Alessio Paiano, “L’estate di Gaia”: neoavanguardismo 2.0

L’Estate di Gaia, Alessio Paiano
(Musicaos Editore, 2018)

estate-gaia-2-2L’estate di Gaia è un esordio atipico nel panorama della poesia, sia tra i volti già noti sia tra gli emergenti. L’opera è difficile da inquadrare per complessità e per mole del materiale trattato. È un poliedro chimerico, dove ogni faccia compenetra l’altra. Paiano conosce bene il suo orto, ha in mente certamente lo sperimentalismo del Pound dei Cantos, il Sanguineti delle Malebolge, Joyce puntualmente ripreso, il Carmelo Bene del Mal dei fiori per le elisioni, e, infine, lo Zanzotto dei simboli prelevati da altri alfabeti – quando non icone – o delle destrutturazioni semantiche.

In Paiano la tradizione si riconosce per sfaldarsi, come avviene socialmente oggi. L’estate è totale in questo libro, ma non abbraccia la durata temporale effettiva del periodo da giugno a settembre, quanto piuttosto una durata mentale, rompendo, così con D’Annunzio, in cui Alcyone seguiva questo corso naturale. Infine, anche qui, l’estate, è da considerarsi es-tate, cioè caratterizzata dal moto erotico per cui il nostro protagonista, Camicia Pezzata, viene spinto a cercare il nome di Gaia_91, mosso dalla spinta di un eros 2.0.

Non mancano nemmeno poesie omonime a quelle ormai impresse nel DNA della tradizione. Una tra tutte X Agosto, che certamente rimanda a Pascoli per il titolo, ma che in Paiano diventa un escamotage per definire lo spaziotempo esterno in cui la sua opera si colloca, cioè in un melting pot, un “pantano”, dice l’autore, che si chiama epoca contemporanea, riportando a livello stilistico la caciara politica (città italiana immondezzata), sociale (Saggio sul turismo salentino), letteraria (la questione editoriale I, II) in cui nuotiamo.

Ma L’estate di Gaia non è solo questo connubio citazionistico alla Eliot: Paiano porta alla luce una critica dissacrante dell’hi-tech contemporaneo attraverso una narrazione che a volte diventa sia metanarrazione che metapoetica. Ne L’Estate di Gaia si muovono due personaggi, o, meglio, “anagrammi digitali”: Camicia Pezzata e Gli autori, verso quel profilo digitale e immateriale di Gaia – che viene presentata emulando graficamente sulla pagina la struttura di un profilo Instagram – e lei sarà l’oggetto del desiderio e motore di tutta la “storia”. Si parla di un moto che resta immateriale, psichico, come la parola pronunciata, in questa dialettica tra corporale e digitale che si sdipana nel libro. Sembra di stare in uno stream of consciousness, che, però, segue una struttura ben architettata, comprendendo anche le cestinature con una poesia, Il treno lecce-roma (un epilogo annunciato), che è quasi totalmente cassata. Inoltre, basta vedere la scrupolosità con cui l’indice è stipulato e che mostra lo scheletro del libro.

Tra i punti nevralgici troviamo il giullarismo no-sense, cioè tutto quello che in qualsiasi altra opera sarebbe stato tagliato fuori, il rimosso, invece, qui, iperpresente. Ma tutto tende all’ipernarrazione solipsistica a cui i social ci hanno abituato, a quest’ansia di esserci. Ma Camicia Pezzata non c’è, è un panthasma perché manca di gesti, o di un tu realmente definito per definirsi, l’incontro per essere viene meno. Siamo nel negativo in cui regna il surplus, l’eccesso, il consumismo, i concorsi, l’arrivismo, il tutto regna senza pietà perché si cerca un profilo, un perimetro-limite, che nel nostro tempo però resta un’idea, e restando idea, genera angoscia.

Nella lettura del libro più volte l’impaginazione viene violentata, più volte la disposizione tradizionale delle poesie viene stravolta proponendo degli incolonnamenti sull’asse orizzontale, e capita siano anche capovolte; e, in queste occasioni, maggiormente è presente la rivisitazione linguistica del poeta, che avviene mediante neologismi e un lessico di matrice futurista. A livello linguistico, in cui il linguaggio e la lingua deflagrano in campi semantici disparati fino al limite del no-sense e addirittura a volte, quando questi sono mescolati in una poltiglia che comprende anche simboli extra-linguistici appartenenti ad altri linguaggi, spesso confluiti anche in una scriptio continua, la prosodia viene mandata in crisi (LEMMARIO APPUNTI PER PROGETTI FUTURI).

In apertura del libro c’è un saggio brevissimo in cui viene data la giustificazione del libro e una breve introduzione per la lettura, per non fuorviare il lettore. È una nota un po’ superflua perché il suo contenuto risalta dalle pagine-schermo in maniera chiarissima, in maniera antilirica.

Più volte durante la lettura ci si accosta al tema del rimosso («svuota il cestino»), inteso come aggiornamento della pagina di lettura, che è la sua successiva come una nuova pagina che spodesta la precedente. In tutto ciò il tempo della memoria è ridotto al tempo stesso della lettura, come siamo abituati ora con i nostri dispositivi. Ma Paiano fa una critica fine, senza troppo scaturire in un romantico abbasso la tecnologia viva le lettere, invece, fa una sorta di studio di imbecillimento antropologico che devasta tanto a livello di paesaggio interiore, quindi psicologico, quanto a livello di paesaggio esteriore, cioè l’effetto che il turismo di massa ha sul paesaggio salentino.

Per concludere questa breve nota di lettura, si deve dire che il libro presenta pochi difetti. Per chi si aspetta un libro di poesia, troverà un libro difficile, dove la poesia è la non-poesia, non è per gli abituali lettori di poesia tra le top ten del mese, ma è qualcosa di monumentalmente antilirico, un esperimento che scardina il consueto.

 

LUCIDE CONSIDERAZIONI

SULLE NUOVE GENERAZIONI

I.

Attesa del ricordo di me sulla porta

di te passeggiando in punta di piedi

dirti un paio di cose sul romanzo

rotto cartoccio di rose mai date

che mi cade

-Non  ti piace?- Le frasi a casaccio,

l’ostentazioni in scittura… –

Inquadratura: (diciamo) anni fa

da queste panche le tue gambe

chiudeva il canto quell’accento incatenato di lontano

– Queste cose non ci emozionano più, nevvero? –

E (infatti!) m’han travolto tonnellate

di cose, minuti sassi consumati tacchi

Quanti chili pesavo, i capelli

com’erano? Non ho una foto,

si sono perse nel gomitolo di rame

Cancellato il profilo nulla rimane

 

Michele Maggini

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