2018, Einaudi, trad. Margherita Botto)

Il mio posto non è qui, sono un clandestino dell’alta montagna e come ogni persona entrata illegalmente in un posto che non la vuole provo l’angoscia di essere rispedito al punto di partenza.

7130gBgQluLLa montagna è simbolo, è idea, è un “albero per adulti” dove gli uomini possono seminare ambizioni e paure e raccogliere frutti carnosi che hanno il gusto dell’entusiasmo e dell’angoscia. Per qualcuno scalare e vivere la montagna equivale a superare se stessi, per altri a trovare se stessi, per altri ancora ad avere l’opportunità di uscire da se stessi. Ludovic Escande, autore e protagonista de L’ascensione del Monte Bianco, riassume in sé tutti questi motivi senza incarnarne appieno nemmeno uno. Continua a leggere