Fuori dal corpo e nella montagna: una camminata con Nan Shepherd

<< La luce appare su segreti appezzamenti,
Sugli scarti del pensiero dove i pensieri esalano alla pioggia;
Quando le logiche muoiono,
Il segreto del suolo cresce attraverso l’occhio
e il sangue balza nel sole. >>

Dylan Thomas, Light breaks where no sun shines (trad. A. Marianni)

9788868338534_0_170_255_0La natura è uno scrigno senza fondo per chi ha cuori viandanti e occhi disposti ad osservare. Prima in punta di piedi, poi imprimendo con delicatezza al suolo la forma dell’intera pianta, l’uomo può instaurare un contatto durevole con i mondi che lo circondano; può esplorarli e conoscerli; può appassionarsi ai loro suoni, ai loro abitanti e alle sfumature delle loro luci fino a sentirli vicini nel profondo del proprio essere. Ne La montagna vivente si racconta di queste estasi e di questi balzi del sangue muovendosi ambiguamente, ma con passo deciso, sulla linea di confine tra i generi letterari.

Guida al rapporto con il paesaggio, racconto di iniziazione al sublime, scritto di filosofia della percezione: tutte etichette che si potrebbero applicare senz’altro a questo volumetto sottile, fatta salva però la sua capacità di orbitarvi intorno senza esserne esaurito. Con La montagna vivente non ci si trova di fronte solamente a un racconto di viaggio fatto di attimi e sensi, che percorre un netto sentiero dirigendosi da un punto A pedemontano a un punto B panoramico e via dicendo fino all’ultimo aguzzo crepaccio della Z; l’elaborazione densa e poetica dell’autrice prende le mosse piuttosto dal crocevia tra più piste letterarie, tutte poco battute, e percorrendole variamente e per brevi tratti, a saltelli e senza pretese di esaustività, giunge ai limiti (o, per dire la stessa cosa con parole diverse, al nocciolo) dell’esperienza umana.

La mente dietro questo “ritratto della mente in montagna” è quella di Anna “Nan” Shepherd, scrittrice scozzese celebrata in patria anche e soprattutto per essere stata una delle principali esponenti del locale modernismo letterario. In effetti, se una cinquantina di anni fa vi foste imbattuti nel nome di Shepherd, ciò sarebbe avvenuto più probabilmente in relazione ai suoi romanzi o, tuttalpiù, alla sua raccolta di poesie In the Cairngorms, dedicata all’esplorazione dell’omonimo massiccio montuoso, il più vasto e spettacolare della regione. Proprio questo altopiano perlopiù brullo e battuto dal vento, dalla neve e dalla nebbia avrebbe però fatto la fortuna della scrittrice.

Shepherd-Nan-┬®-The-Estate-È il 1977 quando le carte de La Montagna Vivente, redatte più di trent’anni addietro, vengono riorganizzate e pubblicate. Questa data segna l’inizio di una lenta “riscoperta” dell’opera di Shepherd che prende le mosse proprio da questo scarno libercolo, a poco a poco diventato oggetto di un autentico culto. Il continuo incrementare del suo successo è dovuto sicuramente anche alla sincera “sponsorizzazione” negli ultimi anni da parte di figure di rilievo, in primis lo scrittore scozzese Robert MacFarlane, autore di alcuni eccellenti romanzi-saggi di viaggio pubblicati, tra gli altri, da Mondadori e Einaudi. L’operazione editoriale promossa dal CAI in collaborazione con Ponte alle Grazie nel contesto della collana Passi, che per la prima volta porta La Montagna Vivente in Italia, si inserisce lodevolmente in questo contesto pionieristico. La prefazione, che ha tutto lo spessore di un saggio critico, è curata dallo stesso Macfarlane e impreziosisce notevolmente la pubblicazione. Il consiglio, però, è di leggerla solamente dopo aver già fatto conoscenza con le parole di Shepherd, concedendosi così il gusto dello stupore.

L’esplorazione dei Cairngorms è dunque il primum movens de La Montagna Vivente; esplorazione lenta, sincera, vagabonda e non destinata alla conquista delle vette nè alla scoperta di nuove vie di ascesa. Nan racconta con trasporto l’inizio del legame con le sue montagne, avvenuto da giovanissima, e l’evolversi di questo complicato essere ibrido, metà donna metà roccia muschiata, senza tralasciare di indicare i pericoli, oltre che le gioie, che un simile legame comporta. Viene spontaneo pensare che Nan veda l’altopiano come un oggetto d’amore, perchè la grande parte del testo è dedicata alla celebrazione della vita dei sensi in montagna. La descrizione naturalistica si fa quindi racconto di un’esperienza intima, lode, Cantico dei Cantici del paesaggio. L’obiettivo di questo discorso d’amore, spiega Nan Shepherd, è ricevere dalla montagna le sue verità.

Il messaggio della montagna, ci viene detto fin dal primissimo capitolo, è << troppo lento per l’impazienza della nostra epoca >>, e l’organizzazione de La Montagna Vivente sta a dimostrarlo; i suoi 12 capitoli sono affettuosamente distesi, scarni eppure a tratti estremamente dettagliati. Come chi cammina e osserva un paesaggio ed è a tratti catturato da un suo elemento e giunge a percepirlo nei suoi dettagli più fini, così Nan si concede talvolta lunghe digressioni, in cui prova disperatamente a descrivere l’uno o l’altro fenomeno, l’una o l’altra piantina, l’una o l’altra sensazione tattile. L’autrice sa di essere destinata a perdere questa battaglia tra la natura e le parole usate per descriverla e rendicontarla, ma questo non la trattiene dal condividere il proprio tentativo: il risultato sono pagine salubri, dinamiche e limpide come acqua di ruscello, o, al contrario, immote e minacciose come quella di un loch di montagna.

Nella maggior parte dei casi lo spunto naturalistico conserva un suo valore essenziale; per Nan è importante riferire che in quel punto dell’altopiano la sua mano si è posata su un cespuglio di erica e ha provato quella sensazione, perchè ciò rappresenta un tassello del suo intimo rapporto con la montagna. In altre occasioni, però, Shepherd ci sbalordisce allargando improvvisamente la prospettiva: si verifica come un’estasi, una improvvisa sospensione del reale che è anche una sua amplificazione. Il corpo esce dalla mente ed è solamente corpo; la mente svuotata dal corpo si impadronisce della liscia durezza della roccia. Sono quei momenti in cui la gioiosa fatica della relazione viene riempita di significato; in cui la montagna accorda alla donna che la vive una grazia ultima e non completamente figurabile in parole.

Come leggere La Montagna Vivente, e perchè farlo? Situazione difficile, quella di trovarsi a consigliare un testo così dichiaratamente inattuale.  Ci vogliono tempo e disponibilità d’animo per gustarsi il gelo e la rapidità della nebbia; per apprezzare il silenzio eterno di una vallata in inverno; per immergersi, come racconta Shepherd, in acque così fredde da mozzare momentaneamente fiato e pensieri. Bisogna calcare gli stessi sentieri molte volte per riconoscere i segni del passaggio di un cervo, e bisogna condividere almeno parzialmente l’aerea essenza del falco per saperne aspettare la comparsa e interpretare il volo. Forse però è possibile ovunque e in qualsiasi momento allenare i sensi a sentire meglio il mondo, e La Montagna Vivente è una mappa per l’ascolto.

Samuele Gaggioli

 

 

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