Breve articolo contro la noia

La funzione originaria del racconto è la trasmissione dell’esperienza. Millenni fa, quando non avevamo ancora imparato a coltivare la terra, dipingevamo i muri e ci raccontavamo le avventure della caccia: i più anziani ricordavano ai più giovani cosa fare e cosa non fare se volevano salvare la pelle, e queste lezioni, invece che di teorie generali e astratte, avevano la forma di storie, e cioè in buona sostanza di immagini precise, che fossero disegnate o pronunciate – quanto più potente è un’immagine nella sua specificità, tanto più facile è conservarla nella memoria.

È difficile affermare con certezza fino a che punto questa funzione antropologica del racconto sia sopravvissuta. La Recherche, i fumetti di Topolino, Black Mirror, l’ultimo film di Malick: possiamo dire che sono tutti accomunati dalla finalità di insegnarci a sopravvivere? Forse. Occorrerebbe uno studio amplissimo – un lavoro che di certo non ho gli strumenti né lo spazio per compiere in questo articolo. Tuttavia a mio avviso resta una porzione del problema, una cosa di cui è possibile parlare senza il rischio di generalizzazioni ingenue, un tema specifico nei cui confronti si può avere un atteggiamento tollerante oppure assolutamente contrario: e non mi attardo a dire che il mio è assolutamente contrario. Il tema è questo: la noia.

Mi spiego. L’evoluzione dello storytelling, da quando eravamo una comunità di cacciatori e raccoglitori fino a oggi, è stata accompagnata da una necessaria modulazione degli aspetti della vita di cui si può parlare. Le storie raccontabili sono cambiate, perché la vita stessa si è complicata, si è arricchita di bisogni e frustrazioni sofisticati che un tempo non esistevano. Abbiamo capito che per come siamo messi ci interessa poco il rapporto con i pericoli della natura, e invece ci interessa molto il rapporto con noi stessi e con le nostre imprendibili ambiguità: perché lo consideriamo un problema grande e attuale, quotidiano. Per dire, la storia di un uomo che ha tutto e nonostante ciò è talmente scontento da rischiare di togliersi la vita potrebbe risultare oggi più potente della storia di un cacciatore che rischia di morire nello scontro con un cinghiale.

L’esigenza di ogni epoca è però sempre la stessa: la forza dell’immagine. E cioè: la potenza delle storie, la loro qualità – ciò che ci spinge una volta chiuso il libro a dire: questo libro è bellissimo –; un risultato da attribuirsi a quel meccanismo segreto e sciocco di immedesimazione dei nostri problemi nei problemi dei personaggi, dei nostri bisogni nei bisogni dei personaggi. È un fatto banale, non c’è bisogno di studiare narratologia per capirlo: eppure ci caschiamo ogni volta che leggiamo o che guardiamo un film. Quando il sistema funziona, vuol dire che il narratore ha fatto bene il suo lavoro, è riuscito a catturare un frammento umano autentico, attuale, e ce l’ha servito ancora pulsante.

Quando invece questa reazione non scatta, quando al cospetto di una storia invece che emozionarci ci annoiamo, vuol dire che il lavoro è stato fatto male. Che l’opera di narrativa è andata a pescare in un punto morto. Oppure – e questo è molto più frequente – che ha pescato qualcosa di vivo ma l’ha fatto morire strada facendo: succede quando le immagini che sono state usate sono troppo scolorite, poco memorabili. E che senso ha, portare avanti quest’arte millenaria di creare immagini che rappresentano la vita, per poi produrne a centinaia che non sono granché?

La mia opinione è che l’esclusione della noia debba essere il primo compito di ogni narratore. Sceneggiatori, fumettisti, romanzieri (anche e soprattutto quelli presunti letterari) tutti dovrebbero capire che rendere il loro lavoro più appassionante non è solo un modo furbo di accattivarsi il pubblico e di fare più soldi: è un dovere costituzionale, la cui realizzazione non c’entra tanto con la quantità di sparatorie, macchine che esplodono o scene di sesso, quanto con il fatto di essere riusciti a centrare il segno: di aver preso un pezzetto di vita, un tema che conta qualcosa, che al momento rappresenta una domanda aperta. E di averlo imprigionato in un’immagine indiscutibilmente efficace, potente, che lo rifletta, lo scomponga. Lo faccia ricordare.

Ciò che spesso succede, invece, è che cerchino di far passare un’incapacità artigianale per l’adempimento di qualche istanza intellettuale. Come se la misura dell’importanza di un libro sia la serietà, quanto fa sbadigliare. Facile capire che si tratta di una enorme sciocchezza: posso testimoniare che mia sorella non è mai riuscita a finire Il gabbiano Jonathan Livingston ma ha letto in una sera L’avversario di Carrère: dimostrazione pratica che ci sono libri importanti – peraltro, come nel caso di specie, scritti senza alcuna retorica e con tono per nulla ammiccante – che sanno allo stesso tempo tenerti incollato come i migliori thriller.

Il problema, secondo me, andrebbe inquadrato con questa gerarchia: i narratori sono prima di tutto narratori. È quello il loro mestiere. Molti di loro, per formazione, sono anche intellettuali. Ed è sacrosanto: i migliori lavori di narrativa nascono sempre da una coscienza filosofica e politica strutturata, ed è ovvio il plusvalore di un’opera che si fonda su una posizione forte dell’autore nei confronti di un conflitto di qualsiasi tipo. Ma non bisogna dimenticare che prima di tutto, sopra ogni cosa, i narratori sono narratori.

Se avessero concetti da spiegare potrebbero farlo senza troppi giri di parole, andando dritti all’osso, in modo da essere capiti. Invece, essendo narratori, non hanno concetti ma immagini, e quindi ricorrono a uno strumento più sofisticato, che è la narrazione. Va da sé che il loro compito diventa lavorare sulla potenza delle immagini, esattamente come un falegname ha il dovere di lavorare sulla stabilità di un tavolo (quanto più facile sarebbe tagliarne le gambe senza prendere misure?) o come un avvocato ha il dovere di lavorare sull’inconfutabilità delle sue argomentazioni (quanto più facile sarebbe dire la prima cosa che viene in mente?).

Bisogna capire, infine, che non è una cosa facile. Anzi, è incredibilmente difficile. Eliminare la noia non vuol dire usare qualche furbizia qua e là. Significa studiare, studiare, studiare. Calibrare la struttura, il ritmo, ogni elemento con precisione millimetrica. Rileggere fino a vomitare, scrivere e buttare, riscrivere e buttare. Soprattutto: trovare il centro della storia, avere le idee chiare. Un lavoro enorme per chi produce, che il più delle volte corrisponde a un lavoro minore per chi fruisce. Più lo scrittore si spacca la testa su ciò che scrive, più il lettore avrà la vita facile: non ci saranno sul suo cammino montagne da scalare, perché già qualcuno ha provveduto ad appianarle. Non gli rimarrà altro che procurarsi, leggendo, l’immortalità di un simbolo: un’immagine che renda accessibile qualche complicato pezzo di vita abbastanza potente da essere conservata.

Pierpaolo Moscatello

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