L’ossidazione degli animi di ferro

Ruggine, Francesco Vicentini Organi & Fabiana Mascolo
(Edizioni BD, 2019)

ruggine

Tullio è uno studente di storia all’università di Roma e non sta passando un periodo felice: la sua lunga relazione con Giuliana è ormai finita e lei ha ritenuto che Stefano, grande amico di entrambi, fosse un compagno ben più adatto. Da quel momento in poi, Tullio si è chiuso in se stesso. Non frequenta più gli amici, è svogliato, apatico e vive appresso al fantasma dei suoi ricordi, legato con catene a un passato che non riesce a decifrare. Ha paura di andare avanti e di venire nuovamente ferito dai colpi implacabili inflitti dagli eventi esterni (ma anche dai suoi sentimenti). Avrebbe bisogno di uno scudo, o meglio, di un’armatura per difendersi da questo nemico che appare e scompare in lontananza.

Un classico. Trincerarsi in una retrovia personale; costruirsi una corazza per resistere all’attacco delle emozioni. Simon & Garfunkel cantavano “I am shielded in my armor. Hiding in my room, safe within my womb, I touch no one and no one touches me” nella celebre I am a rock, e questo fumetto si pone su una lunghezza d’onda ragionevolmente simile, tralasciando il fatto che sia ambientato cinquant’anni dopo l’incisione del brano. Senza scomodare gli Stati Uniti degli anni ’60, di esempi se ne trovano a milioni nella storia, nell’arte e, soprattutto, nella vita di tutti i giorni: il ragionamento portato avanti dagli autori ruota proprio attorno alla moderna quotidianità, pure se con qualche “contaminazione” storica.

Basta osservare la copertina dell’opera: un ragazzo, Tullio, la cui mano sinistra tocca l’elmo arrugginito di un’armatura medievale, mentre la destra tiene uno smartphone (sul cui schermo si osserva l’intestazione di una conversazione su WhatsApp). Il fulcro del fumetto sta proprio nel raccontare lo sviluppo di nuovi equilibri personali e sociali che seguono una separazione, calcando fortemente la mano sulla oppressiva influenza che possono avere le reti sociali e le applicazioni di messaggistica: basta prendere in mano il telefono cellulare per ritrovarsi nuovamente immersi in un passato digitale che, nel frattempo, è spesso rimasto immutato (quasi fosse un Ritratto di Dorian Gray al contrario). Nelle 136 pagine che compongono il volume, gli autori cercano di raffigurare questa “nuova” grammatica, di metterne in scena alcuni risvolti sociali e psicologici.

Ma non c’è solamente modernità: Tullio è infatti un grande appassionato di storia medievale e in particolare dei racconti del ciclo bretoneche diventa quasi lo specchio delle vicende raccontate. L’amore tra Giuliana e Stefano si sovrappone a quello tra Ginevra e Lancillotto, e Tullio (o Artù) rimane solo nel suo personale castello di Camelot. Questa continua alternanza fra contemporaneità e leggende dal sapore medievale è senza ombra di dubbio il punto di forza dell’intero fumetto e contribuisce a delineare un’atmosfera sospesa di anacronismo onirico (si rammenta nuovamente la copertina, di per sé molto esplicativa nell’evidenziare questa caratteristica).

A corredo, gli autori costruiscono un diorama sintetico composto dal gruppo di amici di Tullio; è una “tavola rotonda” di personaggi purtroppo di scarso interesse, animata da amori e vaghe dispute nascoste incapaci di superare il muro della carta stampata. È all’interno di questa labile scenografia di amicizie che si innesta la vicenda di Tullio, raccontata con uno stile generalmente fluido, immediato, limpido. Le pagine vengono sfogliate con rapidità senza che vi siano particolari sorprese, fino a giungere a un atto conclusivo che – sebbene sia arricchito da una forte componente visiva, inedita ed estremamente gradita – risulta caotico e purtroppo meno lucido rispetto a quanto lo sceneggiatore ci aveva abituati in precedenza. La narrazione diviene singhiozzante e la tensione si perde nel giropagina.

In generale, si può notare una significativa sinergia tra i due autori: lo stile narrativo e quello grafico sono ben amalgamati, omogenei e in continuo dialogo. I disegni di Fabiana Mascolo sono delicati, puliti. Le linee, sottili e morbide, raffigurano in maniera disinvolta personaggi in pose dinamiche con preziose anatomie – molte delle quali di non semplice realizzazione, dal momento che il fumetto è costellato di vignette con inquadrature scorciate dall’alto, o dal basso, o realizzate come se fossero viste attraverso ottiche grandangolari. Il tratto ricorda talvolta quello di autori francesi recenti, come Bertrand Gatignol o Timothé Le Boucher e nelle scene d’azione più concitate sembra di percepire influenze orientali specialmente nel taglio impresso a certe vignette.

Ruggine è dunque una valida opera prima, un soggetto semplice ma non per questo facile da sviluppare, anzi. Il rischio di cadere nelle profonde buche della banalità è alto e, tutto sommato, la coppia di autori riesce generalmente a schivare gli ostacoli grazie a uno stile vivace e una narrazione scorrevole (e con curiose soluzioni di gestione delle tavole) affiancata da ottimi disegni. In particolare, ciò che garantisce una grinta notevole all’opera è proprio il mélange storico, la commistione di elementi moderni e antichi in un flusso continuo di messaggi via telefono cellulare e spade e castelli da sgominare. La speranza per questo fumetto è che non venga relegato a descrizioni mediatiche sommarie del tipo “Se mi lasci ti blocco su WhatsApp” o “Amore 2.0, gioie e dolori ai tempi dei millennials”, questo sarebbe riduttivo e non se lo merita certamente.

Francesco Biagioli

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