Racconti Edizioni: una realtà encomiabile. Intervista all’editore E. Giammarco

Racconti Edizioni è una giovane realtà indipendente, nata nel 2016 da un’idea di Emanuele Giammarco e Stefano Friani,  che in appena due anni si è guadagnata un ruolo di rilievo nell’ecosistema editoriale, ha meritato prestigio e autorevolezza e sempre più spesso fa parlare di sé. È evidente che la sua prima peculiarità è il fatto che pubblichi soltanto raccolte di racconti.
Nel suo catalogo, oltre a grandi classici (come Virginia Woolf e John Cheever) troviamo giovani autori italiani all’esordio, in edizioni molto intriganti ed eleganti per la veste grafica inequivocabile, le belle illustrazioni, la copertina ruvida e il logo kafkiano.
Insomma, una realtà editoriale encomiabile, nata per colmare un vuoto riguardante il ruolo del racconto nel panorama culturale, ma non solo.

Abbiamo intervistato uno dei due editori e fondatori, Emanuele Giammarco. Ne è risultata una intervista tanto ricca quanto lunga, che affronta a 360° temi quali lo stato del racconto nell’editoria italiana, il lavoro dietro la nascita di una casa editrice, l’oculata gestione del catalogo, la scoperta di nuovi autori, la loro promozione, eccetera, eccetera. E fate attenzione ai giovani autori che pubblicheranno a breve, segnatevi i loro nomi, perché ne sentirete parlare molto.logo-racconti-edizioni

Fondare una casa editrice in un periodo di crisi economica in cui l’editoria, soprattutto quella indipendente, viene dichiarata in difficoltà, e specializzarla esclusivamente in racconti, che troppo spesso sono definiti invendibili, non vi è mai parso un rischio? E mai nessuno ha provato a fermarvi?

La forma-racconto incontra alcune resistenze: questo è pacifico. Il punto centrale è la comunicabilità, e la poca conformabilità dei racconti alla filiera editoriale così com’è concepita.
Per esempio: se un promotore nella migliore delle ipotesi ha venti secondi per raccontare il libro a un buyer (perché quello è il momento in cui si decide almeno il 50% delle sorti di un libro) è comprensibile, ma anche testato, che il libro di racconti non ne esce granché bene; se non altro perché si fatica a individuare una trama, un tema, un personaggio chiave, un libro simile che ha venduto. Però da qui a dire che i libri di racconti sono invendibili, e che gli editori non ci puntano mai, ovviamente ce ne passa; si tratta di una sciocchezza, e ci sono molti esempi contrari a dimostrarlo.

Certo, la parola rischio è esagerata, ma come tu stesso hai notato c’erano inevitabili resistenze e bisognava trovare un modo per aggirarle. 

Ora, la nostra idea iniziale era quella di provare a ovviare alle suddette resistenze non cercando di aggirarle, ma tentando di abbatterle sbattendoci contro la testa. Obbligare la filiera e i lettori a passare direttamente oltre la dicotomia tra racconti e romanzi: Caro lettore, non si tratta di libri di racconti, ma di libri e basta, cerchiamo di parlarne come tali, discutendone secondo altri parametri ugualmente interessanti.
Insomma l’obiettivo – che è quello di fare un bel lavoro e magari poterci vivere – non ci sembrava e non ci sembra così strampalato, rischioso, coraggioso rispetto a come sembri porre la questione. Del resto, anche se ci fosse stato qualcuno a farci ragionare non credo che lo avremmo ascoltato. In primo luogo perché credevamo in quelle ragioni. In secondo luogo perché avere trent’anni significa oggi non avere grandi prospettive, e quando si hanno le spalle al muro così, in un certo senso, tutto sembra più facile e scontato.

Adesso Racconti ha quasi due anni e si può dire abbia trovato la sua nicchia ecologica nello smisurato ecosistema editoriale italiano. Progressivamente sta raccogliendo sempre più attenzioni e consensi.
Ma lo chiedo a te: come vanno le cose dopo due anni?

Uno dei ritornelli del mio ormai invecchiato co-editore è quello per cui non siamo una nicchia ecologica ma una nicchia logica. Non essendo tema dei miei studi rimando qui alla più nota bibliografia del Friani per maggiori informazioni. Tornando a noi, esiste credo una legge truffa dell’editore indipendente (LTEI) secondo cui la velocità con la quale si perdono le capacità fisiche è inversamente proporzionale alla lentezza con cui si acquisiscono quelle intellettuali. Siamo diventati appena più saggi, ma molto grassi, ciechi, scoordinati e corti di fiato. Siamo più scontrosi e brontoloni, e con la stessa ansia di prima.
L’unico modo per non soccombere a questo destino infausto è proprio quello di accogliere volentieri i complimenti e i consensi, che rappresentano per noi una vera linfa vitale. Ci fa davvero piacere, perché siamo entrati in scena in modo un po’ scorbutico, sbracciando. Eppure il vituperato mondo dell’editoria non si è dimostrato per nulla chiuso, anzi. In molti, con enorme esperienza, grande reputazione ed evidentemente molta umiltà, si sono spesi in parole dolcissime. Questo è uno dei pochi momenti in cui mi capita di avere il tempo per ringraziare chi ci ha supportato e ci supporta, persone che hanno già dimostrato e che ci hanno accolto con sincero interesse. (Sono tante e non farei in tempo a nominarle tutte.)

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Da sinistra, Leonardo Neri (redazione web, blog altrianimali), gli editori Emanuele Giammarco e Stefano Friani, lo scrittore Paolo Zardi, presso la libreria Zabarella di Padova

Ma col senno di poi, guardando indietro, non ti capita di pensare che forse qualcosa poteva essere fatto diversamente?

Credo che abbiamo fatto alcuni errori, certo, ma credo anche di cuore che abbiamo lavorato bene sulla cosa più importante: il catalogo; e questo lavoro sui libri forse ha perorato la nostra causa. Non parlo solo dei nomi più altisonanti, ma anche degli emergenti. Prendo come esempio l’ultima cedola: due nomi pazzeschi, Atwood e Purdy, e uno scrittore giovane e di talento come Michele Orti Manara. Siamo perfettamente in linea con quello che volevamo proporre. Per il resto non posso sbilanciarmi troppo, due anni sono pochi. Siamo ancora un cantiere, dobbiamo migliorarci, e vorremmo essere più presenti in libreria di quanto siamo adesso. Spero che chi ci ha concesso una possibilità si senta in parte ripagato e continui a seguirci con interesse.

Se due anni sono pochi, comunque sono bastati  per ottenere visibilità e notorietà, per guadagnarvi una reputazione rispetto a lettori, competitors e addetti ai lavori, per imprimere un’identità definita.
Che tipo di lavoro avete svolto per riuscirci?

Vedi, ritorniamo proprio al discorso sul rischio che si faceva prima. L’idea di pubblicare solo racconti conteneva già di per sé dei vantaggi in termini di riconoscibilità. Una casa editrice per i racconti si distingue immediatamente dalle altre ed è presto memorabile. Il difficile stava nel costruire un catalogo. In quel senso abbiamo tentato di mediare fra alcuni classici che ci sentivamo quasi in obbligo di pubblicare e il gusto personale. Alcune cose poi si sono palesate strada facendo, quasi prendendo coscienza di cosa ci piacesse durante il cammino.

Ad esempio?

3-1-e1461142662157-400x600Si è palesato un certo interesse per alcune storie, negli scrittori e nella lingua, in cui forse i lettori hanno colto una qualche coerenza; penso per esempio a come ritornino certe atmosfere da Philip Ó Ceallaigh a Elvis Malaj. Sono sicuro che, per quanto impalpabile, questa doppia direzione sia stata accettata e compresa. Ma rivendico con forza anche un certo spirito di ricerca e di continua messa in crisi delle certezze acquisite. Una casa editrice per essere vitale deve potersi rimodellare in corso d’opera anche mantenendosi fedele ai suoi principi fondanti (un po’ come la sinistra). Molte delle cose che abbiamo raccontato sono state frutto di un discorso interno-esterno alla redazione.

In cosa consiste questo discorso di cui parli?

Cerchiamo di parlare e di confrontarci in modo energico, ampliando i nostri orizzonti (parte di questo è visibile in altrianimali.it), e questo probabilmente ha dato luogo a una piccola community di persone pronte a porsi le nostre stesse domande. Discutere di libri significa elevare a problema, arrivare al confronto, contraddirsi se necessario. Abbiamo cercato di farlo ovunque, nelle librerie, che abbiamo frequentato il più possibile, con le persone allo stand, con i lettori attraverso alcune quarte di copertina non proprio ortodosse, attraverso delle illustrazioni scontate il meno possibile, la comunicazione social ecc. Le armi classiche dell’editore, insomma, niente di particolarmente innovativo. Cercando anche di prenderci in giro, senti senti. Il tentativo vuole essere quello di non parlare ex cathedra, ma di condividere un percorso di ricerca dalla stessa parte di chi si interroga attraverso i libri. Se di letteratura si tratta, di temi e problemi universali, perché un editore dovrebbe avere le risposte più di chiunque altro?

(continua dopo l’immagine)

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Foto tratta dall’account Twitter della casa editrice

Dicevamo del catalogo. Consultandolo ho presto notato – con piacere – una forte diversificazione delle provenienze: dalla Francia all’India, dalle Filippine al Canada, passando per un irlandese naturalizzato rumeno, un nativo americano e un albanese ormai italiano.
Sembra che ricerchiate una molteplicità di prospettive. Qual è la vostra linea editoriale?

Non eravamo interessati a occupare un’area linguistica o geografica in particolare. Il nostro confine è rappresentato dal numero di parole. La qual cosa non ci dispiace, essendo istintivamente interessati a lasciarci sorprendere da quello che ancora non conosciamo. Il nostro limite, come spesso capita, si è rivelato un’occasione per spaziare il più possibile. Posso giustificare questa scelta sia in senso attuale sia inattuale.
Nel primo senso crediamo e sentiamo di vivere in un’epoca eclettica, caratterizzata dalla coesistenza di stilemi diversissimi e tutti riconosciuti, in una globalizzazione dell’estetica che è possibile rintracciare nella stessa voce degli scrittori, e anche nella nostra voce, perché no.
In senso inattuale invece – e quindi valido sempre – è noto quanto la letteratura stessa si palesi spesso proprio attraverso  quella molteplicità di prospettive di cui fai cenno. Non è condizione necessaria, ma varcare un confine geografico e sociale spesso è motivo di una simile erranza linguistica e letteraria. Per Elvis, il nostro primo italiano albanese, è andata certamente così. E senza spendersi in particolari volteggi sintattici o merletti lessicali.

Ecco, a proposito di Elvis Malaj, giovane classe ’90 all’esordio, di cui già si parla bene, com’è giunto alla vostra attenzione?

La storia è nota. Per vie alterne io e Stefano avevamo letto lo stesso Elvis, percependo qualcosa nel suo modo di scrivere. Lui attraverso la rassegna stampa di Oblique, io nella splendida rivista effe, che può vantarne la “scoperta editoriale”. Dopo averne discusso una prima volta abbiamo tastato il terreno con il suo agente Leonardo Luccone, che ha cominciato a lavorare con lui a una raccolta di racconti mettendo in stand-by la scrittura del romanzo (che deve ancora uscire). A quanto pare Elvis ha preso sul serio il nostro interesse, e una volta raccolto il materiale per una raccolta l’hanno sottoposto alla nostra attenzione. In tutti i racconti abbiamo ravvisato la stessa voce che avevamo sentito la prima volta; una sorta di spontaneità letteraria che è molto presente, percepibile. Non è stata tanto la biografia a colpirci, quanto l’approccio leggermente sghembo alla sintassi, e la presenza di tematiche inaspettate, invisibili nel mercato editoriale e non solo.

Per dare una misura di quello che cercate o perlomeno apprezzate nei racconti in generale, cosa avete trovato nella sua prosa che vi ha colpito?

La prosa di Elvis è lontana dall’essere complicata (oggi diremmo “alta”, un aggettivo che COP_Malaj.inddspesso viene usato per mancanza di argomenti). Il vocabolario non è particolarmente approfondito, tranne alcune escursioni estemporanee che ho preferito non toccare per evitare di togliere quella certa fresca stravaganza. Eppure ci sono soluzioni che mantenendosi schiette celano comunque un problema squisitamente letterario. Un esempio molto semplice che spesso mi capita di fare è quel fatidico cortocircuito verbale nascosto nell’incipit del libro, nel racconto Vorrei essere albanese. Già dal titolo è evidente come la lingua stessa, nella scelta del condizionale, sia funzionale allo specifico sguardo di Elvis. È ironico, ovvero distaccato, proprio su un tema letterario come quello dell’identità. Il racconto si apre poi con una serie di imperfetti – avevo, avevo, ero – in cui si sintetizzano i vantaggi della vita del protagonista albanese. Dopo questo banale elenco però si scopre che a parlare non era il protagonista, ma un suo amico italiano, e la voce narrante stava solo riportando le sue parole. Ecco, si potrebbe tirare fuori la famosa domanda di Roland Barthes: qui parle ainsi? È l’amico, è il protagonista, è lo spirito della generalizzazione? È bastata questa piccola scelta di prospettiva, e di tempo verbale, per dire qualcosa di nuovo. Ed è un espediente tanto letterario quanto narrativo.

Provando ad astrarre da tutto questo, c’è qualcosa in particolare che cercate?

Ora, se dovessi astrarre da tutto questo tornerei a concetti più vaghi, come quello della voce che ho espresso nella domanda precedente. Non cerco qualcosa in particolare, almeno non credo, secondo delle regole stabilite a priori. Sia io che Stefano siamo aperti a farci sorprendere, e la sorpresa può avvenire in modi diversi. La bellezza di questo progetto – a qualcuno potrà dar fastidio – è che il libro di Michele [Orti Manara, ndr], Il vizio di smettere, è molto diverso rispetto a Dal tuo terrazzo si vede casa mia [la raccolta di Malaj, ndr]. Sullo stile prende una strada opposta, quella del manierismo, tracciando una mappa più complicata se si vuole tentare di ripercorrere il cammino e individuare il filo rosso che collega tutte le tappe. E voglio già anticipare quanto diverso ancora sarà il libro di Marco Marrucci, in uscita per l’autunno. Tornerà un discorso sul lessico, e torneranno i volteggi, ma con una coerenza nella struttura interna a mio avviso strabiliante.

Per restare in tema. Dacché con Malaj avete aperto le porte alla pubblicazione di autori italiani ma anche di autori esordienti, che pubblicazioni di questo tipo avete in programma? Qualche nome l’hai già fatto.

Ti ho anticipato. In uscita a marzo c’è Il vizio di smettere di Michele Orti Manara, dove si è tentato di percorrere una biografia plurale, composta da diversi personaggi, alcuni dei quali non privi di tratti surreali. La lingua di Michele, anch’essa spontanea, è sempre al servizio della trama, e si fa carico di diversi approcci stilistici. La cosa fantastica è che un certo volto al di là della pluralità è pur sempre visibile, così come è possibile scorgere una filosofia, un umore. Michele è uno di quelli dalla penna facile, coordinato nel ritmo, con una certa estetica della frase. Si passa dalle paturnie di un adolescente veronese al suo ultimo anno di liceo al racconto surreale dove in un paesino di provincia a un certo punto si palesa un uomo collegato al cielo da fili misteriosi. Dal colloquio con il proprio gatto alle ansie di una coppia di madri con il loro neonato. Bisognerà riconoscere il servizio portato da Michele al tipo di storia che ha deciso di raccontare, un tema prettamente “raccontistico”, se pensiamo ad autori come Cortàzar. Per i prossimi invece aspetto ancora un po’. Di Marco Marrucci se ne parlerà molto, ne sono sicuro, perché è bravissimo. E poi ce n’è ancora uno che non voglio svelare.

Per trovare nuovi autori vi affidate anche alla tradizionale lettura dei manoscritti inviati? Come avviene dunque l’iter di valutazione? Facendo magari l’esempio di un caso concreto.

La selezione di Marco [Marrucci, ndr] è avvenuta attraverso l’invio di un manoscritto. Silvia, la nostra allora collaboratrice, aveva letto il testo tessendone sperticate lodi per circa un mese. Quando ho trovato il tempo di leggerlo ho deciso di andare a trovarlo a Firenze. Mi pare una bella storia che spero continui a essere bella, perché sono particolarmente affezionato al libro, anche se non ancora è uscito. D’altronde pubblicando poco e cercando di promuovere i titoli attraverso tour e spendendoci poi in prima persona è abbastanza ovvio che si finisce per affezionarsi ai libri. Il problema è che di tempo per leggere ce n’è davvero poco, e non rinnego la presenza di filtri, soprattutto se gestiti da addetti al settore di cui mi fido molto.
(continua dopo l’immagine)

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Header di Altri Animali, il blog di Racconti

E oltre alla valutazione dei manoscritti, quanto invece incide lo scouting attraverso riviste, concorsi, agenzie e in generale attraverso altri filtri e canali?

Abbiamo un blog, altrianimali.it, che costituisce un primo filtro. Poi ci sono gli agenti, certo, e le riviste letterarie, già citate in precedenza. La nostra politica editoriale, per cui cerchiamo di fare un servizio al libro, che prevede pochi titoli all’anno, seguiti e promossi quanto meglio, purtroppo rende anche più spietata la selezione all’ingresso. Ma si tratta di una scelta che favorisce (o vorrebbe favorire) gli scrittori stessi, non penalizzarli. Penso che pubblicare due esordienti e un semi-esordiente, tutti giovani, dimostri una certa attenzione. Se ho del lavoro in sospeso mi scuso, ma facciamo tutto in un pugno di persone.

Per quanto riguarda l’aspetto comunicativo, prendendo ad esempio il caso di Malaj, come avviene e in cosa consiste la promozione dell’autore e del suo libro?

Su Elvis abbiamo fatto un lavoro approfondito, partendo dal basso. Ha presentato un po’ ovunque, da Courmayeur a Treviso, un tour in Sardegna e poi Torino, Bologna, Rovereto, chiedendo una mano a editor come Lazzarotto e a scrittori come Luca Ricci. Abbiamo organizzato una serata in anteprima per i blogger a Milano da Gogol e ne abbiamo parlato in prima persona un po’ ovunque. Il libro ha girato molto, anche se mi aspetto un’attenzione maggiore da parte della stampa (anche se ne hanno parlato Pieranni al Manifesto e Pappalardo su Robinson). È stato votato libro del giorno e poi del mese a Fahrenheit.

Intendete puntare anche sui premi letterari? Si parla di lui ad esempio per il Premio Strega

Adesso è in mano a qualche «amico della domenica». Non nego che la cosa ci costerebbe un bel po’, ma spero che alla fine riesca a entrare nei dodici. Sarebbe un bel traguardo e forse un bel segnale.

Avviandoci alla conclusione, una domanda da un milione di dollari che ti avranno fatto infinite volte. Perché in Italia i racconti sono sottovalutati? Siamo pur sempre la patria di Verga, Pirandello, Buzzati, Tabucchi e ancor prima di un tale Boccaccio, solo per citarne alcuni.

Come detto, voglio cercare di accodarmi sempre meno alla teoria della sottovalutazione.

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Sessanta racconti di Dino Buzzati, opera vincitrice del Premio Strega nel ’58

Nel caso dovessimo fatalmente capitombolare potremo costituire un argomento valido al riguardo. Provo a dare per la prima volta una ragione materialistica: sono convinto che l’immagine più familiare che abbiamo del romanzo sia dovuta in parte a come si è evoluto il mercato editoriale durante il secolo scorso. I racconti hanno venduto sempre meno, sono stati riconosciuti sempre meno, e hanno vinto sempre meno premi Strega. E però siamo ancora il paese della forma breve, citando i tuoi e potendone aggiungere molti altri (Parise, Calvino, Tondelli, Mari), quindi eviterei di cercare ragioni troppo antropologiche o pubblicitarie. Oggi è veramente difficile tirare le somme della letteratura, della cultura, della lettura. Fra le migliaia di possibili scelte che un autore può compiere in direzione del rinnovamento la scelta fra romanzo e racconto oggi è solo una. Gli schemi sono destinati a saltare.

Infatti sembra che qualcosa già si stia muovendo a favore del racconto. Me lo suggerisce il buon lavoro, oltre che vostro, di editori come Minimum Fax che stanno puntando sui racconti; l’attenzione sempre maggiore verso le riviste letterarie; il successo nel 2017 di raccolte come I difetti fondamentali di Luca Ricci o Un buon posto dove stare di Francesca Manfredi (1) che addirittura s’è aggiudicato il Campiello Opera Prima.

Hai citato esempi virtuosi. Nel caso di Minimum Fax e Luca Ricci in particolare, si tratta di persone che da anni si prodigano per il racconto. Come potrei parlare io di vento che cambia? L’amore e altre forme d’odio è di qualche anno fa. Così come i racconti di Carver, di Yates, e last but not least gli ultimi libroni di Davide Orecchio e Danilo Soscia. Penso che il mercato sia destinato a cambiare, così come il mondo della cultura. Quale sia la direzione, non saprei dirlo.

– Giuseppe Rizzi –

PS. Sul sito dell’editore, tutto il catalogo è in saldo al 30% di sconto fino al 15 marzo. Ma non fatelo sapere troppo in giro.

(1) Intervista a Francesca Manfredi

3 risposte a "Racconti Edizioni: una realtà encomiabile. Intervista all’editore E. Giammarco"

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