Il tunnel: Yehoshua e il deserto della memoria

Il tunnel, Abraham B. Yehoshua
(Einaudi, 2018 – trad. Alessandra Shomroni)

yehoshua

Lo stato di Israele, con la sua storia, le sue contraddizioni, il suo complesso intreccio di identità, è di per sè un romanzo. I saggi sulla storia del sionismo o del conflitto israelo-palestinese sanno essere avvincenti e misurati come la migliore narrativa: a loro disposizione c’è infatti un cast di personaggi ben caratterizzati, un’ambientazione adeguatamente esotica e una vicenda che si presta (come quella di ogni buon romanzo) a mille riletture. Forse è per questo motivo che chi scrive romanzi in Israele, e in particolare chi scrive bene, consegna alle stampe in definitiva una serie di sequels, di episodi, che non possono esimersi dal far riferimento alle puntate precedenti; e le puntate precedenti sono la Storia, le sue (almeno due) versioni ufficiali e i riverberi che essa incontrollatamente getta sulle vite dei singoli. Il tunnel è l’ultimo di questi episodi, Abraham Yehoshua il suo sceneggiatore.

Chissà se anche il protagonista, l’ingegnere stradale neo-pensionato Zvi Luria (Zvi, in ebraico “cervo”, è il nome, Luria il cognome), è consapevole delle specificità del romanzo israeliano. Sicuramente nella primissima parte del romanzo i suoi pensieri (e quelli di Yehoshua) sono occupati da tutt’altre questioni: una risonanza magnetica, effettuata forse soprattutto per scacciar via un dubbio o una preoccupazione, diventa invece la dimostrazione inoppugnabile che una piccola anormalità, un mostriciattolo dispettoso si sta effettivamente facendo strada nel suo cervello. I dialoghi iniziali con il neurologo da cui Luria e la moglie Dina si sono recati per ricevere la diagnosi durano solo poche righe, ma costituiscono, di fatto, il sistema di coordinate fondamentale della prima dimensione del romanzo, quella privata.  

Veniamo così a conoscenza dei personaggi principali (principalmente i membri della famiglia di Luria) e del “pungolo” narrativo che guida i loro atti e parole, fungendo da vero e proprio leitmotiv della vicenda: Luria deve lottare, resistere, opporsi con la forza di volontà e le capacità psicologiche residue all’avanzare di ciò che lui e la moglie impareranno faticosamente a chiamare demenza. Chi gli sta intorno è chiamato ad aiutarlo, a rispondere alle amnesie e alle incongruenze sempre più vistose del pover’uomo con la chiarezza dell’amore fisico e dei sentimenti e la capacità di tenere in allenamento la memoria un po’ ballerina di questo rispettato e dignitoso ex-dirigente statale.

Il racconto del doloroso percorso di accettazione attiva intrapreso da Luria e Dina (anche lei medico, ma pediatra), che strada facendo ci svela sempre più cose del loro stare insieme ancora allo stesso tempo determinato e delicato, è la vera spina dorsale del romanzo: è soprattutto qui che Yehoshua dimostra la sua capacità di scandaglio e di messa in scena delle relazioni umane, delle risorse (per citare il titolo di un suo famoso romanzo) che custodiamo nel nostro sommerso e che raramente affiorano. Ad essere commovente non è solo la schiettezza e l’ironia con cui la coppia fa fronte alla situazione, ma anche la volontà di reazione immediata dimostrata dall’ingegnere, che cerca a posteriori di raccontarsi e spiegarsi in ogni modo l’origine di quella particella di caos insediatasi nel suo cervello.

Bisogna attendere la fine del primo terzo del romanzo perché Yehoshua, questo esperto palombaro delle emozioni, ci riveli che sa anche strisciare sulla terra, indagare la polvere di vite senza nome, illuminare confini poco visibili. La Storia entra in punta di piedi nella tranquilla vicenda familiare dei Luria, sotto forma di un progetto stradale segreto che Zvi, nonostante la diagnosi ricevuta ancora un capace ingegnere, si offre a titolo gratuito di collaborare a creare insieme al giovane Assael Maimoni, figlio di un vecchio collega in punto di morte. Il piano riguarda una strada militare nel deserto del Negev, e buona parte dei due terzi successivi del romanzo sono ambientati proprio lungo le sue strade dissestate e polverose.

La dimensione sociale e storica, fino a quel momento solo accennata, diventa quindi una presenza importante nel romanzo, senza mai per questo spostarne troppo l’equilibrio. Il racconto rimane fortemente centrato sulla prospettiva di Luria, che col passare delle pagine e col progredire della malattia diventa sempre più incerta, instabile, a tratti allucinata; tuttavia, gli incontri, gli eventi e le riflessioni dell’ingegnere a rischio di perdere la propria memoria e la propria identità diventano anche uno spunto per pensare a altre identità ed altre memorie. In questo senso Il tunnel si rivela un vero e proprio romanzo allegorico: si potrebbe quasi dire, pensandoci bene, che gli elementi per capirlo sono ordinati fin da subito sul tavolo dello scrittore e che la vicenda risulta da un utilizzo creativo, anche se a volte fin troppo didascalico, di questi temi e strumenti.

Il tunnel è infatti costellato di immagini ricorrenti e ambivalenti, a partire proprio dalla galleria stradale che ne costituisce il titolo e che oltre ad essere presente nel romanzo sotto forma di progetto concreto diventa contemporaneamente metafora del buio che bussa alle porte della mente di Luria, ponte tra identità diverse, modo discreto di interferire con il mondo e di accarezzarne i contrasti. Queste ambivalenze (concettuali, ma prima ancora lessicali) connettono le due dimensioni del romanzo e permettono in ogni momento al lettore di seguirne le tracce senza sforzo. Peccato che la conclusione del romanzo, forse troppo precoce, forse troppo onirica e ambigua nel contesto di pagine così pure e ben spiegate, tagli in parte i ponti con questa architettura così sapientemente costruita e non riesca realmente ad affermare qualcosa sulla vita di Luria, sulla vita dei popoli e sui destini dell’uno o degli altri. In fondo forse anche l’incertezza e l’ambiguità sono connaturate in qualche modo allo stato d’Israele: Yehoshua dimostra di saperlo e saperlo raccontare in maniera dolorosamente sincera.

Samuele Gaggioli

 

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