Racconti bestiali

Animali non addomesticabili, Sartori-Morelli-Magliani
(Exòrma, 2019)

COP_ANIMALI_bis.qxp_Layout 1Per Exòrma è da poco uscita una raccolta di racconti a sei mani a firma di Giovanni Sartori, Paolo Morelli e Marino Magliani, una sorta di bestiario diviso in tre parti, ciascuna contenente una sezione di racconti rispettivamente a firma di uno dei tre autori. Personalmente, da ingenuo e distaccato curioso di etologia, da fervente antispecista, o più semplicemente da uno a cui gli animali hanno sempre suscitato un certo, generico interesse, non potevo restare indifferente a questa pubblicazione. Soltanto il tema mi faceva pensare alla lunga tradizione letteraria che ha dato dignità e attenzione al personaggio animale – penso subito a uno scrittore che ho molto amato e che ha reso la bestia protagonista delle sue opere, come Dino Buzzati. Ma su questo non dirò altro: la postfazione di Paolo Albani ripercorre in maniera interessante graditi esempi di questa tradizione (citando, tra l’altro, anche l’ircocervo).

Occorre ancora dire, però, prima ancora di entrare nel merito delle tre sezioni che compongono questa raccolta di raccolte di racconti, una cosa riguardante la vicenda editoriale dell’opera, che la presente edizione non specifica. Animali non addomesticabili è per due terzi la ripubblicazione di un’opera del 2013 edita da Perdisa Pop, Zoo a due, che conteneva – salvo leggere variazioni – i racconti di Sartori e Magliani che troviamo qui nell’edizione Exòrma, a cui sono aggiunti quindi i racconti di Morelli.

Detto questo, la prima parte della raccolta (Animali fuori campo) contiene tredici racconti di Giacomo Sartori, all’interno dei quali un animale, con una coscienza potremmo dire umana pur declinata secondo le varie specificità, racconta in prima persona episodi ed esperienze personali – a volte banali, a volte meno ordinari – oppure confessa pensieri reconditi e intimi attraverso cui il lettore può inferire la condizione della sua esistenza. Ad esempio un canarino racconta del gatto di casa o di come i suoi padroni lo dimenticano fuori alla sera facendogli prendere freddo alla gola, o un dromedario descrive la sua tipica giornata al servizio di turisti nel deserto; un po’ più originali rispetto agli altri il racconto del polpo pescato che riesce a tornare in mare e quello dell’unicorno che si chiede se è davvero reale oppure no.

Più in generale, i racconti di Sartori hanno un problema comune: tutti i suoi animali si esprimono con la stessa voce – volutamente ingenua e candida come se a parlare fosse un bambino – e con lo stesso stile. In altre parole, sono tutti scritti alla stessa maniera, con una lingua semplice che non varia mai per adattarsi via via a un diverso animale; una lingua che anzi si ripete uguale (un esempio è la ricorrenza dell’espressione avere un bel + infinito che è usata da diversi animali con la stessa funzione) al punto che tredici diversi animali sembrino condividere una sola identità e quindi la medesima assenza di carattere. Trattandosi di racconti in prima persona, la variazione stilistica sarebbe ancor più d’obbligo: altrimenti si incappa nel rischio per cui tutte le storie raccontate appaiono indistinguibili dalle altre e il lettore perde il piacere della lettura per una sensazione di monotonia.

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Bestiario di Aberdeen (XIII secolo), particolare

Completamente diverso è l’uso della lingua nei racconti di Morelli nella seconda sezione del libro: Animali parlanti. L’autore qui adotta una scelta diametralmente opposta e originale: gli animali si esprimono ognuno in una sua propria lingua: il dialetto di volta in volta d’una diversa regione d’Italia, elaborato e adattato al punto da creare un idioma fantasioso e sempre differente. L’effetto prodotto è piuttosto efficace quanto inatteso: subito si ha la sensazione che il dialetto sia la lingua che meglio si adatti a rappresentare il personaggio animale. Quando ad esempio leggiamo l’orso Vincenzo parlare un dialetto del Centro Italia, abbiamo l’impressione che sia perfetto per esprimere il suo carattere. Lo stile di Morelli, infatti, ha anche il pregio di saper rappresentare con poche battute l’identità dell’animale, che in questi racconti finalmente appare un personaggio vivo e credibile (penso anche alla giovane vongola napoletana, che nel suo colorito vernacolo partenopeo esprime tutto il suo pudore per il vox populi che la vuole in ottima sinergia con lo spaghetto, l’aglio e il peperoncino).

L’originalità e il brio di Morelli appaiono sin dalla lettura dei titoli:Benefici e contrattempi del letargo. Comunicato dell’orso Vincenzo dai monti Pizzi, Chieti”, “Il nonno de lo mi’ nonno ha conosciuto Konrad Lorenz. Uccello non mozzica uccello”, “Vera causa e ragione, nella quasi completa estinzione della mosca tze tze, narrata da una delle poche superstiti”, e così via. I racconti qui sono molto più brevi (molti superano appena una pagina) e attraverso il pretesto dei dialetti ci portano in viaggio per l’Italia (e non solo), da Trapani a Viterbo, da Chieti al Sannio, fino al Bronx e all’Indonesia.
Alla fine della lettura di ciascun racconto, però, resta il dubbio che non si sia trattato che di un mero esercizio di stile.

L’ultima parte della raccolta, a firma di Marino Magliani, ha per protagonista il cane. Qui non abbiamo una selezione di racconti, bensì due sole novelle: la prima, lunga circa sessanta pagine, è a tutti gli effetti un romanzo breve più che un racconto lungo. Cobre è un cane che il padrone ha “portato a perdere”. Insomma, è stato abbandonato. A differenza dei racconti letti fino a questo punto, “Il cane e il mare” è narrato in terza persona. Seguiamo Cobre vagabondare in cerca di un posto in cui stare, fino al suo arrivo al mare, col quale il cane instaura un tacito dialogo, un rapporto di attrazione, mistero, simbiosi. La terza persona permette una novità nella narrazione del mondo animale: il cane non si esprime con la parola né ci mostra una propria introspezione psicologica. Il tutto ci viene presentato attraverso le sue azioni. Qui dunque gli animali non si comportano da uomini. La dignità non deriva loro da una umanizzazione, ma dalla loro fedeltà alla propria natura.

Quando ad esempio assistiamo all’incontro tra Cobre e due cani che passano la loro vita ad abbaiare alle auto di passaggio come se fosse il loro mestiere, proprio lì, proprio in quell’azione così da cani – e ancor più di quando il figlio di Cobre, nella seconda novella, si esprime in prima persona – ci accorgiamo di quanto sia labile e opinabile la linea di demarcazione che vuole gli uomini separati dagli animali e gli animali dagli uomini. Quasi che l’umanizzazione del personaggio animale porti a una sua deumanizzazione. Un po’ come se ci si aspettasse che l’uomo svelis tutta la sua bestialità se camminasse a quattro zampe ed emettesse latrati o grufolasse nel fango come i maiali, piuttosto che se fosse rappresentato nel dare sfogo ai suoi istinti più reconditi come la rabbia, il desiderio di accoppiamento, la paura, ecc.

Dopo questa riflessione, torniamo, per concludere, a dire quel che manca a proposito della novella di Magliani (mi concentro sulla prima: la seconda rappresenta una sorta di sequel). La caratteristica più interessante, a mio parere, è la scelta sagace di portare la narrazione e le descrizioni su un piano olfattivo, in coerenza con il senso più sviluppato dei cani. E così l’aspetto naturalistico, che rappresenta qui una dimensione fondamentale, è mostrato prettamente attraverso gli odori, i tanfi e i profumi, che quasi si materializzano nelle narici del lettore permettendo la sua immedesimazione.
In definitiva “Il cane e il mare” è un elogio della lentezza, ma forse, proprio per questo, avrebbe meritato di essere condensato in meno pagine, poiché, data la peculiarità della storia, il buono che c’è viene diluito sulla lunghezza della novella, come avviene col sapore di un vino a cui viene aggiunto dell’acqua.

E così, con questi ultimi due racconti, termina il libro. E, spiace dirlo, rimane la consapevolezza che forse, per le ragioni che abbiamo cercato di illustrare, non rimarrà una lettura memorabile.

Giuseppe Rizzi

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