Il delirio di un gelato alla fragola: Come diventai monaca

Come diventai monaca, César Aira
(Fazi, 2019 – trad. R. Schenardi)

come-diventai-monaca-673x1024Come diventai monaca, di César Aira, è sicuramente un romanzo atipico, così atipico da rasentare la follia. La vicenda si apre con il protagonista, un César bambino che viene portato dal padre a mangiare il primo gelato della sua vita. La famiglia, infatti, da sempre vissuta nell’Argentina rurale, si è appena trasferita nella città di Rosario; per inaugurare questa nuova vita, papà Aira decide di comprare al figlio il suo primo cono gelato, convinto di fargli scoprire una squisita golosità. Nel fatidico momento del primo assaggio, però, il piccolo César scoppia in un pianto rotto dai conati di vomito: quel gelato alla fragola è inconcepibilmente schifoso. L’episodio da nulla si trasforma presto in un sopruso, un trauma. Una rottura avviene nella psiche del protagonista: da quel momento una tortuosa voragine di sensazioni, pensieri e allucinazioni si apre tra le pagine del romanzo, e il lettore è inghiottito nella morbosa sensibilità del protagonista.

Le amicizie, gli incontri, i rapporti umani e la quotidianità di questo ragazzino (che parla di sé al femminile) cominciano ad apparire sempre più grotteschi, feroci e inquietanti. Maschere mostruose si sovrappongono ai volti dei genitori, le infermiere e i compagni di classe si trasformano in presenze conturbanti, insidiose, a causa delle quali l’io comincia progressivamente e in modo patologico a rinchiudersi nei propri mondi mentali, troncando con l’esterno ogni rapporto spontaneo, genuino e spensierato – ricordando i topoi di Kafka e le liriche in prosa di Federigo Tozzi, Bestie.

Aira gioca con le parole, i significati, le immagini e le percezioni distorte del proprio protagonista, il percorso della sua narrazione assomiglia a un naufragio, un maelstrom da cui non c’è possibilità di fuga. Non ci sono etichette o categorie per definire questo romanzo, fluido sia nello stile che nel suo inquadramento. La storia è delirante e disarmante allo stesso tempo; la lettura, in termini di piacevolezza, non risente però per nulla dell’espressionismo portato all’estremo: ancora una volta, Aira dà prova di meritarsi il titolo di massimo autore argentino, nonché uno dei migliori a livello mondiale.

Come diventai monaca è anche un’esperienza extra-corporea: il lettore abbandona il suo corpo e la sua mente per smarrirsi nella realtà allucinatoria e deformata del piccolo César, un bambino dalla psiche fortemente complessa e complessata. La realtà oggettiva gradualmente viene sostituita da un mondo tutto percezione del protagonista, che piega e stravolge i luoghi che vive e i personaggi che incontra assecondando filtri cognitivi via via sempre più astraenti e psichedelici.

Se da una parte la capacità narrativa di Aira è prodigiosa, riuscendo a far quadrare ogni singolo elemento inserito in questo percorso per nulla lineare e semplice da governare, d’altra parte è necessario avere un gusto (o quantomeno una pazienza) per l’uso iper-sperimentale del narrare – un modo di raccontare storie che spesso frantuma ogni logica narrativa e ogni e nesso razionale tra testo, significante e immagine, nonché esaspera i meccanismi del raccontare fino alla dissoluzione di ogni suo senso. D’altronde, però, Aira è apprezzato e apprezzabile soprattutto per il suo genio immaginifico.

Anche se alcuni lettori potrebbero trovare difficoltoso fidarsi di un autore così particolare e concedersi senza scetticismo a una narrazione così diversa dal solito, Come diventai monaca vale la pena dell’abbandono di sé per affondare nella burrascosa dimensione dell’inconscio frammentato. Il finale, agghiacciante al massimo, è poi la conclusione perfetta per questo piccolo capolavoro.

Michele Maestroni

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