“I topi del cimitero” e i racconti esoterici di Carlo H. De’ Medici

I topi del cimitero, Carlo H. De’ Medici
(Cliquot, 2019)

 

I-topi-del-cimitero-945x1401La storia editoriale di Carlo H. De’ Medici sembra di per sé un romanzo: così affascinante e incredibile che a volte, lasciandomi tentare da un eccessivo scetticismo, mi sono chiesto se il ritrovamento delle sue opere non sia uguale al ritrovamento delle teste di Modigliani nel Fosso Reale di Livorno.
L’edizione del 1921 di un suo romanzo, Gomòria, arriva nel 2017 alla casa editrice Cliquot, che recupera autori del passato. E da qui la storia ha inizio, con la pubblicazione del romanzo nel 2018 che ha destato parecchia attenzione; con ricerche sulla sua vita altrettanto degne di romanzo, che conducono a una villa a Gradisca d’Isonzo.

Di De’ Medici continuiamo però a sapere poco: che visse a cavallo tra il XIX e il XX secolo; che fu studioso di scienze esoteriche e alchemiche. Tutto è così affascinante, tutto così preciso, da sembrare una leggenda o una vicenda letteraria, piuttosto che storia vera: il profilo di De’ Medici è perfetto per un autore di romanzi e racconti tenebrosi; con una storia altrettanto misteriosa, emerso per caso e all’improvviso dalle nebbie del passato come per l’agire di una volontà occulta. 

Dopo Gomòria, Cliquot ha recentemente pubblicato I topi del cimiterouna raccolta di racconti gotici e dell’orrore. A leggerli, sin da poche righe, sorprende soprattutto la capacità che ha lo stile di De’ Medici di far emergere immagini e atmosfere, come se le parole, una volta passate con lo sguardo, per alchimia sublimassero in fumi, nei quali compare una scena, un ambiente, una circostanza. La lingua è elegante, decadente; eppure, di contro a una scelta lessicale coerente con l’epoca a cui appartiene, la prosodia e la versificazione dei periodi danno quasi l’impressione d’essere contemporanee, anziché di cent’anni. Il che si traduce in una prosa felpata, fluida, armonica, mai carica o eccessivamente densa.6

Tra i racconti più affascinanti c’è Madama la Morte. La taverna della Tre Bare di donna Crapula è sempre affollata di ciurme e masnadieri, «poeti e finanzieri ladri, scienziati distratti e avventurieri, pii monaci e assassini, mendicanti e ricchi giannizzeri, vergini e puttane» (p. 48). E di frequente, fa il suo passaggio anche la Nera Mietritrice. Madama la Morte beve fino a ubriacarsi, e si siede dinnanzi al focolare. Nessuno osa avvicinarla, ma una sera decide d’avventarsi irriverente un uomo, che dice d’aver creato da sé l’universo intero. «Guarda, Madama la Morte! Io creo, se non ti dispiace» (p. 51).

Personificata o meno, la morte è la vera protagonista di molti racconti (come anche Quel burlone di Nane). Il modo in cui De’Medici si pone al suo cospetto è privo di ogni distacco referenziale o timoroso. La morte non fa paura, la morte può essere nuova vita. La morte è spogliata della sua semantica negativa: non appare raccapricciante, non suscita orrore; la morte smette d’essere qualcosa di esterno alla vita, e come tale percepita con sgomento, per insinuarsi nei destini e nelle esistenze con naturalezza, come un fatto ovvio.Cattura

Ma certo, la morte dà pur sempre dolore, come nei racconti Perché e Maddalena, che narrano la dipartita di una donna amata. L’uomo si strugge nel lutto languido del romanticismo, con una disperazione che è però decorosa e ordinata; e pensa di porre fine alla sua vita per poter condividere con lei l’amore nell’eternità. Eppure, anche in questi casi, così come in Per la mia pace, la morte non fa del tutto paura, la morte non è oscena; la morte è anzi il momento più intenso dell’intimità tra gli amanti. L’amore è il rifugio in cui la vita va per morire.  

Altri racconti sono prettamente criptici e allegorici, come quello che dà il titolo alla raccolta, o come Guland, dal quale, forse più di tutti, emerge quel satanismo che è tipico della corrente romantica e decadente. Guland è l’astro nero, simbolo celeste delle forze maligne, e che il protagonista invoca quando, in una “foresta selvaggia e tetra”, come una dantesca selva, incontra le fate bianche Morgana, Melosina, Urgele e Viviana. Al cospetto di una dicotomia manichea, la voce narrante sembra rinnegare il bene per trovare affidamento nelle forze oscure.4

Alcuni ancora, come Felicità o L’amica del poeta, smorzano  un po’ le atmosfere gotiche. Il primo mette in scena delle vicende che, come in un apologo, illustrano una certa morale: vale a dire l’impossibilità per gli uomini di essere felici, poiché, appena raggiunto l’oggetto del proprio desiderio, aspirano subito a ottenere una felicità superiore. Il secondo, invece, narra il rapporto tra un poeta e una donna che altresì non è che l’incarnazione dell’ispirazione creativa.

A chiudere la raccolta è Dopo, un racconto diverso dagli altri, anche più lungo, che si presenta come una riflessione filosofico-escatologica sulla vita terrena e su quella che seguirà dopo la morte. De’ Medici ragiona su quanto il tempo e lo spazio siano relativi, se non quasi concetti privi di significato, su come non solo la vita umana è nulla se confrontata con l’esistenza dei pianeti e delle costellazioni, ma la stessa esistenza di questi è nulla in riferimento allo spazio infinito e al tempo illimitato dell’universo. Il relativismo con cui De’Medici concepisce i concetti di spazio e di tempo, se inquadrato negli anni ’20 del Novecento, appare d’avanguardia.5

Dopo i quattordici racconti de I topi del cimitero, seguono altri quattro racconti tratti da Crudeltà, titolo con cui De’Medici ripubblicò gli stessi racconti a distanza di tempo, rivedendone alcuni e aggiungendone appunto dei nuovi. Diciotto racconti in tutto in quest’opera, di lunghezza sempre molto contenuta, in un’edizione che ricalca, come in una ristampa anastatica, la stessa edizione degli anni ’20. Anche la grafica di copertina riproduce quella originale. Il risultato è un libro intrigante anche per la vista e per il tatto, merito soprattutto delle litografie dello stesso De’Medici che impreziosiscono i racconti.

In un mercato editoriale saturo di nuove uscite, la missione di Cliquot di riportare alla luce autori del tutto dimenticati è encomiabile. Una missione che appare ancor più prodigiosa in questo caso: come per un prete di campagna, zappando la vigna, trovare la reliquia di un santo. De’Medici è un scrittore sorprendente, e si fa fatica a pensare, senza restare sbalorditi, che fosse stato sommerso del tutto dall’oblio, probabilmente privo anche già in vita di notorietà o fama.

Giuseppe Rizzi

 

«Ho spinto Cassiopea nel pauroso lago azzurro, per annegarlo fra i Delfini. Ho sfrenato il Carro grande per le discese della Via lattea, giù, giù, in un rotare furibondo di scintille, di fiamme e di stelle in schegge. Ho precipitato l’incendio di una cometa contro Venere, per annientarne lo splendore. Ho fatto mordere dal Cancro il cuore del Leone in agguato perenne, tra l’Idra e la Licorna…» p. 68

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Questa e le altre litografie incluse nell’articolo sono tratte dalla raccolta e sono opera dello stesso De’Medici

 

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