Le figlie di Salem: evoluzione di una psicosi collettiva

Le figlie di Salem, Thomas Gilbert
(Diabolo Edizioni, 2019)

lefigliedisalem_copertina.jpg

Salem Village, 1691. 
Abigail Hobbs è una ragazzina di tredici anni, coi capelli neri e lunghi. Aiuta i suoi genitori con le faccende di casa, si reca al fiume a prendere l’acqua e ricama con estrema bravura. La sua vita procede con tranquillità all’interno dei confini di un villaggio nel quale regna apparentemente la quiete. Purtroppo si tratta solamente della calma prima della tempesta, e Abigail non può neanche lontanamente immaginare l’entità della follia e della violenza che stanno per arrivare.

Tutto ha inizio quando Peter, un amico di infanzia di Abigail, le regala un piccolo asino di legno che lui stesso ha intagliato. Peter è innamorato dell’amica e spera così di conquistarla. Abigail accetta il dono e la voce si sparge in tutto il paese con una velocità sorprendente, arrivando alle orecchie della sua matrigna. La donna, furiosa, le taglia i capelli e la costringe a celarli sotto la stoffa: oramai è cresciuta, si è fatta adulta e non può concedersi agli uomini così facilmente; anzi, deve essere come invisibile, tenere lo sguardo basso, non rivolgere loro la parola. Per la prima volta, la tredicenne entra in contatto con una atroce repressione e inizia a rendersi conto del vero volto di Salem, intrisa di una religione morbosa.

Contemporaneamente, il villaggio viene colpito da un’aspra carestia: i raccolti marciscono, la gente è affamata e, non trovando soluzioni concrete, pensa invece a qualche malocchio o tranello del Maligno. Anche la chiesa del paese è povera e il reverendo Parris cerca in tutti i modi di guadagnare i tributi e il rispetto. Parris, un uomo apparentemente dai saldi valori religiosi, è invece un perfido individuo privo di scrupoli, che non si esita a sfruttare la sua figura di pastore e le paure della popolazione per raggiungere i suoi scopi, per celare le malefatte che compie e innalzarsi a paladino della giustizia, della sicurezza e della fede.

Viene così costruito un dettagliato diorama: c’è il villaggio di Salem, con le palizzate che lo separano dal bosco circostante, a quanto pare brulicante di demoni sguinzagliati dallo stesso Satana; ci sono gli abitanti, presi dalla follia violenta del controllo che si organizzano in ronde e seguono qualunque scia di sospetto, compiendo efferate uccisioni; ci sono gli indiani che abitavano quelle terre prima che i coloni gliele strappassero, che vengono visti come i nemici e i portatori di credenze pagane o, peggio ancora, sataniche. Tuttavia, in poco tempo il nemico cambia volto e passa dall’esterno all’interno del perimetro cittadino.

Infatti, se in un primo momento la paura degli indiani che si annidavano nei boschi era largamente serpeggiata, successivamente i fanatici guidati da Parris iniziano a vedere Satana nel villaggio stesso, nei loro stessi concittadini: il dito viene così puntato contro le donne, simbolo di tentazione diabolica e ritenute streghe deviate dal Demonio. Ciò si traduce in un’escalation di violenza, ipocrisia e maldicenza, che porta all’incarcerazione di centotrenta donne accusate di stregoneria.

Thomas Gilbert ci fa entrare direttamente nelle case di Salem, mostrandoci per intero la nascita e l’evoluzione della psicosi. L’autore vuole raccontare il villaggio nelle sue varie sfaccettature, focalizzandosi sulle diverse attività che compongono la vita di fine seicento, dalle funzioni religiose nella chiesa di Parris alle serate passate a bere in taverna. A metà tra finzione e ricostruzione storica, nelle quasi duecento pagine che compongono l’opera si susseguono senza sosta scene (e scenografie) diverse e non sempre legate tra loro al meglio: ne risulta una parziale perdita di integrità dell’intero fumetto, singhiozzante in più di un caso.

La sceneggiatura è infatti il punto debole dell’opera, il cui ritmo è spesso incerto. Gilbert, inoltre, dedica una particolare attenzione ad alcuni personaggi e alle loro riflessioni, esprimendone direttamente i pensieri sotto forma di balloon che si vanno a confondere col parlato. Si crea così una particolare stratificazione all’interno della tavola e delle vignette, con la compresenza di un livello esteriore “vocale” e uno interiore “cerebrale”. Tuttavia, anche in questo caso sembra che l’autore non riesca a dare consistenza al racconto e a trattare al meglio il grande numero di personaggi che si trova a dover gestire: così, la narrazione è per certi versi caotica e torbida.

Come ne La saggezza delle pietre (il precedente lavoro di Thomas Gilbert, pubblicato nel 2017 sempre da Diabolo Edizioni), anche ne Le figlie di Salem è centrale la figura femminile. La saggezza delle pietre si concentrava principalmente sul rapporto maschio – femmina, raccontando la storia di una donna messa in ombra da un compagno che la sovrastava e dal quale risultava essere dipendente. In questo caso invece la centralità della figura femminile emerge dal tema della repressione dell’identità e dalle barbare disparità che colpiscono tutte le donne di Salem: Abigail è la protagonista della storia, ma è solo l’ultimo ingrandimento del microscopio che l’autore utilizza per analizzare la cittadina. Specialmente nelle fasi finali dell’opera, il racconto abbraccia l’intero gruppo di prigioniere, che diventano quasi un unico personaggio armonico.

Gilbert mantiene anche in questo fumetto il suo tratto sottile, sinuoso, estremamente incisivo. La mano delinea figure morbide e dinamiche, personaggi con volti e pose espressivi. Tratto distintivo dell’autore è la sua passione per il grottesco e per la raffigurazione di scene inquietanti a carattere orrorifico: così, sfogliando il fumetto si osservano figure deformate, demoni che stillano sangue, visioni oscene. Inoltre, l’assenza di onomatopee catapulta il lettore in un mondo sospeso, in cui ogni parola appare come un sussurro inquietante.

Le figlie di Salem è dunque un racconto sulla discriminazione, sulla paura del diverso, sulla follia umana: il Processo alle streghe di Salem è una vicenda accaduta più di trecento anni fa e ancora tremendamente attuale. Thomas Gilbert realizza un’opera molto complessa, articolata e stratificata, talvolta perdendosi lui stesso all’interno dell’architettura che ha costruito. In ogni caso, ci troviamo di fronte a un valido autore, capace di colpire nel segno con le sue riflessioni e il suo stile stravagante: di pagina in pagina, la spensieratezza lascia il passo alla mostruosità, la serenità alla tenebra, dando origine a una strana mescolanza di fiaba e orrore, di sogno e realtà. Come ne La saggezza delle pietre, Gilbert riempie le pagine di immagini angosciose, raffigurate con uno stile che lambisce la bocca stessa dello stomaco e penetra in profondità.

Francesco Biagioli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...