Momenti dell’essere: Al Faro di Virginia Woolf

Nel 1939, Virginia Woolf scrive: «Fino a quarant’anni e oltre fui ossessionata dalla presenza di mia madre. Poi un giorno, mentre attraversavo Tavistock Square, pensai al faro: con grande, involontaria urgenza. […] Scrissi il libro molto rapidamente, e quando l’ebbi scritto, l’ossessione cessò». È a questo passo del diario di Virginia Woolf che generalmente si riconduce l’autobiografismo presente in To the Lighthouse (1927), punta di diamante dell’intera produzione woolfiana e tra le più grandi opere del Novecento, a cui l’autrice – sin dall’inizio della stesura – non affibbia la nomea di romanzo, bensì quella più personale di elegia. Continua a leggere

“Vent’anni”: la necessità di riscoprire Corrado Alvaro

Vent’anni, Corrado Alvaro
(Treves, 1930 / Bompiani, 2016)

Ogni generazione ha i suoi vent’anni, e ogni generazione ha i suoi traumi.
Corrado Alvaro – potremmo definirlo un classico dimenticato del primo Novecento, autore meritevole d’essere riscoperto – racconta i vent’anni e i traumi della sua generazione in un’opera che per lungo tempo è stata il manifesto, il documentario di un’epoca. Lo fa con l’acume di chi, al pari di pochi grandi letterati italiani, sa cogliere e decifrare i notevoli mutamenti in atto nella sua società prima di storici, sociologi e politologi, tanto da renderlo giustamente uno dei cantori della vera Italia. Continua a leggere

Una ballata senza nome per la Grande Guerra

Ballata senza nome, Massimo Bubola
(Frassinelli, 2017)

28 ottobre 1921. Basilica di Aquileia. Una donna vestita di nero. Si chiama Maria Bergamas, viene da Gradisca d’Isonzo; suo figlio, disertore dell’esercito austroungarico, è morto in guerra, il suo corpo non è stato ritrovato. Il compito di Maria è scegliere, tra le salme di undici soldati non identificati, il Milite Ignoto che verrà condotto a Roma e sepolto presso l’Altare della Patria.

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Leggere Malaparte, comprendere Caporetto, capire noi stessi

“E i fanti, senza un lamento, andavano a stendere le proprie carcasse sui fili di ferro spinato, come cenci ad asciugare” (C.M.)

Notte. Sono le prime ore del 24 ottobre del 1917. Cent’anni fa.
Sui monti intorno all’Isonzo è caduta una nebbia fitta ad avvolgere l’oscurità. Le temperature sono bassissime, la terra fradicia per le piogge dei giorni passati puzza ancora di un pessimo tanfo. Non c’è vento a soffiare e le fronde dei larici sono immobili, inghiottite dal buio e dalla nebbia. Si inciampa nelle radici e nei polloni degli alberi, si scivola sul muschio e sui declivi rocciosi che il gelo ha reso viscidi. Oscurati anche a se stessi, celati dalla notte, ci sono oltre duecentomila uomini, inermi, ad attendere la loro morte, come martiri nell’attesa di salire al patibolo. Continua a leggere