Il coraggio della lingua: “Arenaria” di Paolo Teobaldi

Arenaria, Paolo Teobaldi
(E/O edizioni, 2019)

cover_9788833570846_2804_600<<E come farò a spiegarti che le cose non sono sempre state così come le vedi; o come le vedresti se mai venissi a camminare con me sulla strada panoramica o anche in bicicletta, seduta all’amazzone sulla canna della bici del pòr nònn, o magari con una biciclettina tutta tua, che io ti regalerò senza badare a spese, perchè ti direi subito di aprire i tuoi grandi occhi chiari, neanche tu fossi nata a Gradara.>>

Ha del commovente, la forma in cui il pesarese Paolo Teobaldi sceglie di confezionare questo suo ultimo dono letterario. Arenaria, che E/O ha dato alle stampe appena una decina di giorni fa ma che ha già ricevuto una candidatura allo Strega 2019, è scritto in veste di racconto memoriale; un affettuoso lascito composto da un nonno per la propria neonata nipote, di fronte al timore di dimenticare.

Inserite in questa cornice priva di qualsiasi finzione libresca (il nonno è l’autore stesso, la nipote una vita chiaramente esistente al di fuori del romanzo) le pagine – poche, ma dense e ricche di vita – di Teobaldi assumono una rilevanza speciale: serviva una motivazione personale, addirittura biografica, per indurre a un simile appassionato viaggio a ritroso.

Arenaria è, in sintesi, una rievocazione commossa di un eccezionale territorio geografico “in via di estinzione” e dei suoi abitanti, e di come l’uno e l’altro entrino (o entrassero) in relazione tramite la lingua. Il territorio è quello del Monte San Bartolo, subito a sud di Pesaro: un promontorio di pietra arenaria alto 200 metri sul livello del mare, incessantemente eroso dalle onde dell’Adriatico e diviso in due versanti, quello a nord-est (detto anche di vernìo) e quello a sud-ovest (o di caldese). Il San Bartolo è per Teobaldi innanzitutto un pezzetto di terra dal forte valore simbolico, dove poderi una volta floridi possono negli anni venire inghiottiti dal mare e il territorio porta più che altrove il segno del tempo che passa. Questo saliscendi tra Pesaro e Gabicce, tuttavia, è anche uno spigolo di Italia attraversato dalla Storia, con le sue guerre, i suoi passaggi di proprietà e le sue grandi rivoluzioni culturali, legali e tecnologiche.

L’interagire di un passato rurale e immemoriale, che vive solo fintanto che qualcuno continua a ricordarlo risalendo indietro nelle generazioni e nelle genealogie, con le grandi e piccole tappe della storia del ventesimo secolo: questa è la materia prima che viene spremuta e ridotta in succo, stentatamente ma appassionatamente, dal nostro nonno-narratore. L’affilato strumento che permette di convertire questa materia prima abbondante ma informe in racconto è il tessuto linguistico del romanzo, che ne costituisce la faccia più stupefacente e peculiare.

Arenaria è infatti un ineguagliabile campionario lessicale, capace di accogliere al suo interno in egual misura il dialetto dei contadini mezzadri del San Bartolo e l’italiano ufficiale, colto e ricercato dell’arte e della storia: estremi, questi, di uno spettro di parole accuratamente collocate come tessere di un puzzle, e come queste capaci di ricostruire un mondo. In questo caso, un mondo fatto soprattutto di odori, sudori, miserie e tragedie. Teobaldi, che non a caso è stato in passato definito un “cacciatore di parole”, mostra una predilezione per le parole più arcaiche e dimenticate, dotate di una inconsapevole potenza poetica: sono i nomi delle piante e dei pesci, degli esserini nascosti sotto la sabbia delle Rive, o ancora quelli che si riferiscono agli oggetti e ai modi della vita contadina, che il nonno menziona, finanche elenca e ricapitola come litanie dal significato segreto.

A suggerire l’immagine del puzzle non è soltanto la giustapposizione delle preziose ma umili scelte lessicali, esposte come in una teca di un museo di provincia, ma anche e soprattutto l’organizzazione narrativa del romanzo, improntata alla divagazione e all’oralità. Come una sorta di ricordanza in presa diretta, Arenaria ondeggia da un aneddoto all’altro, evocando un personaggio e subito dopo descrivendo le gesta del successivo, illudendo continuamente il lettore riguardo al reale tema dei capitoli, in maniera però solo apparentemente afinalistica. Giunti verso la fine del racconto, quando è arrivato per il nonno il momento di riposare e di interrompersi, noi lettori realizziamo infatti che nella nostra mente si è formato, senza che ce ne accorgessimo, un quadro vivo e coerente.

Ci sembra allora di conoscere i mezzadri uno ad uno, di saperci, forse, perfino orientare per le stradicciole che affettano e affrontano il monte. Ci sentiamo in grado di osservare e penetrare il mondo, come più volte il narratore ci invita a fare, vedendo ancora per esempio – là dove oggi c’è solo acqua –  la vecchia casa sommersa dei Santolini, vittima incolpevole del mare e del vento, che dà il nome al primo capitolo. Riusciamo a riconoscere nel panorama e nel nostro campo visivo, nell’enorme puzzle di vite e di parole che è il Monte San Bartolo di Teobaldi, le tessere più preziose, quelle da consegnare a chi ancora non parla e non conosce lingua e non si sa poi << che lingua, quali lingue, quante lingue >> parlerà. 

Arenaria è un libro per lettori che sono anche viaggiatori: un romanzo prezioso, inesauribile, che funziona come una bussola per l’animo. Ci fa venir voglia di saper scegliere le nostre battaglie e di saper essere in esse ostinati e incrollabili, come lo è il pòr nònn protagonista dei suoi memorabili capitoli conclusivi; come lo è Teobaldi stesso nel suo stizzoso salvare, riportare alla luce ed accudire lingue e storie continuamente slamate, dilavate e soffiate via.

Samuele Gaggioli

 

 

 

 

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