Meglio un imbianchino di Le Corbusier: il populismo nella cultura

Cause e rischi di una tendenza pericolosa e sempre più diffusa

La prima cosa che viene detta dai comunicatori della politica sul populismo è che non si tratta di un’ideologia né di un orientamento di valori: il populismo è uno stile comunicativo, e come tale può penetrare in ambiti differenti da quello riguardante la res publica. Populista può essere un talk show televisivo, populista può essere una ricostruzione di cronaca nera. Populista può diventare anche la cultura. O meglio: chi fa cultura può adottare strategie comunicative proprie del populismo.

Si può dire che ovunque si insinui la retorica populista, essa faccia almeno qualche danno. Dunque, non sarebbe pericoloso se anche gli attori culturali abbracciassero questo stile di comunicazione e facessero proprie le medesime strategie? Non rischierebbe di compromettere la già fragile stabilità del sistema culturale nel nostro paese, che da tempo vive una crisi di legittimazione?

– UN CASO EMBLEMATICO –

Il casus belli che mi ha portato a compiere queste riflessioni è stata l’iniziativa – già piuttosto chiacchierata – posta in essere da Repubblica. Nei giorni scorsi ha preso a circolare un annuncio pubblicato sulle pagine del quotidiano che recitava: «Vuoi diventare critico letterario di Repubblica?» e poi di fianco: «Vogliamo far recensire i libri direttamente a te». Di primo acchito non nego mi sia venuto da pensare: “Magari!”. È durato un attimo, poi subito ho iniziato a provare un certo malessere per questa iniziativa.
Perché i critici letterari di Repubblica dovrebbero essere reclutati con un concorso rivolto alla grande massa come fosse un gioco a premi della Kinder e Ferrero?

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Ma forse, a vostra volta, vi chiedereste: che c’entra questo con il populismo?

 – BREVE PRESUPPOSTO TEORICO –

Alcuni autori, all’interno della comunicazione politica, hanno definito la prospettiva del populism by the media[1], la quale – semplificando molto – fa riferimento a quei media (quotidiani, ad esempio) che ricercano e ottengono la propria forza e la propria legittimazione attraverso il coinvolgimento del popolo (e l’attacco all’establishment). Tutto ciò ha implicazioni anche sulla scelta delle notizie che vengono effettivamente veicolate: vale a dire che la notiziabilità delle informazioni è fortemente suggestionata dai gusti e dagli interessi del popolo/audience piuttosto che basata sul criterio dell’interesse pubblico.

Aggiungiamo un piccolo tassello.
Sono state individuate[2] tre caratteristiche fondanti del discorso populista in politica: il rivolgersi al popolo – ritenuto possessore di virtù e valori;  l’anti-elitismo; la definizione di un gruppo da escludere. Le prime due sono quelle che a noi interessano.

– DAVVERO È MEGLIO UN IMBIANCHINO DI LE CORBUSIER ? –

Rapportando queste teorie e definizioni al caso di Repubblica, possiamo con evidenza dire che l’iniziativa in oggetto rientra in una retorica populista dacché, in prima misura, presuppone che il “popolo” (inteso in questo caso i lettori del quotidiano che per mestiere e formazione non sono critici letterari, apostrofati nell’annuncio con il “tu” come i populisti apostrofano gli elettori con il “voi”) abbia le capacità necessarie a svolgere il ruolo di critico letterario e per questo lo coinvolge. Tale assunto di per sé non rappresenterebbe un vero e proprio problema, se non fosse che si aggiunge la componente dell’anti-elitismo.

Quando si parla di elitismo si fa riferimento a una lunga tradizione del pensiero politico che vede in Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca, tra gli altri, i principali esponenti. Per farla breve, secondo Pareto l’élite è composta, in relazione a ciascun ambito, dalle persone più competenti in materia. Lo stesso Giovanni Sartori, il maggiore politologo italiano, definiva l’élite «gruppo di riferimento di valore» e attribuiva ai suoi componenti qualità d’eccellenza[3].
L’anti-elitismo qui lascia sottintendere l’essere contrari al fatto che i ruoli siano distribuiti sulla base di una effettiva competenza.

Dunque, quel che di pericoloso reputo esserci nell’iniziativa di Repubblica è lasciar intendere che in un ruolo di prestigio culturale (d’élite, appunto) come quello di critico letterario per uno dei più importanti quotidiani nazionali possa andar bene chiunque, valutato non si sa secondo quali criteri (basta che ami leggere, pare).
E allora mi chiedo: davvero l’opinione di un Signor Nessuno avrebbe la stessa autorevolezza di un Pietro Citati qualunque?

 – EZIOLOGIA, O LE CAUSE DI QUESTA MALATTIA –

L’iniziativa è sintomatica di una profonda crisi che il sistema culturale, con le sue istituzioni e i suoi attori, sta vivendo nella nostra società, e che corre parallela a una crisi dei saperi esperti e legittimi che riguarda l’intera società occidentale. Coloro i quali rappresentano la cultura – dagli intellettuali engagé sino ai professori di scuola – sempre più vedono sgretolarsi l’aura di prestigio che sino a qualche tempo fa li ammantava interamente.

In una stagione politica che esalta con fierezza l’incapacità, l’assenza di titoli e di esperienza, e ne fa vanto fino a portarla sui banchi del governo, è inevitabile il rischio che anche il ruolo di vettori culturali subisca una svalutazione simbolica, al punto che un critico letterario cessi d’essere una figura stimabile per le sue straordinarie competenze in materia di letteratura, filologia et al., con la conseguenza che chiunque, anche una casalinga disperata, uno studente al primo anno di lettere, un ragioniere, può ergersi a questo ruolo.
E i titoli di studio? e le pubblicazioni? e gli anni di esperienze? cosa contano allora?

 – UNO VALE UNO ? –

Il rischio di tale tendenza è lasciar credere che per fare cultura non siano necessarie doti o formazioni particolari. Ecco che allora chiunque ormai si auto-pubblica le proprie memorie, i propri desideri erotici, i propri trastulli fantasiosi sotto forma di romanzo e si definisce scrittore. E chiunque, sempre più, si sente in dovere di criticare un capolavoro universale della letteratura, convinto che la propria opinione sia paritaria, se non superiore, a quella di decenni o secoli di critica letteraria e studi filologici.

No, facciamoci convinti: uno non vale sempre uno.

Un telespettatore de Le Iene non può dirsi immunologo a pari di chi ha studiato per anni medicina conseguendo lauree e titoli. I fans di Franca Leosini non possono ritenersi criminologi o ancor peggio magistrati solo perché guardano Rai Tre in seconda serata.
E analogamente un lettore di Repubblica non può pensare di scrivere critica letteraria su un quotidiano con una tiratura di 240mila copie per il sol fatto di essere amante della lettura.
(Cosa che, sia chiara una volta per tutte, non certifica nulla: si può leggere anche 100 libri l’anno, ma se sono tutti Harmony di becera qualità c’è poco da garantire sul bagaglio culturale di questo ardito e forte lettore).

– NO. LA CORAZZATA POTEMKIN NON È UNA CAGATA PAZZESCA –

In un certo senso, questa situazione la troviamo ben cristallizzata in una famosa scena del cinema italiano con protagonista Paolo Villaggio.
Fantozzi, dopo aver proferito il suo celebre giudizio artistico sulla Corazzata Potemkin, ordina di bruciarne la pellicola e obbliga il prof. Riccardelli, esperto cinefilo, a vedere film di infimo valore. Sta mettendo in atto una vera e propria rivoluzione, con una presa del potere e un ribaltamento dei simboli che avevano rappresentato il regime che si va a sostituire. Ma in verità si tratta di una involuzione: alla cultura si sostituisce l’ignoranza, alla qualità la mediocrità, all’opinione dei dotti quella del popolino. E in questo nuovo regime culturale, che per alcune ore Fantozzi riesce a instaurare, emblema del capolavoro artistico non è più La Corazzata Potemkin di Ėjzenštejn ma diventa l’Esorciccio con Lino Banfi.

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Al centro il Prof. Riccardelli, seviziato e costretto a guardare il rogo della pellicola di Ėjzenštejn


Ecco. Il rischio concreto di una cultura che si lascia penetrare dalla retorica, dagli stili e dalle strategie populiste è finire circondati da tanti Ugo Fantozzi che ergeranno i propri impulsivi, viscerali pensieri a incontrovertibili giudizi artistici, e basterà un pubblico a battere le mani (anche per meno di novantadue minuti), o a dispensare qualche like, per santificare, glorificare e istituzionalizzare quelle opinioni, che in questo modo non sarebbero più distinguibili da quelle effettivamente autorevoli.

– L’ARTE AL VAGLIO DEL TELEVOTO –

L’arte è un ambito che più di altri si basa su valutazioni opinabili, e molto spesso neppure i critici (quelli veri) sono concordi sul definire un romanzo, un dipinto, un film un capolavoro. Se lasciassimo che l’opinione dei critici sia appannaggio di chicchessia senza la necessità di esperienza e requisiti, e che la dittatura del televoto permetta alla massa di decretare il valore di un’opera con la stessa autorevolezza di un De Sanctis redivivo e con la stessa leggerezza con cui si decide chi vincerà Amici di Maria De Filippi, si arriverebbe a un cortocircuito.

Chi o cosa potrebbe più permettere di definire legittimamente Fëdor Dostoevskij uno scrittore migliore di Federico Moccia? o La Recherche un’opera letteraria più importante di After? o Giovannona Coscialunga disonorata con onore tutt’altro che un capolavoro della cinematografia di tutti i tempi?

Giuseppe Rizzi


Note

[1] F. Esser, A. Stępińska, D. N. Hopmann, Populism and the Media. Cross-National Findings and Perspectives, 2016

[2] J. Stanyer, S. Salgado, J. Strömbäck, Populist Actors as Communicators or Political Actors as Populist Communicators, 2016

[3] G. Sartori, The theory of democracy revisited, 1987

[-] La frase «è meglio un imbianchino di Le Corbusier» è di Franco Battiato, contenuta nel testo della canzone Magic Shop (1979)

[-] La scena del film di Villaggio è tratta da Il secondo tragico Fantozzi, regia di Luciano Salce (1976)

3 risposte a "Meglio un imbianchino di Le Corbusier: il populismo nella cultura"

  1. Grazie. Anch’io trovo quell’iniziativa del tutto priva di senso. E trovo disarmante questo comportamento sociale per cui appena si titano in ballo titoli di studio ed esperienza ti saltano alla giugulare al grido di classista.

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  2. Che la scuola e chi in essa vi lavora siano stati screditati è un fatto ormai da (molto) tempo assodato anche se poco conosciuto o del quale mai abbastanza si è parlato e se ne parli. Conseguentemente – la conoscenza e il sapere e soprattutto la fatica e il dispendio (di energie individuali economiche) per guadagnarsi quella conoscenza e quel sapere sono in discredito: anche lo studente che si limiti a fare il proprio dovere senza strafare è spesso additato negativamente come il “secchione” di turno ( e magari, bullizzato per questo): si vuole paradossalmente il diritto allo studio senza voler studiare e quindi conoscere. Da questa situazione tutto ne consegue: si arriva ai Fantozzi, a una letteratura, un cinema, un’arte “populisti” per un popolo a cui basterebbero una letteratura, un cinema e un’arte popolari (che già da tempo esistono) e non di rado, chissà, “populista” e “popolare” vengono confusi. A ciò si aggiunga anche le imprese dell’intrattenimento (cinema, editoria e quant’altro) che, come imprese, devono guadagnare e quindi vogliono (devono) offrire prodotti vendibili e godibili dal maggior numero di persone (è l’anti elitismo esercitato in ambito mercantile). Che altro ci si sarebbe potuti aspettare? Se poi si critica questa situazione, si rischia come minimo di esser malvisti in quanto contro ma maggioranza del popolo. E, per questa china, si fa presto a venir etichettati in maniera ben più pesante.

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  3. Il valore aggiunto che un semplice lettore, privo di titoli accademici e di blasonati curricula, può dare è il suo amore per la lettura puro e semplice e la sua capacità di apprezzare un’opera per le emozioni, le sensazioni e le riflessioni che genera, senza essere queste filtrate da una cultura specifica e da un’analisi razionale che si rifà a interminabili precedenti. Ecco dunque che il banale commento sui social di un normale lettore dovrebbe valere come e più di una critica dotta e referenziata, giacché esprime la leggibilità del testo e la sua fruibilità o la negazione di queste. Solo un lettore così potrà avere il coraggio di dichiarare che La Corazzata Potemkin è “una cagata pazzesca”, il che non vuol dire che lo sia, ma dovrebbe far riflettere chi ne fa un’icona, sull’essere ancora questa attuale ed espressiva di un sentire comune, sull’opportuinità per la “cultura” di ricercare nuovi canali espressivi.
    Da qui a capire se l’iniziativa di Repubblica sia populista, ne corre. Intanto, bisognerebbe, credo, ancora capire con quali criteri saranno selezionati gli aspiranti critici.

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