Neve nera: un romanzo in chiaroscuro

Neve nera, Paul Lynch
(66thand2nd, 2018 – Trad. R. Michelucci)

neve nera

Neve nera è la coltre di cenere che si deposita su un villaggio irlandese nell’ultimo romanzo di Paul Lynch, duro e feroce, con un’ambientazione tutta a tinte scure, come evoca la bella copertina scelta dai tipi di 66thand2nd. Uno sfondo cinereo per un’umanità spietata e misera, delineata da una prosa materica, densa di sensazioni tattili, e resa in italiano da Riccardo Michelucci, traduttore anche di Cielo rosso al mattino. Una scrittura corposa, impegnativa e particolarissima che già di per sé è un ottimo motivo per leggere il libro.

Irlanda rurale, prima metà del secolo scorso. Barnabas, emigrato negli Stati Uniti tanti anni prima per tentare la sorte, quando finalmente riesce a tornare nel Paese natale non trova l’accoglienza che si aspettava. Viene considerato un traditore, come se a emigrare ci fosse un’alternativa, come se fosse una scelta felice, addirittura un capriccio. Così, dopo essere stato straniero in America, dove aveva lavorato come manovale, si ritrova straniero in casa propria, in una vita sempre ai margini, nell’ostilità circostante.

Il romanzo si apre su una scena quotidiana di vita in campagna, un attimo prima che si inneschi la tragedia e le fiamme divorino la fattoria di Barnabas e uno dei suoi braccianti. Da quel momento in poi, i personaggi si muovono come al rallentatore fino ad arrivare a un fermo immagine, in un frastuono ovattato in cui riecheggia solo l’agonia dei muggiti del bestiame. È un’atmosfera cupa e minacciosa, da giudizio universale, che ricorda certe ambientazioni di Cormac McCarthy. E alla fine, nell’immobilità postapocalittica, l’unico movimento è quello dei rapaci che planano dall’alto: nefasti, lugubri, spettrali.

L’incendio scandisce un punto di non ritorno e una volta domato niente tornerà come prima. A partire dall’odore di bruciato che si è infiltrato ovunque, e non importa quante volte vengono lavati gli stessi panni, le fibre sono state impregnate di fumo e di morte, così come sono stati contaminati gli animi. Barnabas chiede aiuto per ricostruire la fattoria, ma tutti gli consigliano di vendere i terreni. Con ostinazione decide di non arrendersi e finisce per scontrarsi con la piccola comunità cattolica osservante di cui fa parte, che si rivela diffidente e ostile verso il prossimo, soprattutto se “diverso” perché emigrato in America, e sempre pronta a elargire consigli ma restia a dare una mano senza un tornaconto personale.

fattoria

Lynch, che nelle descrizioni dà il meglio di sé, ci conduce in un villaggio rurale dell’Irlanda, chiuso in se stesso e nei propri pregiudizi, in superstizioni ancestrali che si intrecciano con la religione. Nel dramma di un uomo che perde tutto – il bestiame, le stalle, un amico – e mette a dura prova l’equilibrio della propria famiglia, l’autore indaga gli aspetti più oscuri e fragili dell’animo umano. Ognuno è ripiegato sul proprio dolore, sulle proprie reazioni per cercare di elaborarlo.

Barnabas non è afflitto dai sensi di colpa per la morte del suo bracciante, come il lettore si aspetta e in cuor suo spera, ma è dilaniato dalla disperazione di aver perso tutto e dall’amarezza di trovare solo dinieghi ogni volta che chiede aiuto. Dal canto loro, i vicini non sono disponibili a collaborare, facendosi portavoce di una comunità gretta e meschina. Eppure, il senso di una comunità non dovrebbe essere proprio quello di difendere i suoi componenti, di rimanere solidali? Qual è il discrimine tra chi sta dentro e chi sta fuori?

Nel romanzo non ci sono buoni e non si salva nessuno, nonostante i toni biblici non c’è un insegnamento universale, una morale da seguire, rimane solo la consapevolezza che homo homini lupus. E di fronte a tanta meschinità, viene da guardarsi dall’esterno e compatirsi in questa guerra tra poveri, e chiedersi se nell’Italia di oggi, a distanza di più di settant’anni, siamo poi tanto diversi.

Caterina Marchioro

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