Carver e la capacità propulsiva del quotidiano

Non è la prima volta che leggo Carver in vita mia. In realtà, questo autore faceva parte della mia vita ancor prima che iniziassi a leggerlo in modo analitico.

Qualche anno fa iniziai la lettura del Nuovo Barnum di Baricco, e l’articolo che mi colpì di più fu – senza ombra di dubbio – quello sul caso di Carver e del suo editore Lish: in pratica, Lish aveva ridotto i testi di Carver fin quasi a dimezzarne la lunghezza. Adesso Carver viene considerato dai più il padre del Minimalismo letterario. Per chiunque si approcci alla scrittura, ma anche alla lettura, Carver è un modello essenziale non solo per quanto riguarda la trama e la psicologia dei personaggi, ma anche per la capacità chirurgica che questi aveva di ritagliare – in poche e semplici parole – un intero mondo narrativo.

Ebbene, quando lessi questo articolo di Baricco mi balenò in testa una domanda insistente, che ha continuato ad affollarmi i pensieri fino a quando non ho cominciato a leggere Carver con più serietà. Mi chiedevo: ma questa sua maestria chirurgica poteva definirsi effettivamente sua? L’editore che si spinge al punto in cui si è spinto Lish ha semplicemente estrinsecato tutte le capacità di un autore come Carver, o ha modificato – fortunatamente ma immancabilmente – il destino di un autore che, forse, avrebbe potuto avere un destino diverso?

La risposta è giunta a me qualche settimana fa, mentre leggevo per la terza volta la raccolta di racconti Cattedrale, ma non è stata la raccolta in sé a fornirmi il responso. Ero a Milano, in una piccola libreria, e avevo visto un’edizione Einaudi della raccolta con un’introduzione di Francesco Piccolo (autore che stimo molto, forse perché piace tanto al mio papà) e ho deciso di comprarla. In casa ormai ho talmente tanti doppioni di romanzi che non mi dispiaceva avere una seconda copia anche di Cattedrale, pensavo che avrei potuto fare qualche confronto tra le traduzioni, sottolineare qualche passaggio importante senza imbrattare ulteriormente l’altra edizione (la quale ormai, poverina, è in uno stato pietoso). In realtà, la lettura dell’introduzione di Francesco Piccolo mi ha fornito una chiave di lettura della questione Carver-Lish alla quale non avevo mai riflettuto.

Ripensando a quel caso editoriale, mi ero sempre e solo soffermata sulle capacità dell’editore di troncare di netto i passaggi inutili e di focalizzare la sua attenzione su quelle poche e semplici frasi che avrebbero poi dato un senso all’intera storia. Ebbene, credo di essermi sempre soffermata sui punti sbagliati.

Ciò che conta in Carver, sebbene venga ritenuto il padre del Minimalismo, non è tanto la lunghezza delle storie o il ritmo sincopato che viene conferito dalle frasi brevi e concise, quanto piuttosto lo spazio temporale entro il quale si inserisce la trama. È questo dato, essenziale e apparentemente secondario, a rendere Carver il vero padre spirituale del Minimalismo.

Quando Carver scrive, non parla mai dell’evento scatenante per eccellenza, cioè di quel singolo dato che cambierà per sempre le sorti della storia dei personaggi, cosa che accade in quasi tutti i romanzi e racconti. Le storie di Carver cominciano sempre prima, o appena dopo, quell’evento climax che porterà i personaggi a fare cose e dire cose che altrimenti non si sarebbero mai sognati di dire e fare. Carver è anticlimatico, proprio perché conosce perfettamente la psicologia dell’essere umano: non sono i grandi eventi a segnare una vita intera, ma sono piccoli dettagli a generare, come in un effetto farfalla, i grandi sconvolgimenti dell’esistenza.

Come ho scritto nel titolo, il quotidiano ha una capacità propulsiva: qui per capacità non si intende semplicemente una forza, ma un peso specifico, un peso che spinge i grandi eventi a slatentizzarsi. Era questo che Carver aveva indagato, la potenza degli eventi minimi di portare in atto, in un momento improvviso e subitaneo, la grandezza dei sentimenti e delle emozioni umane.

Lish, in definitiva, non c’entra niente – o quasi – col minimalismo di Carver. Le frasi, la capacità di accorciare il brodo e di sottintendere le cose, è un lavoro di fino che solo un editore poteva fare, regalando al racconto quella distanza psicologica necessaria che, a volte, un autore non riesce ad avere con la sua opera. Mi piace pensare che Lish e Carver fossero anime gemelle, nonostante il rapporto turbolento che hanno avuto. Ma Carver era già minimalista prima di incontrare Lish; era minimalista nell’intuizione, geniale ed innovativa, che la storia degli uomini non partisse dalla tragedia, ma dai secondi che la precedono. Come in Una cosa piccola ma buona, quando un pasticciere si rende conto che qualcuno non è venuto a ritirare la torta che lui aveva faticato per cucinare.

In un certo qual modo, credo che solo Francesco Piccolo – che ha scritto Trascurabili momenti di felicità – avrebbe potuto comprendere in modo così profondo Carver, delineando in poche pagine il perché Carver sia così minimale ed essenziale. Anzi, se volessi creare una storia in stile Carver, potrei dire che l’idea della scrittura di Trascurabili momenti di felicità abbia iniziato a germogliare nella testa di Piccolo proprio quando, da ragazzo, ha preso in mano Cattedrale di Carver per la prima volta.

Clelia Attanasio

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