Naomi Alderman racconta il potere e il fascino del male

Ragazze elettriche, di Naomi Alderman

(nottetempo, 2017)

Un buon libro dovrebbe essere basato su una bella idea e una storia che funziona: solitamente senza una delle due componenti è difficile creare un’opera memorabile.
Ragazze elettriche, il romanzo di Naomi Alderman edito da nottetempo ad ottobre 2017 e vincitore del prestigioso Baileys Women’s Prize 2017, costituisce un’eccezione.

ragazze elettriche_copertinaIn quest’opera, infatti, non incontrerete personaggi indimenticabili e unici o colpi di scena imprevedibili: ogni gesto e ogni sviluppo sono archetipi e stereotipi di un’idea. La parola stereotipo fa generalmente pensare a una banalità e ad una mancanza di fantasia, ma nell’opera di Naomi Alderman non è certo la creatività a mancare. Ragazze elettriche è un romanzo distopico che si sviluppa a partire da una semplice idea: ad un certo punto della storia del mondo, le donne sviluppano la capacità di inviare scosse elettriche dalle mani, diventando quindi a tutti gli effetti più potenti degli uomini.

L’ambizione dell’autrice traspare dalla scelta di non raccontare, in questo contesto, la storia particolare di uno o più personaggi, ma di tracciare una storia globale del mondo dopo il grande cambiamento attraverso personaggi che quindi diventano, per esigenza narrativa, archetipi e mezzi per trasmettere un messaggio.

Questa tendenza a valorizzare l’idea più che la storia in sé potrebbe essere oggetto di critica: nessuno dei personaggi risulta totalmente umano e definito e la trama è così ricca e articolata da risultare in alcuni punti irrisolti. Io non ho percepito questa caratteristica dell’opera come un difetto, ma appunto come una sua particolarità: ho preso atto di trovarmi non solo davanti ad una storia ma all’affresco di un mondo possibile e ho apprezzato la maestria dell’autrice nel descriverne ogni aspetto importante.

Insomma, se non fosse chiaro, Ragazze elettriche mi è piaciuto tantissimo, nonostante non sia stato per me di scorrevole lettura: in più di un punto ho dovuto metterlo da parte per attutirne l’impatto e riflettere su ciò che mi aveva appena trasmesso.

Il passaggio a un mondo retto dalle donne che Naomi Alderman descrive è infatti tutt’altro che pacifico: in una cornice metaletteraria che è forse la parte più geniale e interessante dell’opera (e riguardo la quale, quindi, non scriverò altro, nonostante la tentazione sia forte) scopriamo che tutti i pregiudizi, il sessismo e le discriminazioni di cui le donne sono oggetto nella nostra società si riflettono sugli uomini nel mondo del futuro.

La teoria su cui l’opera si basa è infatti quella che il potere di fare del male ad un’altra creatura generi necessariamente un’oppressione e un dominio sull’altro. Davanti alle atrocità commesse nella storia, non c’è una giustificazione adeguata, secondo l’autrice: chi commette il male lo fa perché ha il potere di farlo. Questa lettura si concilia bene con il titolo inglese dell’opera, The power (parola che sta sia per potere che per energia elettrica), ed emerge chiaramente da questo passaggio (p. 105):

Ha poca importanza ciò che accade realmente. Potrebbe ucciderli. Questa è la profonda verità. Lascia che l’energia le stuzzichi le dita, e bruci la vernice sul lato inferiore del tavolo. Ne sente l’aroma chimico, dolciastro. Nulla di ciò che viene detto da ciascuno dei due uomini ha davvero un grande significato, perché lei potrebbe ucciderli in tre mosse prima che accennino a una reazione dalle loro comode poltroncine imbottite. Non conta la consapevolezza che non dovrebbe, che non lo farebbe mai. Ciò che importa è che potrebbe farlo, se volesse. Il potere di fare del male è uno stato di benessere.

Da persona convintamente femminista leggere quest’opera è stato per me difficile e importante. Per tutta la mia vita l’essere donna mi ha fornito il senso di appartenenza a una comunità che ha il diritto di lottare per eliminare le proprie oppressioni e l’essere femminista mi ha sempre fatta sentire dalla parte giusta della storia. Ragazze elettriche mi ha invece ricordato quanto insondabilmente complessa è la realtà e che quasi mai esiste una strada sicura, retta e giusta da percorrere: il problema è l’idea stessa che ci siano due possibilità tra cui scegliere.

In un’epoca che tende sempre più a esaltare la semplificazione estrema anche a costo di banalizzare, un romanzo che esalta la complessità e la molteplicità dei punti di vista è una perla da scoprire e far scoprire.

(di Loreta Minutilli)

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