Le memorie dell’ultimo schiavo

Barracoon, di Zora Neale Hurston
(66thand2nd, 2019 – trad. S. Antonelli) 

 

BarracoonZora Neale Hurston ha conosciuto Cudjo nel 1927, nell’ambito di uno studio sociologico e antropologico sulla cultura afroamericana. Giovane e promettente studiosa, la Hurston al tempo collaborava ancora con il suo mentore Frenz Boas, il padre dell’antropologia americana: era stato lui a insistere per farle ottenere una borsa di studio, al fine di raccogliere informazioni storiche sul folklore nero e per trascrivere la testimonianza di quello che era considerato l’ultima vittima della tratta atlantica degli schiavi africani, Cudjo.

Barracoon è il frutto di un percorso cominciato quindi con questo importante incontro tra una giovane ricercatrice e l’anziano Cudjo. La prima intervista, povera di informazioni, ha portato alla pubblicazione di un articolo accademico sul “Journal of Negro History”, ma è stato solo nel 1931 che la Hurston si è impegnata per completare la trascrizione delle memorie dell’ex-schiavo e proporle in un’opera onnicomprensiva. Eppure la sua ricerca è rimasta inedita fino al 2018, quando per la prima volta le è stato riconosciuto il giusto valore storico. In Italia arriva l’anno successivo nella sua versione integrale: il racconto di Cudjo è infatti accompagnato da un’introduzione e da una postfazione che sono fondamentali per inquadrare l’opera nella corretta cornice storica, e da un glossario dedicato ad alcuni dei termini più particolari dell’esperienza della tratta.

Barracoon è quindi la storia del brutale sradicamento di un uomo dalla sua terra. Cudjo è nato in Africa e il suo cuore è sempre rimasto legato al villaggio in cui è cresciuto. La deportazione negli Stati Uniti – avvenuta tra l’altro nel 1859, quando ormai la tratta era già ufficialmente illegale –  è stato il risultato di una violenza interna all’Africa stessa, nel momento in cui Cudjo è stato catturato dal popolo nemico dei Dahomey e venduto ai portoghesi.

Africani che schiavizzano e vendono altri africani: è questo il paradosso che ha segnato profondamente la vita dell’ex-schiavo, e che contribuisce a rendere Barracoon una testimonianza peculiare. Non si tratta di un’intensa storia di lotta per la libertà e per i diritti dei neri, come spesso si è raccontato: lavoro coatto e battaglie per l’indipendenza sono solo la conseguenza di un dolore originato oltreoceano, tra le terre africane.

E infatti la narrazione di Cudjo si sofferma con dovizia di dettagli sulla sua vita in Africa, racconta con attenzione il dolore della deportazione e la prigionia nei Barracoon (strutture in cui gli africani erano tenuti prigionieri prima di essere venduti ai portoghesi) e la conseguente deportazione, per poi velocizzare molto il ritmo sulle esperienze concrete di lavoro in America. Cudjo torna a concentrarsi sugli eventi che hanno seguito l’indipendenza, quando lui e i suoi compagni hanno comprato dai loro ex-padroni dei lotti di terra per fondare Africantown – un tentativo di trovare una via alternativa all’ormai impossibile ritorno nel paese natio.

Cudjo ci parla della sua famiglia, di quei figli che lui ha tanto amato e che non sono mai riusciti ad adattarsi all’emarginazione razzista di cui sono stati vittime, di come abbia cercato di riportare parte della sua cultura in America. L’indipendenza è stata sicuramente una conquista, ma la sua rilevanza scema di fronte alla sofferenza di non aver mai potuto ricongiungersi con l’amata Africa.

Non c’è niente di inventato, nell’opera della Hurston. La memoria di Cudjo è solida e ricca di dettagli genuini, i quali hanno reso il suo racconto in qualche modo “autosufficiente”. È un documento storico alla portata di chiunque, che permette di affrontare una realtà terribile attraverso la voce delicata e sincera dell’ultimo suo testimone. Un’opera riuscita che tratta una questione storicamente rilevante grazie a una formula capace di intrattenere e far riflettere.

Anja Boato

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