Premio Strega Europeo ’18: “Patria” di Fernando Aramburu

Patria, Fernando Aramburu
(Guanda, 2017 – Trad. B. Arpaia)

aramburuPatria, uscito in Italia la scorsa estate per Guanda nella traduzione di Bruno Arpaia, è uno dei cinque finalisti candidati allo Strega Europeo. Una saga in cui si narrano le vicende di due famiglie che per tanti anni sono state unite, condividendo tutto, intrecciando storie quotidiane e affetti, ma che si ritrovano su fronti opposti negli anni della lotta armata per l’indipendenza basca. Un romanzo sulla storia recente della Spagna, commovente senza mai scendere nel patetico, una prosa scorrevole, delicata per affrontare temi duri e dolorosi. Aramburu ci parla della sua terra natale a sei anni di distanza dal cessate il fuoco dell’ETA.

Miren e Bittori, amiche per la pelle fin dall’infanzia, sposano Joxian e Txato, inseparabili compagni di carte all’osteria, e quando nascono i figli sembrano un’unica grande famiglia. Poi il Txato fa fortuna con la sua azienda, mentre Joxian rimane operaio e fatica ad arrivare a fine mese, ma le vere amicizie, come la loro, non si fermano di fronte a queste differenze. Sono, però, anche gli anni dell’ETA e il figlio di Miren e Joxian diventa militante, mentre il Txato comincia a essere ricattato in quanto imprenditore. Miren e Bittori si allontanano, tra le due famiglie si insidia l’odio e il rancore. Il Txato si rifiuta di cedere alle richieste di denaro dell’ETA e finisce ammazzato. 

Da una parte abbiamo i familiari di Bittori, vedova di una vittima dell’ETA, e il dolore con cui ognuno di loro deve fare i conti a modo proprio; c’è chi si sente in colpa a essere felice e chi cerca di esserlo a ogni costo, quasi con disperazione. Dall’altra parte i familiari di Miren, madre di un militante, che si trovano costretti a scegliere da che parte stare; c’è chi giustifica i morti ammazzati e chi non riesce ad accettarli.

Una terra dilaniata dalla violenza, dove all’improvviso amici di infanzia, vicini di casa, ex compagni di scuola non si parlano più, attraversano la strada quando si trovano sullo stesso marciapiede. Il clima di terrore pervade la cittadina che impercettibilmente regredisce, passo dopo passo, per lasciar campo ai sospetti, al dubbio che esclude l’altro dalla propria vita. Gli ideali si ergono allora come muri a distruggere legami e dividono in due il paese, senza dialogo, senza possibilità di spiegare se stessi né le proprie ragioni, in un conflitto sempre più solitario, sordo e ostinato. In questa atmosfera emergono chiaramente le conseguenze individuali e collettive delle scelte politiche che ogni personaggio è costretto a compiere nel suo percorso. Il contesto della lotta armata, del terrorismo e della violenza mostrano come non sia possibile astenersi dal parteggiare, come anche il non schierarsi sia una profonda scelta di campo.

Ciascun episodio è raccontato dalla prospettiva di ogni personaggio e senza un ordine cronologico, quindi ci troviamo a rivivere la stessa scena con una tecnica che permette al narratore di mantenersi imparziale e porta il lettore a provare emozioni di volta in volta diverse. I vari punti di vista sono tessere musive che pian piano vanno a completare un quadro generale nella mente del lettore. Così ci caliamo nei panni delle due madri, su fronti diversi ma con caratteri molto simili, burbere e di poche parole; nei panni di Nera, la figlia che vuole andarsene dal paese, determinata a non lasciarsi scappare nemmeno un’occasione per essere felice, o forse, per non pensare; in quelli di Joxe Mari, il militante, ci lasciamo coinvolgere insieme a lui dall’euforia della lotta, dall’ebbrezza della gioventù, quando tutto sembra possibile.

Una lingua incisiva, una trama ben costruita e un ritmo serrato fanno incedere nella lettura senza esitazioni. Più di seicento pagine in cui non ci sono tempi morti, peccato però che Aramburu non trovi lo spazio per interrogarsi sulle ragioni storiche dell’ETA. Il conflitto è qui un dato che si può accettare più o meno criticamente, ma le radici del problema sono supposte e mai indagate, vengono mostrati solo gli effetti finali della tragedia, cioè lo sfaldamento delle relazioni e dei tessuti sociali che i personaggi hanno costruito negli anni precedenti, e la violenza, la negazione del dialogo e della razionalità. Ma le ragioni storiche, politiche di certe scelte, rimangono sospese, fuori dal romanzo.

Aramburu, originario di San Sebastián, decide di scrivere il romanzo in spagnolo con alcune parole in euskera. Una soluzione che lo ha reso accessibile a un vasto pubblico di lettori senza rinunciare alla propria identità basca. La lingua si fa veicolo della cultura di un popolo, a partire dal lessico più pregnante: padre, madre, scuola sono aita, ama, ikastola.

Una tecnica che ricorda quella di molti scrittori postcoloniali inglesi che di fronte alla scelta di scrivere nella lingua della colonia (rinunciando alla propria identità) o nella propria lingua madre (rimarcando l’indipendenza linguistica ma allo stesso tempo limitando la diffusione dell’opera), preferiscono una via di mezzo: la lingua inglese disseminata di vocaboli della propria lingua nativa. Quella di Aramburu è una scelta simile, adotta lo spagnolo con termini baschi, costringendo il lettore, di volta in volta, a cercare la traduzione nel glossario in appendice e a calarsi nella realtà dei fatti con coscienza di ciò che sta leggendo.

Caterina Marchioro

 

Fernando_Aramburu_en_Dresde
Aramburu a Desdra. Fonte wikimedia

Una risposta a "Premio Strega Europeo ’18: “Patria” di Fernando Aramburu"

  1. Non mi spaventa cercare parole per capire appieno il significato, tra l’altro relative ad una realtà che conosco abbastanza bene. Mi è piaciuto ciò che hai scritto, e sono sempre più decisa a leggere questo romanzo. Per restare in argomento, se non l’hai letto, ti suggerisco un altro bellissimo romanzo di uno scrittore basco: Bernardo Atxaga “Il libro di mio fratello”. Se vuoi, lo trovi recensito sul mio blog. A me è piaciuto molto, l’ho riletto due volte perché mi ha conquistato. Ciao!

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