Momenti dell’essere: Al Faro di Virginia Woolf

Nel 1939, Virginia Woolf scrive: «Fino a quarant’anni e oltre fui ossessionata dalla presenza di mia madre. Poi un giorno, mentre attraversavo Tavistock Square, pensai al faro: con grande, involontaria urgenza. […] Scrissi il libro molto rapidamente, e quando l’ebbi scritto, l’ossessione cessò». È a questo passo del diario di Virginia Woolf che generalmente si riconduce l’autobiografismo presente in To the Lighthouse (1927), punta di diamante dell’intera produzione woolfiana e tra le più grandi opere del Novecento, a cui l’autrice – sin dall’inizio della stesura – non affibbia la nomea di romanzo, bensì quella più personale di elegia.

Julia Stephen, madre di Virginia Woolf

Un’elegia a cui lo stesso titolo fa riferimento: To the Lighthouse si può infatti tradurre Per il Faro o Al Faro, con il to inglese che da un lato indica moto a luogo, e dall’altro indica la volontà di donarsi, confessarsi alla figura genitoriale di cui il faro è allegoria: la madre, scomparsa prematuramente quando Virginia Woolf aveva solo tredici anni. La stesura di Al Faro muove dunque da una profonda esigenza di liberazione, ed è attivando le proprietà terapeutiche della sua scrittura che l’autrice riesce a dare «espressione a qualche emozione antica e profonda» proveniente dal subconscio, raggiungendo la catarsi, e infine riappacificandosi con i fantasmi dell’infanzia.

In linea con la tradizione modernista, di cui Virginia Woolf è capofila, la trama di Al Faro è molto scarna: la famiglia Ramsay, composta da moglie, marito e sette figli, si sta godendo le vacanze al mare in compagnia di amici. Il romanzo si suddivide in tre parti: La finestra, in cui si racconta una giornata tipo – dal pomeriggio alla cena – dei vari personaggi; Il tempo passa, in cui il protagonista indiscusso è il tempo che scorre e tutto è subordinato al suo incedere inarrestabile, anche la morte; infine, Il Faro racconta il ritorno alla casa al mare di alcuni membri della famiglia Ramsay, e sarà in questa occasione che la gita al faro, saltata dieci anni prima a causa del maltempo, finalmente si compie.

In termini di intreccio non c’è molto di più, ma la complessità del testo risiede in primo luogo nella sua impalcatura narrativa: come si evince dal disegno di Virginia Woolf, la prima e la terza parte del romanzo sono i due blocchi centrali della narrazione, mentre la seconda parte funge da corridoio di raccordo tra La finestra e Il Faro, evocando alla mente una specie di immensa “H”. Queste informazioni sono essenziali per comprendere la costruzione stilistica che caratterizza Il tempo passa, parte tutt’altro che secondaria nell’economia del romanzo poiché redatta usando una tecnica molto cara all’autrice: la dissolvenza incrociata, attinta direttamente dal linguaggio cinematografico.

Esempio di dissolvenza incrociata in Quarto Potere (1941)

La dissolvenza incrociata, nel cinema, viene usata in fase di montaggio allo scopo di creare sezioni filmiche di raccordo, ossia di passaggio in dissolvenza appunto – e non in stacco netto – da una inquadratura a un’altra. Questa tecnica non è di poco conto, poiché produce significato: può segnalare un avvicinamento/allontanamento nello spazio, nel tempo, o addirittura uno zoom nell’interiorità di un personaggio.

Virginia Woolf si avvale di questa tecnica per creare con il tempo passa un’immensa parentesi tonda, e quindi una sezione di raccordo in cui alla dimensione universale del tempo che scorre l’autrice affianca – inserendoli in parentesi quadre – i drammi privati vissuti dalla famiglia Ramsay, come la morte di Mrs Ramsay e dei due figli Prue e Andrew. Nel frattempo, in sottofondo, affiora tra le righe la potenza di un avvenimento dalla portata collettiva senza precedenti: la Prima Guerra Mondiale.

L’esperienza bellica è fondamentale nell’opera di Virginia Woolf (si pensi al personaggio di Septimus Smith in Mrs Dalloway), come lo è per tutti i modernisti, poiché dopo aver segnato l’avvento di una crisi storica senza precedenti, ricorda a tutti il nuovo livello minimo di iniquità umana raggiunto, oltre al fatto che – al pari dell’Io – anche il corpo può frammentarsi: è sufficiente una mina su cui saltare per aria.

In quest’ottica c’è un simbolico legame che lega la guerra alla morte dei personaggi di Al Faro: come muore Mrs Ramsay, la mamma, colei che tiene coesa l’unità delle relazioni familiari incarnando il sostegno, la comprensione, l’amore scevro da ogni egoismo, così un figlio salta in aria durante la guerra e una figlia muore di parto. Venendo meno il collante, viene meno la solidità di una famiglia non più capace di tenere a distanza la fatalità di un destino crudele, così come, a causa dell’esperienza bellica, era venuta meno sia un’intera generazione di giovani uomini, sia una realtà culturale e liberale che, dal reputarsi solida e unitaria, si è dovuta scoprire in tutta la sua frammentarietà, radicalmente in crisi, senza più punti d’appoggio.

In Al Faro, romanzo di conflitti e di non-detto, in cui la realtà si ricostruisce a partire dalle percezioni soggettive dei personaggi, l’indagine dell’Io diventa lo strumento d’analisi per eccellenza, e sono in larga parte le donne che meglio riescono a scandagliarsi mettendo sul piatto, accanto alle futili e autoreferenziali preoccupazioni maschili, non solo i propri intimi turbamenti, ma anche i quesiti centrali di un tempo e di una collettività.

È così che sono Mrs Ramsay e l’amica pittrice Lily Briscoe a enunciare verità significative e disarmanti; disarmanti soprattutto perché prorompono nei momenti di quotidianità domestica più innocui possibile – come dipingere un quadro, servire la minestra a cena, assistere i figli o gli ospiti – cogliendo il lettore di sorpresa, con le difese sguarnite. Perché questa è la prima intenzione autoriale: prendere un momento qualsiasi di una mente ordinaria in un giorno ordinario e riuscire a portare a galla quell’indecifrabile entità che noi tutti custodiamo: l’interiorità, e i suoi tumulti.

L’uso del flusso di coscienza è essenziale a tale scopo, poiché è il solo modo per registrare in presa diretta gli atomi nell’esatto ordine in cui appaiono nella mente, con lo scopo di presentarli ripuliti di ogni impurità, perfetti e veri così, in essenza. Il romanzo è pieno di momenti-chiave, di agnizioni che scattano quando, attraverso il profondo scavo interiore, o tunnelling process, il personaggio riesce a illuminare gli Io finora mai esplorati.

Un esempio si può rintracciare nel momento in cui Mrs Ramsay, mentre lavora al suo calzerotto marrone, si incanta ad osservare un fascio di luce che attraversa la stanza e, contemplandolo, si ritrova a pensare alla sua relazione con le cose inanimate. L’orizzonte mentale, ormai dilatato, andrà oltre la luce, oltre il raggio, sino a sfociare in una vera e propria reverie, una fantasticheria con protagonisti una sposa e il suo amato, probabile rifrangimento distorto e idealizzato di lei e del marito. L’attività così consueta, per una madre, di lavorare a maglia si trasforma dunque in una porta d’accesso verso l’universo sconosciuto e inesplorato del proprio intimo.

Sarà però Lily Briscoe a cui Virginia Woolf concederà l’ultima parola del romanzo, che coinciderà con il più significativo momento dell’essere di tutto Al Faro, anche se il lettore rimarrà in dubbio circa la natura intrinseca della visione di Lily Briscoe, e non potrà che rimuginarci sopra un bel po’, una volta chiuso il libro. Si potrebbe anche suggerire, con un po’ di audacia, che il romanzo rappresenti nella sua interezza un momento dell’essere così come l’autrice lo interpretava: un attimo d’intensa luce, di profonda agnizione verso sé stessi e l’esistenza, esteso per tutta la lunghezza di Al Faro, di cui, tutt’oggi, non possiamo fare a meno.

Angela Marino

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