Il presepe degli sconfitti: “Il tram di Natale” di Giosuè Calaciura

Il tram di Natale, Giosuè Calaciura.   (Sellerio, 2018)

9788838938870Questo è un libro semplice. Semplici l’ambientazione, i personaggi, l’intreccio, riassumibile in una frase o due. Semplice – o, quantomeno, evidente – anche l’intento dell’autore, già noto per il tentativo – come si legge nell’aletta posteriore del volume edito da Sellerio –  di costruire libro dopo libro “un romanzo delle strade che non hanno nome”. In queste cento pagine di Calaciura vivono personaggi che il nome ce l’hanno, ma lo perdono per strada, lo dimenticano, lo cambiano o lo vendono. Il tram di Natale esiste per raccontare le loro storie, trasportarle, non lasciarle seppellire dalla neve – o alle nostre latitudini, più spesso, dalla pioggia – della notte di vigilia.

Il presupposto narrativo è quello del Natale, in senso stretto: una nascita non voluta, inattesa, che promette dannazione più che redenzione. Poi un mezzo pubblico alla fermata, uno sfolgorio di luci, un abbandono cieco e senza ragione nel ventiquattresimo giorno di dicembre che segna tutta la distanza di questa natività da quella – con la enne maiuscola – che la città si prepara a festeggiare. Un bambino ancora sporco del sangue del parto che, saldamente assicurato, attraversa le periferie a bordo di un tram-cometa diventa simbolo della santità e, insieme, del rifiuto e dell’esclusione sociale, della povertà più bieca, che imbestialisce e corrode l’animo. Intorno a lui si raduna un presepe di persone – quei senzanome di cui dicevamo prima – che esistono più che vivere, e che il lettore, capitoletto dopo capitoletto, impara a conoscere.

Il racconto delle peripezie che portano i binari della vita di questi reietti ad incrociarsi e infine a fondersi tra di loro occupa la gran parte delle pagine e dell’attenzione dello scrittore. È un bene: il crudo lirismo con cui Calaciura inanella questi quadri è forse il motivo principale per cui conviene che sotto Natale si spenda un’oretta nella lettura di questo lungo racconto. A meritare un plauso è specialmente l’attenzione con cui vengono investigati i motivi interni e le sfumature dei personaggi, che diventano così persone, oltre che ritratti sociali.

Nella storia di William, ad esempio, le difficoltà e i ricordi di un migrante clandestino possono essere momentaneamente messi a tacere dall’abbraccio del pelo bianco di un coniglio – unico abbraccio in cui si respiri un po’ di serenità e di umanità -, mentre l’incontro di una prostituta di periferia con un anziano vedovo povero in canna diviene spunto per indagarne i dolori, le segrete lotte, le motivazioni tanto umane e tanto sincere. Ognuno ha qualcosa da raccontare per spiegarci sè stesso, sembra dire Calaciura, ma a qualcuno questa possibilità viene sistematicamente negata. Ben venga dunque l’arrivo del bambino, che porta in dono la possibilità di riunirsi, vedendosi finalmente gli uni gli altri, anche se attraverso una luce fioca e intermittente.

A illuminare per noi lettori i sedili di fondo del tram, dove la luce dei lampioni non arriva, pensa la penna acuta di Calaciura, che alterna registri urbani e fantastici, desolati e trasognati, mantenendo sempre un delicato contatto con la realtà senza per questo rimanervi troppo invischiato. Nell’insieme il ciclo di micro-affreschi richiama – senza però replicarne la grandiosità – le atmosfere del Christmas Carol di Dickens, che viene anche apertamente citato come ispirazione.

L’apparato simbolico de Il tram di Natale non affronta sempre in maniera impeccabile gli urti e le irregolarità delle rotaie su cui corre. Capita che il tono sia eccessivamente didascalico e l’empatia sincera che quella densità di motivi e di dolori che si affolla dietro ogni personaggio dovrebbe suscitare rischia spesso di sfumare in una vuota solidarietà da telegiornale. Col passare delle pagine, il racconto si fa meno credibile e il destino di quella siepe di persone stretta intorno al bambino senza realmente fare alcunchè non riesce ad appassionare quanto i racconti del loro passato. Anche quando ci si avvicina all’arrivo, al capolinea del tram e del racconto, gli eventi non riescono a forzare agilmente i confini del simbolismo un po’ troppo rigido in cui l’autore li costringe per un buon numero di fermate.

Al netto di questi difetti, comunque, Il tram di Natale rimane una lettura decisamente interessante e un buon regalo non solo per chi crede nello spirito del Natale di cui racconta Dickens, ma per chiunque abbia fede nel potere trasformante del racconto. Viene da sperare con Calaciura che qualche lettore si faccia ispirare dalla figura del conducente, che nelle ultime righe si arrischia a abbandonare << ogni ipotesi di rotaia >> per cambiare il modo di vedere il mondo dalla propria cabina.

Samuele Gaggioli

 


Foto in copertina dalla prima edizione del romanzo di Dickens, “A Christmas Carol”.

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