“Le donne di troppo” sono ancora tra noi

le donne di troppoNascosto all’ombra di illustri contemporanei come Thomas Hardy, costretto a destreggiarsi in una Londra già vividamente reinventata da gente del calibro di Charles Dickens e William Thackeray e a maneggiare un tipo di trama tanto caro a Jane Austen, non c’è da sorprendersi se non avete mai sentito nominare George Gissing, romanziere vittoriano dalla vita tormentata cui la storia e la critica non hanno concesso una fama imperitura. Eppure Gissing è l’autore di uno dei romanzi più sorprendenti e moderni sulla questione femminile che siano mai stati scritti: si tratta di Le donne di troppo, che possiamo da un paio d’anni trovare in libreria nella traduzione di Vincenzo Latronico grazie alla casa editrice La tartaruga.

Non è troppo difficile capire perché la fortuna di Gissing sia stata limitata rispetto a quella di altri colleghi famosi: i suoi personaggi non sono particolarmente sfaccettati, la loro natura non si svela lentamente ma è resa palese fin dalle prime righe che li introducono, l’intreccio è chiaro dall’inizio ed emerge anche l’opinione dell’autore riguardo ogni colpo di scena. Tutto questo fa somigliare Le donne di troppo più a un proclama, quasi a una parabola, piuttosto che a un romanzo nel senso canonico del termine, ma, una volta chiarito quel che ci si deve aspettare dalla lettura, questa non può che risultare ancora più interessante.

Le premesse dell’opera sembrerebbero quelle classiche di un marriage plot e infatti il matrimonio – che sia cercato, evitato, consumato, rimpianto o desiderato – è al centro di ogni vicenda, ma è qui analizzato da una prospettiva completamente inedita: quella delle donne di troppo, esponenti della middle class troppo povere e prive di attrattiva per trovare un marito che le mantenga e costrette quindi a guadagnarsi da vivere lavorando.

Rhoda Nunn è una di loro: forte, indipendente e testarda, ha fondato insieme a un’amica una scuola che consenta alle ragazze in questa condizione di imparare un mestiere più dignitoso e gratificante di quello di governante o bambinaia e di potersi inserire nel mercato del lavoro non per mera necessità, guardando con rimpianto al matrimonio che non celebreranno mai, ma per passione, devolvendo la loro vita ad un’obiettivo concreto proprio come gli uomini.

«Le ragazze devono crescere imparando un mestiere o seguendo una vocazione, proprio come gli uomini. Se si offrono come insegnanti nel momento del bisogno non è per questo; al contrario, è perché non sanno fare altro. Affrontano una delle professioni più importanti e complesse come se fosse facile quanto lavare i piatti. Non ci è permesso guadagnarci da vivere in nessun altro modo, ma possiamo insegnare! Un uomo diventa preside o precettore solo dopo un percorso di studi molto laborioso […] e comunque in proporzione ci sono pochissimi uomini che scelgono di lavorare in quel settore. Le donne devono avere la stessa possibilità di scelta.» [p. 139]

Monica Madden, ragazza di campagna arrivata a Londra per lavorare come commessa in un negozio con la segreta speranza di affascinare un buon partito grazie al suo bel viso, diventerà una delle allieve di Rhoda Nunn, decisa a tirarla fuori dalla sua infima condizione. Tuttavia respingere l’attrattiva del matrimonio, di una vita comoda e forse anche dell’amore non è affatto facile ed entrambe le donne saranno messe alla prova in questo senso.

Monica cede ben presto alle lusinghe di Edmund Widdowson, un uomo molto più vecchio di lei incontrato quasi per caso e intenzionato a salvarla dalla misera vita che conduce al negozio, mentre Rhoda comincia una guerra di spirito e volontà con Everard Barfoot, un dandy apparentemente senza scrupoli incuriosito dall’indipendenza di pensiero della donna e pronto a sfidarla.

È qui che Le donne di troppo ribalta i cliché del marriage plot e allontana dalle sue pagine ogni traccia di amore idealizzato per sviscerare l’istituzione del matrimonio e dei rapporti uomo-donna nella maniera più spietata possibile.

L’unione tra Widdowson e Monica si rivela infelice: lui considera sua moglie una proprietà da tenere segregata al suo fianco per avere compagnia dopo una vita di solitudine, Monica ha respirato la libertà e l’indipendenza della scuola di Rhoda e non riesce a farne a meno né a vivere con un uomo che disprezza. Il conflitto che ne emerge è tanto moderno e attuale che è faticoso ricordare che il romanzo è stato pubblicato nel 1893.

«Il regno della donna è la casa, Monica. È una sfortuna che così spesso le donne siano costrette a uscirne per guadagnarsi da vivere: è innaturale, una necessità che il progresso della civiltà presto abolirà del tutto. [..]. Misera la donna può avere una casa tutta per sé, né trovarne una in cui lavorare!» [p. 216]

«Non si sarebbe mai potuto fidare completamente di una donna. Le considerava destinate a un’infanzia perpetua, e bisognose di una guida paterna. Non che avessero necessariamente inclinazioni sciocche, solo che erano incapaci di raggiungere la maturità, e restavano per tutta la vita degli esseri imperfetti, alla mercé di ogni inganno, pronte a farsi traviare dalle loro concezioni infantili. Naturalmente, aveva ragione: lui stesso era un esemplare perfetto del maschio-secondino, del proprietario di moglie, che dalla notte dei tempi aveva fatto di tutto perché la donna non avesse mai abbastanza spazio di crescita per affrancarsi. L’amarezza della sua situazione scaturiva dal fatto che aveva sposato una donna che gli dimostrava indisputabilmente che aveva ragione a chiedere di venire trattata come un essere umano.» [p. 277]

Chi può dire in tutta onestà di non aver mai incontrato, nel 2019, un Edmund Widdowson sul proprio cammino, uno che nel mezzo di una discussione sia in grado di ribattere con un «Continui a fare confusione. Io sono un uomo, tu sei una donna.» [p. 232]?

La situazione di Monica non migliora quando cerca conforto in un platonico amante, trasformandosi nel prototipo di giovane moglie ingannata da un uomo che vuole solo flirtare un po’ e che non è assolutamente in grado di gestire la disperazione di una vita senza via d’uscita. No, la vicenda di Monica non fa che sottolineare come la soluzione a un problema insolubile non può essere un uomo a cui appoggiarsi – oltre a fornire un ritratto poco lusinghiero del genere maschile nella Londra di fine Ottocento.

La storia di Rhoda e Everard è in apparenza molto diversa e si gioca su un terreno paritario: lo scontro tra i loro caratteri forti è coinvolgente, si intravede una passione che potrebbe fare da base ad un’unione sincera. Eppure, anche qui il meccanismo di fondo ha qualcosa di marcio: Everard gioca con i sentimenti di Rhoda, è attratto da lei e dalle sue idee, ma soprattutto vuole la soddisfazione di vederla rinunciare a tutto ciò in cui crede per amor suo. Anche questo rapporto non si basa sui sentimenti ma sulla necessità di un uomo di controllare una donna.

«Sì, stravedeva per la sua indipendenza d’idee, ma comunque voleva vederla completamente sottomessa a sé, voleva ispirare in lei una passione irragionevole.» [p. 367]

Così, se davanti alle prime interazioni tra i due le speranze dei lettori sono tutte verso un lieto fine (perché, chiaramente, Le donne di troppo è uno di quei romanzi inglesi che si leggono facendo il tifo senza pudore per questo o quel finale), si finisce per augurarsi che Rhoda capisca l’inganno e che conservi la sua integrità anche davanti al fantoccio dell’amore.

Quanto è cambiato nelle interazioni tra uomini e donne negli ultimi centoventi anni? Molto in apparenza, ma forse ancora troppo poco nella parte più oscura e inconscia delle relazioni: la necessità di controllo è ancora un argomento estremamente attuale, sembra suggerire questo romanzo desueto e dimenticato.

E dopo averlo concluso, alle soglie dell’8 marzo, non mi rimane che una irragionevole punta di insoddisfazione nel dover ammettere che uno dei più bei romanzi che ho mai letto sull’oppressione della donna è stato scritto da un uomo.

Loreta Minutilli

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