“Le assaggiatrici” di Rossella Postorino apre nuovi squarci sul periodo del nazismo

Le assaggiatrici – Rossella Postorino
(Feltrinelli)

Ci sono diversi modi di collaborare con i poteri forti, diversi modi di diventare complici di un regime dittatoriale, diversi modi di piegarsi alle circostanze storiche nelle quali si è immersi. Nel caso del nazismo, siamo abituati a pensare alle maniere in cui è capitato alle vittime principali del Terzo Reich, ovvero ai nemici del popolo ariano per eccellenza, e ci concentriamo meno su numerose altre dinamiche collaterali.

copertinaRossella Postorino, che è da poco tornata in libreria con Le assaggiatrici (Feltrinelli), ha deciso di concentrarsi su una di queste ultime, analizzando per la prima volta nella storia della letteratura – e non solo – il ruolo che hanno avuto negli anni Quaranta quindici donne tedesche. Il loro compito consisteva nel mangiare tre volte al giorno il pasto che sarebbe stato servito al Führer, perché ci si assicurasse che non era stato avvelenato dagli inglesi come si temeva.

«Davanti a me, un piatto di ceramica bianca. Avevo fame. Le altre donne si erano sistemate senza far rumore. Eravamo dieci. […] “Mangiate,” dissero dall’angolo della sala, ed era poco più che un invito, meno di un ordine. […] “Mangiate!” ripeterono dall’angolo, ma io avevo già succhiato un fagiolino e avevo sentito il sangue fluire sino alla radice dei capelli, sino alle dita dei piedi, avevo sentito il battito rallentare. (…) Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Fuhrer, il cibo del Fuhrer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame».

Margot-WolkLa voce narrante fin dall’incipit è quella di Rosa Sauer, personaggio di fantasia ispirato, tuttavia, alla testimonianza diretta di Margot Wölk, che è morta recentemente e che aveva dichiarato solo all’età di 96 anni la mansione assegnata a lei e a poche altre persone selezionate con cura. Nel romanzo si tratta di dieci teste, anziché di quindici, ma i riferimenti storici si mantengono molto fedeli e scrupolosi nel corso dell’intera vicenda.

L’autrice si fa portavoce di una rivisitazione che, dunque, si addentra nei meandri più intimi dell’esistenza, suggerendo numerosi spunti di riflessione. La paura e la fame, per esempio, sono sensazioni psicofisiche indissolubilmente legate fra loro, che non concedono quiete alla protagonista. A logorare la sua vta quotidiana è, peraltro, un continuo stato di attesa: l’attesa del cibo, l’attesa della digestione, l’attesa della fine della guerra, in un perenne circolo vizioso.

E non è tutto qui: Rosa, infatti, non è nazista, così come non lo è mai stata la sua famiglia. Si è trasferita a Gross-Partsch per necessità, ospite dei suoceri dopo che la madre è morta in un bombardamento a Berlino e il marito è stato costretto ad arruolarsi. È la vicinanza del villaggio con il quartier generale in cui si nasconde Hitler a giocare a suo sfavore, nel momento in cui il sindaco la suggerisce come assaggiatrice.

E lì, nella Tana del Lupo, è obbligata a fare i conti con la collusione e con un adattamento forzato alla volontà delle SS. Non può rifiutarsi di consumare i piatti che le servono e, per quanto gli stenti e le porzioni ridotte la spingano a nutrirsi, è ben consapevole di accettare così facendo una volontà non sua e un sistema che lei per prima rinnega. La sua accettazione è via via più docile, la sua forza si piega di fronte alla situazione in cui è coinvolta, e questo la porta a sviluppare numerosi sensi di colpa perfino nel cercare affinità e intese con le altre assaggiatrici, loro invece votate alla causa tedesca.

Rossella-PostorinoPer il corpo, oltre che il cibo destinato al dittatore, passa come se non bastasse un amore indefinibile, che la vede presto legata emotivamente al tenente Ziegler, subentrato nel 1944 al comando della caserma. I sentimenti per l’efferato rappresentante del regime sono senza dubbi proibiti, anzi, addirittura pericolosi. E ciò non toglie che il corpo abbia le proprie pulsioni, che l’anima provi l’urgenza di determinate intimità e che una spirale ancora più difficile delle altre coinvolga Rosa fino alla fine dell’opera.

Un romanzo magnetico e sapientemente costruito, quindi, scarno nella forma e densissimo nei contenuti, in grado finalmente di gettare luce su meccanismi che talvolta si rischia di dimenticare, nello studio e nell’approfondimento di alcune fra le pagine più drammatiche dedicate al secolo scorso. Una scrittura efficace e delicata, che allo stesso tempo non risparmia vergogne, desideri, condanne, speranze, e che non a caso è già stata presa in considerazione da più case editrici straniere per potenziali traduzioni.

(Eva Luna Mascolino)

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