Il diritto alla “Disobbedienza” nell’esordio di Naomi Alderman

Disobbedienza, di Naomi Alderman
(nottetempo, 2018 – trad. M. Baiocchi)

disobbedienzaEra il 2006 quando Disobbedienza, il romanzo d’esordio di Naomi Alderman, veniva pubblicato per la prima volta: sarebbe valso all’autrice inglese il prestigioso Orange Award for New Writers e il premio del Sunday Times come giovane scrittrice dell’anno. Questo ottobre, l’opera è stata ripubblicata da nottetempo nella traduzione di Maria Baiocchi in contemporanea con l’uscita delle sale del film omonimo del Premio Oscar Sebastián Lelio.

Di Naomi Alderman avevo già letto e apprezzato Ragazze elettriche, l’atmosfera di Disobbedienza, sebbene guidata dalla stessa prosa impetuosa e avvolgente, è invece totalmente diversa. Le atmosfere distopiche di Ragazze elettriche lasciano qui spazio al mondo altrettanto esotico, ma ben più reale, della comunità ebraica ortodossa di Hendon, entro la quale l’autrice stessa è nata e cresciuta

L’azione inizia quando il Rav, la guida della comunità, muore in seguito a una lunga malattia e il lutto richiama in patria Ronit, figlia del Rav da tempo trasferitasi a New York per vivere una vita decisamente poco ortodossa. Il ritorno di Ronit sconvolge la vita tranquilla dell’intera Hendon e in particolare quella di Dovid, successore designato del Rav, e di sua moglie Esti. I tre, estremamente legati in gioventù, avevano poi percorso strade totalmente diverse: Ronit era fuggita appena possibile senza guardarsi alle spalle, Esti e Dovid avevano finito per adeguarsi alle pressioni sociali del loro piccolo mondo ordinato e accettarne gli oneri. Questa scelta è stata tanto più sofferta per Esti, legata a Ronit da una relazione che, se per la figlia del Rav era stata solo un trampolino verso un mondo nuovo, per Esti è l’unico ricordo di desiderio in grado di dar senso ad un’intera vita.

La storia di Esti e Ronit è raccontata a voci alterne: nelle parti dedicate al punto di vista di Esti, tuttavia, la voce narrante non è direttamente la sua, ma quella di un narratore impersonale che talvolta si abbandona anche all’uso della prima persona plurale e rappresenta l’intera comunità di Hendon. I pensieri di Esti non possono esistere slegati da quelli di suo marito Dovid, delle altre donne della comunità, degli altri uomini; quelli di Ronit sono invece abbastanza forti da imporsi in prima persona singolare.

Questo diverso approccio stilistico inquadra bene le differenze tra le due donne e tra i due mondi e produce un effetto inatteso: nonostante Ronit sia il personaggio in cui è più facile identificarsi – forte, decisa, indipendente, slegata da ogni vincolo con la religione e il fondamentalismo, il mondo di Hendon, in tutte le sue contraddizioni, nella sua inquietante piccolezza, risulta infinitamente più attraente, un mistero da conquistare.

«Sotto gli alberi, sotto il cielo, Esti si passò una mano sul viso e spinse un ciuffo di capelli sotto il fazzoletto che le copriva il capo in segno di modestia. Si chiese se non avrebbe fatto meglio a spiegarsi più chiaramente. Non le riusciva proprio di spiegarsi. Non c’erano parole, non c’erano parole permesse che spiegassero quello che lei voleva dire. Tutte le parole che avrebbero potuto comunicarlo erano state bandite, non solo dalla sua bocca, ma perfino dalla sua mente. Ora le erano rimaste solo le azioni, che sono al tempo stesso di più e di meno delle parole.» [p. 140]

La disobbedienza del titolo si articola su due livelli: c’è quella esplicita, urlata di Ronit e quella silenziosa, timida ma tenace di Esti. Nel descrivere le stranezze dell’amica, Ronit osserva più volte che tutto quello che a Esti manca è un contatto con il mondo esterno: nel mondo di Ronit, che è anche il nostro, la maggior parte dei problemi hanno una soluzione concreta e raggiungibile, o per lo meno possono essere ignorati, dimenticati. A Hendon esistono invece ancora cose indicibili, innominabili, gli amori proibiti sono una realtà, i vincoli sono inscindibili, gli argini della religione non possono essere valicati.

Proprio per questo è possibile disobbedire, ed è dalla disobbedienza che nasce la possibilità stessa del romanzo, il fascino del libero arbitrio. 

«Questa è la gloria e la tragedia della razza umana. Dio si è velato per noi in modo che ci possa giungere una parte della Sua luce, ma non tutta. Siamo sospesi tra due certezze: la chiarità degli angeli e i desideri delle bestie. Così rimaniamo per sempre incerti. Le nostre vite ci mettono di fronte a scelte, scelte e ancora scelte, ognuna si moltiplica, e la nostra capacità di trovare la strada diviene sempre più dubbia. Creature infelici! Esseri fortunati! Il nostro trionfo è la nostra caduta, la nostra possibilità di condanna è anche la nostra opportunità di grandezza. E tutto quello che ci resta, alla fine, sono le scelte che facciamo.» [p.258]

Come Ronit, siamo attratti e respinti da Hendon: vorremmo distruggere un mondo inutilmente gretto, privo di senso, eppure personaggi splendidi e sfaccettati come Esti e Dovid ci insegnano un diverso modo di vivere quella realtà – non per forza positivo, anzi, a suo modo disperato e malinconico, ma inevitabilmente affascinante.

«Eppure, malgrado tutto, va bene. Alcune cose sono possibili. Alcune, non tutte. Certe cose rimarranno per sempre impossibili. Ma all’interno del possibile c’è spazio per vivere.» [p.304]

Disobbedienza è un romanzo forte e aggraziato, insieme storia d’amore, romanzo di formazione e affresco di un mondo distante, ma tratteggiato con la precisione che può esser data solo dalla vita vissuta. Merita di riprendere il suo posto sugli scaffali delle librerie, in modo che la prosa di Naomi Alderman possa catturare e incantare sempre più lettori.

Loreta Minutilli

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