“Nel profondo”: come fare buon uso dei classici

Nel profondo, Daisy Johnson
(Fazi editore, 2019 – trad. S. Tummolini)

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In genere diffido delle riscritture dei classici: in una biblioteca per generi le collocherei tra i libri scritti dai giornalisti e i romanzi rosa, nell’angolo più scomodo che tanto non frequenterei mai. Lo penso davvero: ma mettendolo nero su bianco mi accorgo di come il pregiudizio mi faccia meschino – la saccenteria che si trasforma in pura e semplice ignoranza – allora mi sforzo di ragionare meglio, capire perché questi rimaneggiamenti contemporanei di tragedie greche, drammi shakespeariani e simili non mi sono mai piaciuti, e mi rendo conto che il motivo è semplicemente questo: mi annoiano. So già di cosa stiamo parlando e come andrà a finire; mi passa ogni appetito.

Sbirciando tra le nuove uscite di settembre ho scelto Nel profondo di Daisy Johnson quasi distrattamente, attirato dalla copertina e dall’età dell’autrice, e solo dopo una ventina di pagine mi sono ricordato di ciò che in fase di selezione mi era passato davanti agli occhi senza che me ne rendessi conto: stavo leggendo un libro dichiaratamente ispirato all’Edipo re. Non volendo, mi ero messo tra le mani uno degli oggetti del mio odio. Mi sono indispettito; ho cominciato un dialogo interiore con l’autrice. «Okay, okay, metti bene le parole in fila, ma sai anche scrivere?», «Edipo re. Devi scrivere il tuo primo romanzo e scegli di riscrivere l’EDIPO RE», «Cioè, tu hai scritto UN ROMANZO SULL’EDIPO RE e sei arrivata in finale al Booker Prize insieme a Rachel Kushner e Richard Powers?».

Man mano che andavo avanti la ricerca dei punti deboli del libro è diventata un’ossessione, tanto che l’ho finito in due notti. Solo dopo averlo chiuso e messo da parte per qualche tempo, ragionandoci e andando a recuperare qualche pezzo dell’Edipo re – quello vero –, mi sono reso conto che effettivamente Daisy Johnson non aveva copiato un bel niente: che di farina del suo sacco ce n’era, e non solo sul piano linguistico. Il mio pregiudizio allora mi è apparso chiaramente per quello che era: uno stupido pregiudizio, e la convinzione si è modificata in questo senso: diffido delle riscritture dei classici – solo di quelle che non hanno le palle.

Perché volendo arrivare all’osso della questione il romanzo d’esordio di Daisy Johnson è un romanzo con le palle: non si limita a trascrivere il mito, lo sfida; non lo usa semplicemente come appoggio, lo cavalca elegantemente. In altre parole, l’Edipo re non è una base sulla quale Daisy Johnson fraseggia con lingua e strutture contemporanee; è piuttosto una luce lontana che rischiara appena, che aggiunge significato, impreziosisce una storia che ha la sua forte e autonoma dignità. Ne moltiplica i livelli di lettura, producendo quel magnifico gioco letterario che consente di attraversare una narrazione in tanti modi diversi, a seconda di quello che hai intenzione di cercare.

La scena è contemporanea: una lessicografa e il suo rapporto conflittuale con la madre malata di Alzheimer. Il passato che torna a galla. La realtà rimescolata dalla prospettiva personale della voce narrante. Gli elementi surreali: quelli poetici, come le parole che mamma e figlia inventano per comunicare tra loro, e quelli inquietanti, come la creatura acquatica: il Bonak, una bestia materiale e allo stesso tempo un fantasma, una rappresentazione di tutte le paure. In questo miscuglio di elementi ho trovato uno dei pregi del romanzo: la sovrapposizione di folklore nord-europeo e mito classico, la tradizione letteraria e la scrittura estremamente contemporanea, ai limiti del pop. Un grande minestrone in cui ogni ingrediente è tuttavia dosato con una certa sapienza: sicuramente non a caso.

Il momento che tutti aspettiamo – il famosissimo incesto inconsapevole dell’Edipo – arriva molto avanti: non coinvolge la figlia di cui sopra, ma un altro personaggio bello e misterioso, una Margot che a un certo punto si schiaccia il seno in una paio di giri di pellicola trasparente e decide di diventare un Marcus. Le dinamiche sono chiare, quasi banali, ma quella scena arriva paradossalmente inaspettata, fa quadrare le cose come l’indizio che risolve un giallo, come la chiave di lettura finale di Shutter Island. È il coronamento di una struttura narrativa perfetta, che si muove tra tre piani temporali in modo per niente faticoso e suscitando sempre, a chiusura di ogni capitolo, la voglia di andare avanti per chiarirsi le idee.

Nel profondo è un romanzo stratificato, un corso d’acqua scura di cui difficilmente si riesce a vedere il fondo, ma da cui emergiamo ogni volta diversi. Allo stesso tempo, è un romanzo scritto benissimo, ricco di invenzioni narrative e incredibilmente preciso nella costruzione – con l’unico difetto, forse, di un paio di forzature alla verosimiglianza. Si può prenderlo in mano per goderselo oppure leggerlo con attenzione per studiare i dettagli, cercare divergenze e corrispondenze, collezionare i tanti riferimenti – in entrambi i casi non sarà una delusione. Mi è sembrato un esordio convincente: la prova riuscita di una ragazza che leggeremo in futuro, appena tornerà con le nuove, mature e sicuramente più potenti dimostrazioni del suo talento.

Pierpaolo Moscatello

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