“Trovami un modo semplice per uscirne”: la guida pratica alla Rivoluzione di Nicola Nucci

Trovami un modo semplice per uscirne, Nicola Nucci
(2019, Dalia Edizioni)

COPERTINA_Prima-Trovami un modo semplice per uscirne_bordoDa alcuni giorni è in libreria Trovami un modo semplice per uscirne, opera d’esordio di Nicola Nucci arrivata in finale alla XXXI edizione del Premio Calvino e pubblicato da Dalia Edizioni

È difficile trovare una definizione per questo testo: romanzo sembra un termine inadeguato per questo un lungo dialogo ininterrotto tra due personaggi, che inizia e finisce in medias res senza introduzioni. Non è però neanche un testo del tutto teatrale: anzi, la lettura permette di apprezzare il coraggio di scelte stilistiche e lessicali che forse non avrebbero il giusto risalto sul palcoscenico. Inutile chiedersi quindi cosa si sta leggendo prima di immergersi in questo botta-e-risposta fiume che si fa divorare tutto d’un fiato.

A parlarsi sono due ventenni, Nick e un amico senza nome, chiusi nello scantinato di Nick nel mezzo di una noiosa e oziosa settimana di ferie. Di loro non sappiamo molto – qualche dato biografico sparso, informazioni sulla loro famiglia, sugli amici e sul lavoro, ma nulla che ci permetta di inquadrarli come singole persone: sono piuttosto esemplari tipo di una generazione, ed è proprio la generazione dei ventenni contemporanei che fa da protagonista all’opera e che si svela battuta dopo battuta.

La conversazione parte da una macchia di umido sul soffitto scambiata per una stella cometa, passa alla musica e ai Kings of Convenience che non sono mai riusciti a compiere il grande salto per colpa della grande distribuzione, e approda infine al tema principale: la rivoluzione. Cos’è, come si fa, perché bisogna farla? I due protagonisti cercano risposte a queste domande tra repentini cambi di idea, digressioni e pareri discordanti per tutto il resto dell’opera.

Il tono è a tratti ironico, dissacrante: la rivoluzione – anzi, come ben presto viene denominata, Rivoluzione! – ha contorni incerti, passa dall’essere una festa all’essere un prodotto, ha bisogno di essere venduta, finanziata, di avere un testimonial, una location e una colonna sonora; l’unica cosa certa rimane la gloria che i due rivoluzionari guadagneranno dal gesto eroico e le donne che accorreranno a fiumi verso di loro.

La necessità di fare qualcosa dei protagonisti nasce però da un disagio reale e tangibile, che emerge in pezzi come questo:

 «- Non lo senti come una specie di formicolio?
– Cos’è che dovrei sentire?
– Tipo una voglia di gridare al mondo ‘sta rabbia, no?
– Delle volte capita.» (p. 82)

Potrebbe sembrare che per fare la rivoluzione basti un po’ di buona volontà, ma il problema è articolato, le complicazioni sorgono battuta dopo battuta e, in definitiva, prima di mettersi all’opera bisogna trovare un modo semplice per uscirne, come suggerisce il titolo (che a sua volta cita una canzone dei Verdena).

Lo stile ricalca vivacemente la lingua parlata e non si spaventa davanti alla necessità di usare interiezioni e di intervallare i discorsi più profondi a scambi che sembrano quasi parlare del nulla: la narrazione si modella insomma sulla ricostruzione più fedele possibile di una vera conversazione tra due amici annoiati. Questo scopo viene raggiunto e crea un’efficace dissonanza con il contenuto – profondo, a tratti assurdo e inverosimile – della conversazione tra i due. Si ha insomma la sensazione di assistere alla rappresentazione di qualcosa che non è successo nella realtà, ma che è, nella sua essenza, vero, specchio di una condizione reale della società.

Tra le righe di Trovami un modo semplice per uscirne risuona l’eco di Aspettando Godot, in una versione attualizzata, trivializzata nei temi ma non nelle esigenze a cui cerca di dare espressione. La lettura è quindi consigliata agli amanti del teatro dell’assurdo, a chi non ha paura di affrontare un testo sperimentale e spiazzante e ai grandi che vogliono capire come funzionano i giovani.

Loreta Minutilli

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