Storie invernali di lupi e vite sfiorate in una Berlino contemporanea

In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo, Roland Schimmelpfennig
(Fazi, 2019 – trad. Stefano Jorio)

in-un-chiaro-gelido-mattino-di-gennaio-allinizio-del-ventunesimo-secolo-672x1024In uscita oggi per Fazi, In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo si rivela all’altezza del suo titolo affascinante. Il romanzo segue le vicende di una pletora di personaggi diversi, fra i quali sono resi riconoscibili fin dall’inizio gli attori principali. Fra loro si aggira un lupo. Un lupo sfuggente, solitario, che appare e scompare qua e là senza mai lasciarsi guardare troppo a lungo, né tantomeno catturare; sebbene non manchino propositi umani di riuscire in questa impresa.

Lo sfondo principale delle storie narrate è una Berlino contemporanea, una città che evoca costantemente nella memoria dei protagonisti e nelle strade i fantasmi del passato, ma anche una metropoli frenetica e multietnica, in una corsa costante verso il nuovo che rischia di schiacciare chi non tiene il passo. Come, ad esempio, l’anziana coppia che si rifiuta caparbiamente di abbandonare il proprio appartamento nel quartiere di Prenzlauer Berg, un tempo compreso nella Repubblica Democratica Tedesca, nonostante gli operai abbiano già smantellato il resto del condominio e tagliato acqua ed elettricità.

Dagli adolescenti scappati di casa all’artista fallita, da ambigui gestori di foschi locali a stagiste ambiziose, tra alcolismo, famiglie logorate e fasti giovanili, nel romanzo di Schimmelpfennig si intrecciano continuamente storie di quotidiana infelicità che non hanno  la levatura del tragico ma che pur tuttavia non risultano banali, popolate da personaggi comuni, un po’ allo sbando, dal destino incerto, persi in un presente labirintico e confusi sul da farsi.

Avanzando nella lettura gli avvistamenti del lupo si fanno più frequenti – ma si tratterà poi davvero del lupo o piuttosto di un grosso cane che l’isteria collettiva ha scambiato per lupo? – mentre il quadro si completa, le vite narrate finiscono grosso modo per convergere, quasi guidate dagli spostamenti dell’animale, ma mai in modo definitivo, la caccia resta aperta. Alla fine un cerchio si chiude, ma l’autore lascia in eredità al lettore molte domande sui destini dei personaggi le cui sorti oramai ha preso a cuore. Ciò può lasciare inizialmente attoniti, con un principio di frustrazione incalzante, ma non è che un richiamo alla crudezza che la realtà può presentare: non tutto si sistema, non a tutte le domande si trova una risposta, il lieto fine è confinato alle favole e non appartiene ai racconti urbani come questo.

In questo romanzo polifonico lo stile è asciutto, secco. Benché non manchino sequenze dialogiche, numerosi personaggi sono caratterizzati da una notevole laconicità. A volte capita che il discorso diretto sfoci in una sorta di flusso di coscienza o nel discorso indiretto senza preavviso, senza confini netti. In generale, l’azione prevale sulla parola parlata; alcuni personaggi rimangono innominati per la maggior parte del libro.

Si avverte, in alcune sezioni più che in altre, l’esperienza da drammaturgo di Schimmelpfennig, per il quale In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo costituisce il debutto narrativo. I personaggi sono ben caratterizzati anche in poche righe, e le ossessioni di alcuni di loro, assieme a certi ritornelli che scandiscono la narrazione, mi hanno portata spesso nel corso della lettura a ripensare a una frase sui lupi nella mente trovata in un libro di A.S. Byatt*, a chiedermi se il lupo non dovesse essere considerato metafora di una condizione esistenziale – ma la narrazione prevalentemente realistica non incoraggia simili fantasie.

Il romanzo (finalista al Leipziger Preis 2016), scandito in capitoli per lo più brevi, si legge rapidamente e con piacere. Le indicazioni topografiche sono molto puntuali e precise – l’autore è un Berliner –, nell’atmosfera complessivamente decadente della narrazione non mancano feritoie che inducono a sperare che non tutto sia privo di senso come appare, o scene gustose che sembrano ammiccare al Teatro dell’Assurdo.

“Il padre della ragazza era rimasto sveglio quasi tutta la notte. Era in ansia per la bambina, sua figlia. Era così ansioso che aveva quasi perso la testa, e si domandava come fosse possibile continuare lo stesso a respirare. L’aveva chiesto anche a sua moglie, la notte prima, e di fatto non era possibile, per un momento gli era mancata l’aria, o aveva creduto che gli mancasse l’aria, e poi sua moglie lo aveva preso tra le braccia e lui alla fine si era addormentato. Tre ore dopo era di nuovo sveglio e sapeva che era tutto sbagliato. Era tutto sbagliato, da anni, se ne rese conto tutt’a un tratto, ma c’erano anche cose giuste. Era tutto sbagliato tranne sua moglie e sua figlia.”

Alessia Angelini

 

* “Sia il sole sia la luna erano inseguiti rabbiosamente dai lupi, che stavano loro alle calcagna, a fauci spalancate, solcando il vuoto. La storia non menzionava alcuna creazione dei lupi; facevano semplicemente la loro comparsa, ringhiosi e cupi. Erano parte del ritmo delle cose. Non si fermavano mai, né si stancavano. Il mondo creato era dentro il teschio, e i lupi nella mente erano lì dall’inizio del corteo celeste” (Ragnarök – la fine degli dèi, A.S. Byatt, Einaudi 2013).

 

 

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