Percival Lowell e i canali di Marte: quando la letteratura incontra l’astronomia

 

Probabilmente pochi di voi hanno sentito il nome di Percival Lowell prima d’ora, ma nei primi anni del Novecento il suo lavoro aveva sull’opinione pubblica l’impatto che oggi possiamo attribuire a qualsiasi influencer. Questo dato è tanto più straordinario se si considera che Lowell non era un fashion blogger né un critico o un letterato, ma un astronomo. 

220px-Percival_Lowell_1900s2Nato nel 1855 in una prestigiosa famiglia del Massachussets, dopo essersi laureato in Matematica ad Harvard passò la giovinezza tra le più disparate occupazioni, tra cui la gestione di un cotonificio e una lunga serie di viaggi in estremo Oriente.
Solo nel 1894 si dedicò totalmente all’astronomia, e lo fece in grande stile, fondando in Arizona, a Flagstaff, il primo osservatorio astronomico progettato ad altitudini elevate appositamente per favorire le osservazioni.

L’elemento dirimente in questa scelta di vita fu la lettura de Il pianeta Marte, best-seller ante litteram dell’astronomo francese Camille Flammarion che convinse Lowell a intraprendere lo studio dei canali di Marte, scoperti nel 1877 dall’italiano Schiaparelli.
Lowell passò buona parte della sua esistenza a studiare, mappare e tracciare la fitta rete di canali che ricoprivano la superficie del Pianeta Rosso secondo le osservazioni prodotte con il suo telescopio d’avanguardia e nella sua opera Marte (1895) avanzò l’ipotesi che tali canali fossero stati costruiti artificialmente da una civiltà d’intelligenza superiore che abitava il pianeta, ritenuto molto più vecchio della Terra e ormai povero di risorse necessarie alla vita.

Comincerà adesso a diventare chiaro perché valga la pena di parlare di Percival Lowell su un lit-blog: l’astronomo statunitense aveva una visione e, giusta o sbagliata che questa fosse, il suo carisma ebbe un impatto gigantesco sull’opinione pubblica e sulla letteratura, nel genere nascente della science fiction.

La più famosa delle opere di fantascienza chiaramente influenzata dal lavoro di Lowell èWar_of_the_Worlds_original_cover_bw La guerra dei mondi di H. G. Wells, pubblicato a puntate sul Pearson’s Magazine nel 1897, cronaca dell’invasione marziana della Terra. Il romanzo abbraccia temi importanti quali la critica al colonialismo inglese e l’evoluzionismo ma è soprattutto una delle prime opere incentrata su un’invasione aliena. In quegli anni, Marte di Lowell conteneva le informazioni più aggiornate disponibili sul pianeta ed è probabile che Wells ne abbia tratto ispirazione. L’interesse dell’autore per il tema della vita extraterrestre è peraltro testimoniato da un articolo divulgativo da lui pubblicato nel 1896 sul Saturday Review e intitolato Intelligenza su Marte.

Il successo del romanzo di Wells fu tale da dare origine ad una vera tradizione letteraria, in cui si inserisce anche Edison’s conquest of Mars, un seguito non autorizzato de La guerra dei mondi pubblicato nel 1898 dall’astronomo e scrittore Garrett P. Serviss, che vede come protagonista lo scienziato Thomas Edison. Serviss era un seguace entusiasta del lavoro di Lowell, e nel 1907 definì le sue ricerche su Marte “affascinanti quanto un tuffo ne Le mille e una notte o nelle storie di Ercole e Teseo.”

A Percival Lowell è dedicato anche il romanzo To Mars by the moon. An astronomical story di Mark Vicks, pubblicato nel 1911: sono allegate all’opera anche le mappe di Marte disegnate da Lowell, usate dall’autore come base per far muovere i suoi personaggi nella geografia del pianeta rosso. Nell’introduzione, le teorie di Lowell vengono presentate come la più corretta interpretazione possibile dei fenomeni legati a Marte.

In realtà in quegli anni la credibilità scientifica delle osservazioni di Lowell cominciava già a vacillare: nel 1907 Is Mars habitable? del naturalista inglese Alfred Wallace criticò aspramente le tesi di Lowell, dimostrando come la temperatura e la pressione del pianeta fossero troppo basse perché potesse esistervi acqua in forma liquida.
Nel 1909, l’astronomo greco Antoniadi osservò Marte con il telescopio di Meudon, a Parigi, più potente di quello usato da Lowell a Flagstaff, e dimostrò come le linee chiamate canali non fossero che un effetto ottico.

La smentita sul piano scientifico delle teorie di Lowell non fermò l’entusiasmo dei suoi seguaci né il proliferare di opere fantascientifiche ambientate su Marte: ricordiamo, tra le più peculiari, Stella Rossa, romanzo del 1908 di Aleksander Bogdanov incentrato sull’esistenza di una società comunista su Marte, recentemente riedito in Italia da Agenzia Alcatraz nella collana Solaris.

Le speculazioni sui canali di Marte si interruppero definitivamente negli anni Sessanta, quando le prime fotografie scattate dalla sonda spaziale Mariner 4 della NASA mostrarono al mondo la vera natura della superficie di Marte, arida e desertica.
Alla morte di Lowell, nel 1916, il dibatto era quindi ancora accesissimo, e buona parte del suo impatto sulla letteratura mondiale doveva ancora mostrarsi – si pensi ad esempio a Lontano dal pianeta silenzioso di C. S. Lewis (1938) o a Cronache marziane di Ray Bradbury (1951). In uno dei necrologi dell’astronomo si legge:

“Il professor Lowell diede a uomini non addestrati la libertà dei cieli, ha voltato l’immaginazione degli uomini verso le stelle e ha cambiato la nostra concezione di quella che può essere la vita nell’universo. Questo, nonostante sia un risultato poetico, è un risultato molto più importante che l’esatta scoperta di ciò che indicano davvero i segni sulla superficie di Marte.” 

Nonostante il suo lavoro si sia rivelato inesatto dal punto di vista scientifico, dunque, Percival Lowell ha il merito di aver aperto a tutti le porte di un campo riservato a pochi, di aver reso popolare la scienza e di averlo fatto lasciandosi attraversare dalle forze più potenti al mondo: la letteratura e l’immaginazione.

Su Marte non ci sono entità aliene pronte ad invaderci, ma questo non rende falso il principio alla base delle condizioni di Lowell: non siamo il vertice di una piramide, non siamo che parte di una ineffabile pluralità.
Concludo dunque con queste potenti e assolutamente attuali parole dell’autore, tratte dalla conclusione di Marte:

“C’è una cosa, tuttavia, che possiamo fare, e anche in fretta: guardare alle cose da una prospettiva diversa dal nostro punto di vista particolare, liberare almeno le nostre menti dai ceppi che legano i nostri corpi, riconoscere la possibilità degli altri nella stessa luce in cui riconosciamo la possibilità di noi stessi. Che noi siamo la somma e la sostanza delle capacità del cosmo è qualcosa di così assurdo da risultare squisitamente comico. Ci vantiamo di essere uomini di mondo, dimenticandoci che questa non è che una obiettabile singolarità a meno che non siamo, in qualche modo, uomini di più di un mondo. Perché, dopotutto, non siamo che anelli in una catena. L’uomo è a malapena la miglior produzione della Terra fino a questo momento. Che lui in qualche modo definisca le possibilità dell’universo è esilarante. Non definisce neanche, come vediamo facilmente, quelle del suo stesso pianeta. Migliora costantemente fin da un passato immemore e continuerà apparentemente ad evolversi fino ad un incalcolabile futuro.” 

Loreta Minutilli

3 risposte a "Percival Lowell e i canali di Marte: quando la letteratura incontra l’astronomia"

  1. E che dire di Edgar Rice Borroughs (1875-1950) col suo Ciclo di Marte iniziato nel 1912? Anche se il ciclo più noto del romanziere statunitense è quello di Tarzan.

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