Tutte le donne di Lucia Berlin

Sera in paradiso, Lucia Berlin
(Bollati Boringhieri, 2018 – Trad. M. Faimali)

 

berlin

Non fatevi ingannare dalla copertina da romanzo rosa. Sera in paradiso (da poco uscito per Bollati Boringhieri) non è per le signore bene che si intrattengono in spiaggia sotto l’ombrellone. Lucia Berlin ci parla di madri alcolizzate e sole, di ragazzine viziate che vengono violentate e si interrogano sui propri sentimenti, delle figlie dell’emigrazione messicana negli Stati Uniti. Donne sconvenienti, eccessive o smarrite, che hanno imparato a cavarsela da sole, con risultati più o meno soddisfacenti. C’è un umorismo sottile che in un primo momento distrae il lettore per poi restituirgli la crudezza della realtà come un macigno improvviso, pur senza autocommiserazione, senza mai scadere nel patetico o nella retorica. Anzi, il tono è distaccato e forse proprio per questo alla fine risulta più incisivo.

Se da una parte i formalisti russi ci insegnano che non si può spiegare un’opera letteraria partendo dai dati biografici dello scrittore, di fronte a questi ventidue racconti è difficile astrarsi dalla vita esuberante e ribelle della loro autrice: dall’infanzia nelle città minerarie a seguito del padre, poi avanti e indietro tra gli Stati Uniti e l’America Latina, e il rapporto turbolento con l’alcol. Figlia di un padre benestante che la reclamava al suo fianco negli incontri mondani e di una madre assente perché alcolizzata, la Berlin si sposò tre volte, ebbe quattro figli che crebbe da sola e riuscì comunque a laurearsi e a diventare professore associato all’università.

Nei suoi racconti tornano personaggi ed episodi della sua vita vera; la Berlin è inevitabilmente tutte le sue donne. È Lucha (che in spagnolo vuol dire “lotta” ma è anche il diminutivo di Lucia) che vende biglietti di una lotteria fasulla insieme alla sua amica siriana per farsi poi ingannare da dei ragazzi più grandi. È la bimbetta di sette anni che vive a El Paso in una famiglia sgangherata, con il nonno alcolizzato e il padre in guerra. È Laura, che frequenta il college a Santiago e va alle feste mondane dell’alta borghesia dove viene “rovinata” («Rovinata? Sono rovinata? Per un momento così fugace e disorientato? Lo capiranno tutti, guardandomi?»). È la figlia di un possidente di miniere che non ha tempo da dedicarle, così, per distrarsi insieme alle amiche, si immagina il futuro, come sarebbero diventate di lì a trent’anni: le previsioni sul mio conto erano tutte sbagliate; si sposa, ha dei figli, si ritrova sola in un appartamento di Manhattan, senza ascensore. È Maria, che si sposa giovanissima e viene lasciata dal marito mentre è incinta del secondo figlio.

La Berlin è tutte le sue donne, ma le sue donne sono tutte noi. Disorientate, sole e con una grande forza d’animo, che si innamorano nonostante tutto o che non si innamorano più.
«Non reagì a questi gesti intimi come avrebbe fatto con qualsiasi altro uomo. Ne fu semplicemente inghiottita. Non le sarebbe più successo. Una volta cresciuta avrebbe sempre mantenuto il controllo, anche nei momenti di sottomissione. Sarebbe stata la prima e l’ultima volta che qualcuno la dominava.»

In questa raccolta si notano una connotazione geografica e linguistica ben specifica, sono racconti ricchi di espressioni messicane o cilene che vengono lasciate intatte nella traduzione italiana. Manuela Faimali rinuncia a un testo addomesticato in nome di un’autenticità che altrimenti sarebbe impossibile da rendere: ci sono i ricchi e ci sono i poveri, c’è chi parla inglese e chi parla spagnolo, chi frequenta le scuole per la borghesia e chi rimane un pachuco* .

Si richiede al lettore uno sforzo in più per comprendere i termini spagnoli, ma restituiscono l’immagine vivida di una scrittrice nata nell’estremo nord, in Alaska, e immersa nel mondo latino, sempre a cavallo tra due culture, complementari e allo stesso tempo antagoniste. I suoi racconti sono anche un ritratto sociale dell’America e dei suoi sogni, delle sue illusioni di integrazione.

La Berlin è rimasta a lungo sconosciuta nel suo Paese d’origine, figuriamoci in Italia dove i racconti, non si sa bene perché, pare non si leggano. È quasi una presa di posizione, di recente sul “Foglio” Camillo Langone scriveva, in un articolo intitolato Non chiamatela letteratura, ma galera!: «Esiste una categoria peggiore dei poeti? Forse sì, ed è quella degli scrittori di racconti». Probabilmente l’intento era quello di fare polemica e acchiappare qualche lettore in più e allora sarebbe meglio soprassedere. Ma nell’articolo c’era una frase in particolare, che mi rimbalzava in testa mentre leggevo la Berlin: «il racconto è faticoso e autoritario, pretende attenzione». Sì, il racconto pretende attenzione. Esige dei lettori accorti, richiede una partecipazione attiva perché la letteratura non ha la mera funzione di intrattenere.

La letteratura ha il compito di far pensare e fornire un modello di conoscenza. Per comprendere un libro, che sia un romanzo o una raccolta di racconti o di poesie, siamo costretti a mettere in atto il pensiero, le nostre capacità critiche. In questo senso si potrebbe dire che un libro, un buon libro, è un concentrato di necessità di conoscenza. Allora il racconto non è una riduzione del romanzo, come spesso viene considerato, in un’ottica puramente quantitativa, ma un’espansione. L’essenzialità del segno (la punteggiatura, la scelta delle parole e la loro posizione) va di pari passo con la dimensione del testo, più è lungo più serviranno dei riempitivi. Il racconto ti inchioda alla pagina, non accetta distrazioni, ti costringe a pensare. Ma il pensiero non è una “galera”, è un esercizio di libertà.

Caterina Marchioro


* Come spiega Octavio Paz nel Labirinto della solitudine, i pachucos «sono bande di giovani, di solito di origine messicana, che vivono nelle città del Sud e si distinguono per il modo di vestire così come per il modo di comportarsi e parlare. Ribelli spontanei, con cui si è nutrito più di una volta il razzismo nordamericano».

Una risposta a "Tutte le donne di Lucia Berlin"

  1. Sottoscriverei tutto quello che è qui scritto: sia sulla Berlin (di cui, a fatica e pian piano, sto leggendo in originale “A Manual for Cleaning women” – “La donna che scriveva racconti”), sia sui racconti e il modo di leggerli e scriverli.

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