Silvio D’Arzo e ‘Casa d’altri’, ovvero “il miglior racconto italiano”

Cos’è Casa d’altri? «Un racconto perfetto» stando all’opinione illustre di Eugenio Montale. Oppure «Il miglior racconto del Novecento italiano» come s’è espressa buona parte della critica. O più umilmente si potrebbe rispondere: «Un’assurda vecchia: un assurdo prete: tutta una assurda storia da un soldo» citando le parole che il protagonista esprime sul finale.
Spostandoci a un livello più alto d’astrazione, possiamo definire Casa d’altri il capolavoro di Silvio D’Arzo, oltre che, come definito da qualcuno, il punto di arrivo del suo intero percorso artistico: l’opera a cui aveva dedicato le energie migliori di una breve, travagliata vita, conclusasi per una malattia il 30 gennaio 1952, sette giorni prima che D’Arzo compisse trentadue anni, e pochi mesi prima che la versione definitiva di Casa d’altri venisse finalmente pubblicata. 

leadImageMa chi era Silvio D’Arzo? Nato Ezio Comparoni a Reggio Emilia nel 1920, non ha mai firmato le sue opere a suo nome. È stato di volta in volta Raffaele Comparoni, Andrews Mackenzie, Andrea Colli, Oreste Nasi, Sandro Nadi e Sandro Nedi, prima di diventare Silvio D’Arzo. Il suo cognome all’anagrafe è quello della madre. Ezio non ha mai conosciuto l’identità del padre: stando a quanto ricostruiscono i suoi biografi, l’assenza ingombrante della figura paterna ha gravato su di lui come una condanna. Il suo spirito è stato angosciato altrettanto dalla miseria del suo status sociale. Cresciuto nella provincia emiliana in precarie condizioni economiche, solo con la madre, Ezio ha potuto frequentare gli studi ginnasiali prima, liceali poi e infine universitari grazie ai sussidi messi a disposizione sia per il disagio familiare sia per ragioni di merito e profitto.

Come ha ricordato il suo amico Giannino Degani: «Mi diceva una volta ch’io non potevo immaginare che cosa voglia dire per uno scolaro dover pensare sempre ad ottenere l’ottimo dei voti, sotto la minaccia di non potere continuare a studiare. E poiché la sua fu vera povertà, la tenne dignitosamente nascosta, soffrendo di quel sentimento degli esclusi, che gli impedì di arrivare più rapidamente a quella forma d’arte quale la vedeva più chiaramente in questi ultimi tempi».

sda_infanzia08Si laurea in lettere a Bologna sul finire del 1941, pochi mesi più tardi sarà chiamato a combattere la seconda guerra mondiale. Fatto prigioniero a Barletta dai tedeschi all’alba dell’armistizio, riesce a scappare e torna nella sua Emilia per svolgere la professione di insegnante. Prima, dopo e durante la guerra pubblica racconti, saggi critici e storie per ragazzi. Legge e si fa ispirare dagli autori americani, che in quegli anni venivano tradotti per la prima volta in Italia da Pavese e Vittorini tra gli altri, come i vari Faulkner, Steinbeck, Dos Passos, dei quali poi Ezio amava discutere insieme ai suoi amici.

Ma guai a rivelare le sue aspirazioni di scrittore, che a lungo restarono segrete persino ai suoi conoscenti e familiari. Non rivelava la sua vera identità neppure ai suoi editori. Osò farlo eccezionalmente con Emilio Cecchi, nel rispondere con euforia a una lettera del 1947 in cui l’insigne critico commentava favorevolmente il manoscritto di quello che sarebbe diventato Casa d’altri. All’epoca si intitolava ancora Io prete e la vecchia Zelinda, era notevolmente più breve – ridotto a qualche pagina appena e composto soltanto da cinque capitoletti, rispetto ai quindici della versione definitiva – e venne pubblicato in “L’illustrazione italiana” del luglio 1948.

Che Casa d’altri rappresenti l’epilogo, la summa di tutto quel che D’Arzo aveva scritto, quasi che gli altri racconti, i tentativi incompiuti di romanzo non fossero che un unico esercizio per giungere a scrivere e perfezionare questo racconto, lo dimostra proprio il fatto che dell’opera si sono succedute negli anni diverse versioni, di cui ritroviamo alcuni frammenti anche in qualche altro racconto, come Alla giornata. D’Arzo non ha mai smesso di lavorarci, forse anche al costo di ritardare l’inizio di quell’ambizioso romanzo che sarebbe dovuto essere Nostro lunedì e che avrebbe avuto per firma Ignoto del XX secolo, uno pseudonimo che più di tutti gli altri usati da Ezio Comparoni si addiceva alla sua personalità. Secondo quel che hanno raccontato alcuni amici fidati, il romanzo sarebbe constato, nelle intenzioni di Ezio, di almeno cinquecento pagine e avrebbe perseguito l’aspirazione di essere un romanzo generazionale, al cospetto del quale Casa d’altri non avrebbe potuto reggere il confronto. Complice anche la malattia, di Nostro lunedì non ci è pervenuto nulla fuorché la prefazione.

E arriviamo finalmente a dire, più nello specifico, di cosa tratta Casa d’altri, questo racconto trascurato, poi riscoperto, osannato, e ad oggi di nuovo relegato alla conoscenza di una nicchia.
A raccontare la vicenda è un prete che ormai ha perso le ambizioni e le speranze di gioventù ed è relegato al ruolo di “prete da sagre” in un paesino emiliano in cui nulla accade, e la vita degli uomini e delle donne non ha nulla di diverso da quella delle bestie. Si nasce, più spesso si muore, nel mezzo si lavora, si fatica, si impara ad accettare il destino.

«Io ho una capra e la porto sempre con me: e la mia vita è quella che fa lei, tale e quale. […] Ecco che cosa faccio io: una vita da capra.»

Così si confessa la vecchia Zelinda al prete. E sarà proprio il suo arrivo nella vita del prete a spezzare il riprodursi costante e sempre uguale dell’esistenza. Zelinda si presenta da lui quando ormai viene notte, con una domanda insolita e che al prete risulta anche piuttosto maliziosa. «È vero o no che anche voi… sì, la Chiesa… ammette che due che si sono sposati possono anche dividersi, e uno è libero poi di sposare chi vuole?» Il prete cerca di spiegare quello che è il punto di vista cattolico, un po’ impacciato e un po’ indignato. Quand’ecco che Zelinda s’interrompe e va via. E il prete sa che se la vecchia ha percorso più di due chilometri per andare da lui, alla fine di una lunga giornata di lavoro, e altrettanti ne dovrà percorrere col buio per tornare a casa, non è certo per quella sola curiosità.

Dopo quell’incontro, la sua vita sembra riprendere colore. Il pensiero del segreto che nasconde Zelinda non gli dà pace. Ogni giorno va al fiume a osservarla mentre lava i panni, nella speranza di parlarle ancora e sentire cos’ha da dire.
Così prosegue il racconto, fino al momento in cui avverrà l’atteso incontro, del quale non dirò nulla. Impossibile davvero aggiungere altro nel rispetto del lettore che vorrà leggerlo.

Casa d’altri è un’opera densissima che nel suo esiguo volume contiene una quantità imponente di massa letteraria. Appena 45 pagine nella piccola edizione tascabile Einaudi, e va da sé che è impresa ardua trovare un equilibrio tra quel che occorre dire per illustrare il racconto e quello che bisogna omettere per non svelarlo al lettore. Possiamo ancora aggiungere che in essa si intravedono innanzitutto l’attenzione e l’interesse per la vita di provincia e per il piccolo mondo antico, che rappresentano il filo rosso della produzione darziana. La vita appare come una condanna da accettare e dalla quale non è ammesso fuggire. Le sofferenze e l’apatia dell’esistenza, in comune al prete, a Zerlinda e all’intero paese e fors’anche alle bestie, sono molto probabilmente il riflesso della condizione meschina di Ezio Comparoni: le sue tribolazioni interiori, la durezza dello stare al mondo, il fare i conti con l’ambizione letteraria e la difficoltà di ottenere frutti all’altezza delle proprie aspirazioni.

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Comparoni (secondo da destra) insieme ad alcuni amici nel 1940

Per concludere questo articolo, non resta che tracciare brevemente l’interessante traiettoria seguita da Casa d’altri a partire dal 1952, allorché il racconto uscì definitivamente dal suo autore e la vita di Ezio Comparoni giunse al termine.

La fama di Silvio D’Arzo si consolidò postuma come per altri grandi della letteratura italiana. Innanzitutto va segnalata la recensione entusiastica di Eugenio Montale a Casa d’altri nel ’54, come già riportato all’inizio dell’articolo. Negli anni successivi segue una rivalutazione delle opere di Comparoni e una progressiva ripubblicazione in volume presso importanti editori. Il vero acme dell’apprezzamento per l’opera darziana è rappresentato dagli anni ’70, durante i quali alcune opere iniziano a essere tradotte all’estero. Nel 1971 un articolo di Giorgio Bassani sul Corriere della Sera cerca di riportare l’attenzione del pubblico e della critica verso Casa d’altri, definito un capolavoro dallo scrittore ferrarese.

montale
Stralcio dell’opinione di Montale sul Corriere, il 10 marzo 1954

All’insigne giudizio di Bassani seguirà quello di Attilio Bertolucci, rivolto non solo a Casa d’altri ma anche a diversi altri racconti, come Buon Corsiero.
Nel 1978 Einaudi pubblica Penny Wirton e sua madre, romanzo breve per ragazzi, che riceve importanti recensioni da parte – tra gli altri – di Giovanni Raboni e Enzo Siciliano. Un altro autore che apprezzerà tantissimo Silvio D’Arzo sarà Pier Vittorio Tondelli, che più volte nei suoi romanzi citerà D’Arzo e le sue opere. Tra gli anni ’80 e ’90 ancora studi critici riguarderanno D’Arzo, in particolare da segnalare quelli a cura di Eraldo Affinati, che paragona le novelle dell’autore reggiano a quelle di Kafka, Cechov, Puskin ed Hemingway. Nel 1995, ancora, Bompiani pubblica una nuova antologia di racconti darziani, accolta con interesse da Raffaele La Capria sulle pagine del Corriere.

Negli ultimi due decenni, invece, di Silvio D’Arzo e di Ezio Comparoni si parla sempre meno, e altrettanto poco si pubblicano ancora i suoi racconti, molto spesso fuori catalogo o comunque difficili da trovare. Dopo la sua riscoperta nell’ultimo Novecento, e pur essendo ancora ritenuto da buona parte della critica il miglior racconto italiano, Casa d’altri rischia oggi un nuovo oblio insieme al suo Ignoto autore.

Giuseppe Rizzi

 


Le informazioni bibliografiche dell’articolo derivano da:
Silvio D’Arzo: una vita in affitto, di Eraldo Affinati, in prefazione a Casa d’altri e altri racconti, Einaudi, 1999
Silvio D’Arzo. Un bilancio critico, di Roberto Carnero, Interlinea, 2002

La citazione di Degani è tratta da:
Carnero, op. cit., p. 15. Fonte originale: Ricordo di Silvio D’Arzo, di Giannino Degani, in “Emilia” (4), 1952

Le foto dell’autore:
sono prese dall’archivio online della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia (www.panizzi.comune.re.it)

Il dipinto in anteprima:
Odoardo Borrani, La raccolta del grano sull’Appennino, 1861

4 risposte a "Silvio D’Arzo e ‘Casa d’altri’, ovvero “il miglior racconto italiano”"

  1. Ringrazio anch’io che me lo sono andato a prendere a prestito in biblioteca civica (e ho avuto la fortuna di averlo trovato e di aver visto che ce ne sono altri di D’arzo). E non è la prima volta che mi capita leggendo questo blog! Da tempo noto che le politiche commerciali degli editori si preoccupano più che altro di proporre – comprensibilmente – in continuazione novità, titoli e autori che ricordano quell’attore shakespeariano che “si agita e pavoneggia per un’ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa più nulla” (Macbeth iv, 1 se non ricordo male). Fa più che bene questo blog a ricordare che ci sono stati anche altri autori magari letterariamente più validi ma che la logica commerciale quanto mai frettolosa ha relegato nel dimenticatoio. Sarei tentato di suggerire ai blogger di costituire una rubrica apposita dedicata a questi autori, una rubrica da rivolgere agli editori perché ristampino (o rieditino con nuova traduzione e cura, introduzione ecc.) appunto questi autori.

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