Baldwin Unchained: su Dio, sull’amore e sulla libertà universale

La prossima volta il fuoco, James Baldwin
(Fandango Libri, 2020) – Trad. Attilio Beraldi

La prossima volta il fuoco è la quarta pubblicazione di un libro di James Baldwin (1924-1987), in edizione italiana, da parte di Fandango Libri, dopo La stanza di Giovanni nel 2017, Se la strada potesse parlare nel 2018, e Un altro mondo nel 2019. La scelta di Fandango di pubblicare in lingua italiana l’intera opera di Baldwin si inserisce all’interno di un’atmosfera di rinnovato interesse internazionale nei confronti dello scrittore originario di Harlem: in particolare, grazie al successo di critica e di pubblico del film I Am Not Your Negro (2016) di Raoul Peck, candidato al premio Oscar come miglior documentario e incentrato sulla figura e sull’opera di Baldwin, il mondo accademico e i lettori di tutto il mondo stanno riscoprendo l’autore harlemita non più solo in quanto fenomeno letterario ma sotto una nuova luce legata al suo essere uno scrittore politico essenziale per poter rileggere e comprendere la modernità in chiave postcoloniale, ossia analizzando il razzismo imperante come fenomeno strutturale alle relazioni sociali capitalistiche e in quanto dispositivo di sfruttamento delle masse subalterne attraverso cui il sistema neoliberista riesce a riprodurre sé stesso.

Fin dalla sua prima pubblicazione nel 1963, La prossima volta il fuoco è il testo più politico e postcoloniale di Baldwin, in quanto permette di inquadrare alcuni momenti determinanti per la formazione del suo pensiero. La prima parte del libro è costituita da una corrispondenza che Baldwin dedica al nipote omonimo in occasione del centenario della cosiddetta emancipazione dei neri d’America: «Tu e io sappiamo che il nostro paese sta celebrando il centenario della libertà con cento anni di anticipo. Noi non saremo liberi fino a quando gli altri non lo saranno». È sufficiente questa lettera introduttiva per mettere in luce la capacità unica dell’autore di Harlem di universalizzare la questione razziale, presentandola come un problema americano che riguarda sia i bianchi che i neri, e mettendola in relazione con altri temi legati alla sfera identitaria quali la sessualità, la spiritualità religiosa e l’emancipazione socio-economica. Le parole che Baldwin scrive al nipote sono pervase da una lucidità brutale: «Questo paese innocente ti ha confinato in un ghetto, e in questo ghetto è stabilito che tu marcisca». Quello che è in gioco è il sogno americano in quanto opportunità di poter affermare sé stessi come soggetti politici pienamente liberi a prescindere da ogni possibile differenza: se bianchi e neri uniti non riusciranno a condividere questo sogno, «si adempirà quella profezia biblica che è divenuta poi un canto di schiavi: Dio mandò a Noè il sogno dell’arcobaleno. Non più acqua, la prossima volta: il fuoco!».

Quella di Baldwin è una visione distesa e impregnata di un umanesimo universale di stampo sartriano, che probabilmente l’autore di Harlem ha avuto modo di concepire durante gli anni dell’esilio parigino, incontrando, oltre a Sartre, altri esponenti dell’esistenzialismo nero quali Richard Wright e Franz Fanon. In quegli anni vissuti lontano dalla sua terra originale e dall’oggetto della propria analisi, Baldwin è riuscito ad affinare uno sguardo dall’esterno, interiorizzando evidentemente molti aspetti del pensiero di Sartre quali, ad esempio, l’idea che «esistere significa esistere per l’altro» (La Trascendenza dell’Ego, 1936) o il principio di decostruzione dell’umanesimo occidentale contenuto soprattutto nell’illuminante prefazione sartriana a I Dannati della Terra (1961) di Fanon: «niente di più congruo, da noi, che un umanesimo razzista, poiché l’europeo non ha potuto farsi uomo se non fabbricando degli schiavi e dei mostri». Tale universalismo esistenzialista nero, unito a una certa sofferenza verso ogni forma di organizzazione del potere che potremmo quasi definire anarchica, seppure sia costato molto a Baldwin in termini di messa al bando del suo pensiero e della sua opera da parte della comunità nera statunitense, è ciò che fa di lui un autore non convenzionale e la cui limpidezza di sguardo è capace di illuminare il passato, il presente e il futuro dell’umanità: «Questa, amico mio, è la tua patria, perciò non devi fartene cacciare; grandi uomini hanno fatto grandi cose qui, e continueranno a farne, e noi tutti abbiamo la possibilità di fare dell’America quello che l’America deve diventare».

Il libro ruota intorno all’adolescenza dello scrittore vissuta ad Harlem e all’adesione alla religione cristiana compiuta in quegli anni. Con stile asciutto e ritmo incalzante, la narrazione di Baldwin dà vita a un’esperienza immersiva in cui il lettore è trascinato direttamente nei vicoli oscuri della Harlem dell’estate del 1938, potendone sentire gli odori, i suoni e gli umori, ma soprattutto la disperazione e la passività generate dalla segregazione razziale:

«Quando compii quattordici anni ebbi paura per la prima volta in vita mia: paura del male dentro di me e paura del male fuori di me. Ciò che vidi quell’estate a Harlem guardandomi intorno lo avevo sempre visto; in realtà non era cambiato niente, solo che adesso, inopinatamente, le prostitute, i ruffiani e i gangster del quartiere erano diventati una minaccia che mi riguardava da vicino. Prima di allora non avevo mai pensato che sarei potuto diventare uno di loro; ora invece capivo che eravamo tutti il prodotto dello stesso ambiente».

Le paure di Baldwin adolescente, figlio di un padre biologico mai conosciuto e oppresso dalla figura negativa del patrigno, lo spingono ad abbracciare la Chiesa, dove inizia un percorso di predicatore vissuto con esaltazione e trascendenza, con la fede in Dio che appare in quel momento come unica possibile ancora di salvezza. Ma gli studi, le letture e le esperienze dimostreranno presto che non può esserci salvezza in una Chiesa priva d’amore diventata ormai «una maschera per celare odio, disperazione e disprezzo di sé», uno strumento di sublimazione in mano alla supremazia bianca per ammansire e tenere a bada i neri segregati.

La disillusione definitiva nei confronti della religione si evince anche in un altro momento fondamentale del libro, ovvero l’incontro fra Baldwin ed Elijah Mohammed, illustre leader del movimento politico del Nation of Islam. L’incontro si svolge nel corso di una cena a Chicago presso il quartiere generale del movimento, alla presenza di numerosi seguaci di Mohammed. Durante la cena il leader esercita tutto il carisma e il fascino di cui è capace, sostenuto dal coro incessante di «Esatto!» con cui gli adepti rispondono a ogni sua esternazione. Baldwin resta impassibile di fronte agli sguardi diffidenti che subisce e riesce a mantenere una certa distanza dalle idee espresse dai Black Muslims, non potendo proprio condividere il determinismo religioso né l’idea che tutti i bianchi siano dei diavoli. Quando Elijah chiede: «E adesso che cosa sei?», Baldwin risponde: «Io? Adesso? Niente. Sono uno scrittore. Mi piace fare le cose da solo. In ogni caso, a queste cose non penso molto». La linea di confine che lo separerà per sempre dai Black Studies e dai movimenti politici per l’emancipazione dei neri è ormai tracciata.

Pur conservando un certo fascino per la spiritualità religiosa e un tono biblico e profetico nella propria scrittura, Baldwin si rende conto che l’orizzonte di salvezza da perseguire, ciò che lo ha spinto a varcare le porte della Chiesa in età adolescente, è in realtà il valore dell’amore universale fra gli esseri umani, unico motore possibile per cambiare la Storia del mondo: «E se mai la parola integrazione ha un significato, è questo: che noi, con amore, costringeremo i nostri fratelli a vedersi per come sono veramente, a smettere di fuggire dalla realtà per incominciare a cambiarla».

Emmanuel Di Tommaso

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