“I fucili”, la Storia, l’uomo: l’Artico postmoderno di William T. Vollmann

I fucili, William T. Vollmann
(Minimum Fax, 2018 – trad. Cristiana Mennella)

imageNon avevo mai letto William T. Vollmann; a dir la verità, non ne avevo mai sentito parlare. Non sapevo del suo periodare magistralmente fluido e complesso, nè della sua tecnica pittorica audace, a tratti violenta, capace di esprimere le sfumature del reale in maniera densa e sognata, come un quadro di Cézanne che venga lasciato liquefare al sole. Allo stesso modo non mi era giunta voce di quello che è stato e rimane il suo progetto più ambizioso: il ciclo dei Sette Sogni (Seven Dreams), altrettanti romanzi-mondo dedicati ad esplorare le tappe della colonizzazione del continente nordamericano. Stando così le cose, sarebbe sciocco nascondere che I Fucili, che nella serie rappresenta cronologicamente il sesto sogno, ha avuto su di me, almeno inizialmente, un impatto devastante. Il me che si aspettava “solo” un romanzo storico ben scritto (forse di uno di quei romanzi con la Storia di cui vi abbiamo parlato due giorni fa) ha dovuto fare i conti con quattrocento pagine di racconto che l’autore ha stracciato e ridotto in frammenti; pagine ricche di poesia, di potenti moti dell’animo, di ghiaccio e di simboli e di luce.

 C’è tanta Storia, è vero, nel racconto metamorfico di Vollmann: quella dello sfruttamento e dei trasferimenti forzati delle popolazioni Inuit da parte del governo canadese; quella delle quattro spedizioni che videro l’inglese John Franklin, incaricato della ricerca di un Passaggio a Nordovest che le carte del XIX secolo non riuscivano ancora a dimostrare, innamorarsi dell’Artico fino a morire stretto nella sua morsa di gelo; quella, infine, dei fucili automatici, (in)colpevoli protagonisti della rivoluzione spietata nello stile di vita dei nativi e di anni di carestia a venire. Nonostante I Fucili contenga riferimenti a tutto questo, sarebbe terribilmente scorretto definirlo un romanzo storico.

A cavarci d’impaccio è lo stesso Vollmann, che, pur appartenendo a una generazione di scrittori americani preoccupati innanzitutto di creare forme nuove e caleidoscopiche, dimostra di avere a cuore la comprensione da parte del lettore quantomeno dello scopo manifesto dell’opera (tratto, questo, dimostrato peraltro dal fatto che I Fucili è corredato di glossari, cronologie, mappe e fonti bibliografiche accuratamente – qualcuno direbbe maniacalmente – redatte). “Il mio obiettivo con i Sette Sogni era di creare una storia simbolica, ovverosia un racconto di origini e metamorfosi che spesso è falso […] ma la cui inesattezza disvela un senso più profondo della verità” afferma il nostro in una nota che segue la chiusura del romanzo. Per capire come questo “senso più profondo” si realizzi, è necessario respirare a fondo e immergersi sotto le acque grigie della banchisa. Dopo, tutto sarà più chiaro.

Non c’è un solo piano narrativo nell’Artico disperato e abbagliante de I Fucili: come blocchi di ghiaccio in scorrimento e trasferimento reciproco, anche il racconto migra continuamente tra due – talvolta più di due – poli spazio-temporali. Da una parte c’è il racconto, dettagliato e toccante, dei viaggi che lo stesso Vollmann ha intrapreso nelle regioni polari in preparazione a questo racconto: abitudine, questa, che è ormai una costante nella carriera di un intellettuale così entusiasta del mondo, tanto da entrare avidamente in contatto con tutti i suoi abitanti (animali, umani, vegetali, minerali) e con loro intrecciare relazioni. Veniamo così a conoscenza, lentamente e a passi incerti, della creazione di un alter ego dal nome di Capitan Sottozero; del suo innamoramento instabile e colpevole con una giovane Inuk di nome Reepah; di come, più in generale, lo sguardo di un uomo sul mondo sia inevitabilmente frutto di quante cartucce ha ancora nel fucile (“È diverso il destino davanti alla canna e dietro il cane” chiosa Vollmann in un amaro passaggio conclusivo).

Il secondo polo narrativo de I Fucili è quello che abbiamo inquadrato come più propriamente storico, e ruota intorno al personaggio-chiave di John Franklin, pur allontanandosene in più punti per perdersi in rivoli di figure, fatti e dati secondari. Queste due metà del racconto (presente e passato; indagine etnografica vissuta sulla pelle dell’autore e racconto di frontiera) sono abilmente e instancabilmente mescolate, secondo un gioco di identificazione spirituale che porta i protagonisti dell’una a trovare “gemelli” nei personaggi dell’altra. Il lettore è chiamato continuamente a (non) comprendere se chi sta parlando sia Sottozero (e quindi Vollmann) o Franklin, Reepah o Lady Jane (la moglie dell’esploratore), senza poter far affidamento se non di rado sull’utilizzo delle persone verbali o sulla costruzione della frase. In questo modo ogni conversazione, ogni riflessione, ogni descrizione assume una rilevanza nuova, come un iceberg che galleggiasse fuori dal tempo a sottolineare ciò che, nella vita dell’uomo, è realmente immutabile.

La vorticosità dell’intreccio, capace di primo acchito di disorientare anche il lettore più versato, risulta via via sempre più godibile e soddisfacente man mano che si impara a osservarne le regole. Il merito è soprattutto del fatto che ogni isolotto di questo arcipelago di ghiaccio che è I Fucili (esemplare in questo senso l’allegorica copertina del volume edito da Minimum Fax) è a ben vedere collegato da una impetuosa corrente marina: lo stile potente, simbolico e intensamente cromatico di Vollmann. Questi, e con lui la grande opera di traduzione di Cristiana Mennella, riesce nell’obiettivo non facile di dare ad ogni pagina e ad ogni frammento narrativo un respiro e un’intensità nuova, costruendo nel corso del romanzo un muro di tensione che, come il ghiaccio che nell’estate del 1846 inchiodò le navi Terror ed Erebus, non si scioglie nemmeno alla sua conclusione.

Persino l’ambientazione artica, potenzialmente cupa e spoglia, viene trasformata dal cesello di Vollmann in un gran libro del mondo: la spietata morfologia del territorio e le sue sorprendenti variazioni luministiche (l’intero romanzo è ambientato a nord del Circolo Polare Artico, dove il sole di mezzanotte è una costante realtà) fanno costantemente da ingombrante sfondo alle vicende fino a diventarne, in più di un’occasione – come nel grandioso incipit in medias res del romanzo – i reali protagonisti.

Sbagliavo, dunque, a non conoscere William T. Vollmann. L’iniziativa editoriale di Minimum Fax, intenzionata a pubblicare dopo I Fucili altri quattro punti del suo sterminato percorso letterario, è destinata a far penetrare anche in Italia, dopo una storia editoriale frammentata e poco fortunata, i mondi e le “storie simboliche” di questo astro anomalo della letteratura americana. La spedizione artica di Capitan Sottozero alla ricerca dell’uomo è un eccellente punto di partenza.

Samuele Gaggioli

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