La disabilità trattata da un raffinato scrittore: “Nati due volte” di Giuseppe Pontiggia

 Nati due volte, Giuseppe Pontiggia

(Mondadori, 2000)

copertina nati due volteL’ultimo libro di Giuseppe Pontiggia, scrittore comasco scomparso nel 2003, tocca il tema della disabilità con il senso di realtà di una persona direttamente coinvolta (per via dell’handicap del figlio) e con l’acutezza di  un raffinato scrittore: si tratta di Nati due volte, uscito nel 2000 per Mondadori.


Che l’autore affronti un argomento difficile e di importanza capitale per la propria vita lo si intuisce subito
dall’amarezza di chi racconta di fronte al camminare barcollante di suo figlio: «Sono stremato e infelice. […] Lui procede ondeggiando come un marinaio ubriaco. No, come uno spastico». Trattandosi della seconda pagina del libro, il lettore percepisce, si potrebbe dire, una certa brutalità in queste parole del padre-narratore, alle quali seguono quelle del figlio: «Se ti vergogni, puoi camminare a distanza. Non preoccuparti per me»*.

Ma l’effetto straniante di queste battute non è frutto di insensibilità, quanto della volontà di capire e far capire. Nati due volte è la storia del cammino di un padre e di un figlio disabile verso la reciproca conoscenza. Capire la differenza senza contemporaneamente dare giudizi di valore, confrontarsi con il disagio dei “normali”, anche dei familiari, verso i “diversi”: è ciò che il professor Frigerio e suo figlio Paolo scoprono passo dopo passo, fra molte cadute. Le virgolette qui sono d’obbligo, ma l’autore si scaglia più volte nel corso del romanzo contro l’uso del linguaggio politicamente corretto (“diversamente abile”, “difficoltà deambulatoria” e via dicendo), che articola non il rispetto verso la disabilità ma una sorta di ghettizzazione, umana e linguistica.  Comprendere la disabilità significa anche non girarci intorno con perifrasi burocratiche, ma penetrarne le difficoltà con parole nette e precise.

Nati due volte non è un diario intimo o un insieme di riflessioni personali: è un romanzo. E in quanto tale si può supporre abbia l’intenzione di dire qualcosa di una validità non solo individuale. Un primo indizio lo si riscontra già nel titolo: Nati due volte. Nati, al plurale; non si tratta dunque di Paolo, né di Andrea (figlio dell’autore) ma di tutti i «disabili che lottano non per diventare normali ma se stessi» come recita la dedica. Oltre a ciò si può aggiungere che  a nascere due volte non è solo chi è colpito da handicap, ma anche i suoi cari; queste infatti le parole di un medico ai due genitori, in un luogo molto intenso del romanzo:

Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. […] Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita. Questa almeno è la mia esperienza. Non posso dirvi altro.**

Nati due volte  è un romanzo interessante sia per il tema che tratta, la disabilità, sia per il punto di vista, un genitore che da una parte non nasconde le sue difficoltà, ma dall’altra accoglie teneramente i momenti di gioia che la relazione con suo figlio sa regalargli. Leggere i personaggi come una trasposizione letteraria degli stessi Giuseppe e Andrea Pontiggia è abbastanza semplice, forse troppo: filtrato dalla finzione letteraria e avvolto da un’emozione appena velata di pianto, Andrea era già stato un personaggio-cardine, non disabile, di un altro romanzo di Pontiggia, La grande sera***.

Adriano Cecconi

* G. Pontiggia, Nati due volte, Milano, Mondadori, 2000, pp. 14-15

** Ivi, p. 35

*** G. Pontiggia, La grande sera, Milano, Mondadori, 1995.

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