L’elogio del margine di bell hooks: una prospettiva di femminismo organico

Elogio del margine / Scrivere al buio, bell hooks
(Tamu Edizioni, 2020 – Trad. Maria Nadotti)

Cominciamo dal nome. O meglio, dallo pseudonimo: bell hooks. Tutto in lettere minuscole. Così Gloria J. Watkins di Hopkinsville, Kentucky, donna di origini afroamericane e di bassa estrazione sociale, firma la sua prima raccolta di poesie intitolata A Woman’s Mourning Song. Siamo a cavallo fra gli anni ‘60 e i ‘70, il movimento femminista è al suo apice ed è usanza per le autrici di quel periodo adottare uno pseudonimo al fine di autocancellare le individualità e rafforzare la dimensione collettiva del proprio pensiero. C’è anche, come nel caso di Gloria, la volontà di rendere omaggio alle donne che le hanno precedute, una lunga discendenza femminile resistente al «patriarcato capitalista suprematista bianco». Unendo così il secondo nome di sua madre, che si chiamava Rosa Bell, al nome e cognome di sua nonna, Bell Blair Hooks, nasce lo pseudonimo con cui la Watkins firmerà una delle più ricche e intense produzioni saggistiche e autobiografiche del nostro tempo relativamente al pensiero femminista, alla pedagogia, alle relazioni amorose, alla maschilità nera e alla rappresentazione degli afroamericani al cinema e nei media.

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“Tutta la forza del mondo” nei versi di Franca Mancinelli

Tutti gli occhi che ho aperto, Franca Mancinelli
(Marcos y Marcos, 2020)

Dare voce a una forma di esistenza altra da sé restando fedeli alla propria idea e pratica di scrittura è un’operazione fra le più complesse che possano esserci in poesia. Tutti gli occhi che ho aperto, l’ultimo libro di poesia di Franca Mancinelli pubblicato da Marcos y Marcos nella collana Le Ali diretta da Fabio Pusterla, appare interamente incentrato su questo processo creativo che è più vicino alla metamorfosi che all’immedesimazione: attraverso le potenzialità ascetiche della poesia, Mancinelli è capace di rinunciare profondamente a sé stessa, di mettere da parte l’io, accogliendo il mondo dentro di sé e facendo del suo corpo scrivente un medium per gli alberi, i corsi d’acqua, le pietre, il vento, le cose inanimate, ma anche i migranti bloccati lungo la via balcanica, le persone incontrate nella vita di tutti giorni e i grandi artisti quali Van Gogh e Franco Loi.

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“Sedici parole” per raccontare una doppia assenza

Sedici parole, Nava Ebrahimi
(Keller Editore, 2020 – Trad. Angela Lorenzini)

Sedici parole è la storia di Mona, ghostwriter sui trent’anni di stanza a Colonia in Germania, e del suo ritorno in Iran, Paese d’origine, a causa della morte inaspettata della sua “maman bozorg” (una delle sedici parole che significa “nonna” in persiano): sommersa dai ricordi, dagli amori sospesi e dai silenzi di un Iran inafferrabile e avvolto dai misteri, Mona, nonostante il desiderio di ritornare al più presto alle libertà della vita occidentale, deciderà di prolungare la sua permanenza oltre il rito funebre, e di intraprendere la rotta verso Bam, città antica resa spettrale da un terremoto che l’ha ridotta in macerie, accompagnata dai due vecchi amori Ramin e Siavash, il primo presente fisicamente, il secondo unicamente nei pensieri e nei ricordi, e dalla sua “maman“. Per Mona sarà solo l’inizio di una sorta di viaggio temporale alla scoperta di sé stessa e della propria identità.

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Marta Zura-Puntaroni: l’autoritratto imperfetto di una generazione perduta

Noi non abbiamo colpa, Marta Zura-Puntaroni
(Minimum Fax, 2020)

Qualcuno, non ricordo esattamente chi, ha scritto che il ricordo che lascia un libro è più importante del libro stesso. Un libro rimane nella mente e nel cuore quando la lettura ci trasmette emozioni, che siano luminose o oscure, attraverso la possibilità di connettere le esperienze individuali all’interno di una vicenda umana collettiva, che potremmo anche definire storica e sociologica. Quando leggendo ci viene da pensare: «Questo sono io!», «Come conosco questo stato d’animo» o ancora «Anche io avrei agito così», in quel preciso istante avvertiamo i brividi sulla pelle e il battito cardiaco accelerato, ci sentiamo empaticamente compresi e legati a qualcun altro; e che cos’è d’altronde la letteratura se non il modo più autentico che abbiamo per sentirci meno soli al mondo?

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Dipingere l’assenza: su “Archivio del bianco” di Stefania Onidi

Archivio del bianco, Stefania Onidi
(Terra d’Ulivi Edizioni, 2020)

Un io-lirico che seduce con il vuoto, educa a uno sguardo puro sul niente, esplora le stanze della perdita; un “tu” che stringe il silenzio con i pugni, «accade fra le cinque e le sei», diventa un “noi” dal respiro diverso. Sullo sfondo un bianco (delle pagine e delle visioni) che non è solo elemento visivo ma anche sonoro, ritmico, è assenza di corpi, silenzio, gesto mancato. È un bianco antinomico che racchiude in sé il tutto e il niente, la pienezza e il nulla, come “el hombre” nei versi dell’anti-poeta per eccellenza Nicanor Parra posti a esergo di una delle sezioni del libro.

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Su LOT o la feroce bellezza delle periferie di Bryan Washington

LOT, Bryan Washington
(Racconti Edizioni, 2020 – Trad. Emanuele Giammarco)

Riconosciuto dalla critica internazionale e da numerosi premi come uno dei casi letterari più interessanti degli anni recenti, LOT, esordio dello scrittore statunitense classe 1993 Bryan Washington pubblicato dalla Atlantic nel 2019, dopo il clamoroso successo di pubblico ottenuto negli States, è finito in breve tempo per valicare i confini d’Oltreoceano, approdando prima in Gran Bretagna e poi in Italia, grazie alla pubblicazione in lingua italiana curata da Racconti Edizioni con la preziosa traduzione di Emanuele Giammarco.

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Oltre l’ombra, il silenzio di Dio: sulla poesia di Antonio Bux

La diga ombra, Antonio Bux
(Nottetempo, 2020)

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L’ultima raccolta del poeta foggiano Antonio Bux, dal titolo La diga ombra, è meritatamente accolta in una delle collane di poesia più rilevanti del panorama letterario italiano: Poeti dell’Editore Nottetempo, diretta da Andrea Amerio e Maria Pace Ottieri. Ormai da diversi anni, la collana si contraddistingue per la scelta di pubblicare poesia in e-book, corredata da un’edizione cartacea a tiratura limitata; poche uscite all’anno, ma coerenti e ben curate, di autori dall’indubbio spessore del calibro di, solo per dirne alcuni, Antonio Moresco, Nanni Cagnone, Marina Cvetaeva, Eugenio Lucrezi, Laura Pugno e il recente finalista del Premio Strega Daniele Mencarelli.

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Sulle fiabe postmoderne di Margaret Atwood

L’uovo di Barbablù, 2020
(Racconti Edizioni, Trad. Gaja Cenciarelli)

«Non è la prima volta che penso di non essere venuta al mondo come tutti gli esseri umani, bensì di essere uscita da un uovo schiuso». Questa frase di Margaret Atwood, fra le più autobiografiche e personali mai scritte dall’autrice canadese, racchiude in sé tutto il senso de L’uovo di Barbablù, raccolta di racconti incentrata sui temi legati al disadattamento, all’incomunicabilità e alla soggezione vissute dalle donne all’interno di quelle relazioni amorose e familiari che, in ultima istanza, sono sempre, come ben dimostrato dalla Atwood, relazioni di potere.

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Il mondo solo come un sogno: sulla poesia di Gisella Genna

Quarta Stella, Gisella Genna
(Interno Poesia, 2020)

gggggDire del dolore del mondo con grazia è la spontanea ambizione di Gisella Genna nel suo libro d’esordio Quarta stella, pubblicato da Interno Poesia: una raccolta poetica di assoluto valore che permette all’autrice milanese di collocarsi di diritto fra i poeti e le poetesse più interessanti fra quelli nati e nate negli anni ‘70, una generazione segnata dall’ardua ricerca di un equilibrio fra qualità delle cose (Pasolini) e qualità delle parole (Sanguineti), e dalla divisione fra poesia lirica e sperimentale, categorie d’analisi ancora tutt’oggi in voga nonostante la dispersione testuale e autoriale caratterizzante l’universo della poesia contemporanea italiana. Come le migliori autrici di poesia, Genna si colloca nel mezzo, senza aderire totalmente a nessuno dei due schemi, e rifuggendo al contempo agli Scilla e Cariddi della retorica e del poetese.

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Baldwin Unchained: su Dio, sull’amore e sulla libertà universale

La prossima volta il fuoco, James Baldwin
(Fandango Libri, 2020) – Trad. Attilio Beraldi

La prossima volta il fuoco è la quarta pubblicazione di un libro di James Baldwin (1924-1987), in edizione italiana, da parte di Fandango Libri, dopo La stanza di Giovanni nel 2017, Se la strada potesse parlare nel 2018, e Un altro mondo nel 2019. La scelta di Fandango di pubblicare in lingua italiana l’intera opera di Baldwin si inserisce all’interno di un’atmosfera di rinnovato interesse internazionale nei confronti dello scrittore originario di Harlem: in particolare, grazie al successo di critica e di pubblico del film I Am Not Your Negro (2016) di Raoul Peck, candidato al premio Oscar come miglior documentario e incentrato sulla figura e sull’opera di Baldwin, il mondo accademico e i lettori di tutto il mondo stanno riscoprendo l’autore harlemita non più solo in quanto fenomeno letterario ma sotto una nuova luce legata al suo essere uno scrittore politico essenziale per poter rileggere e comprendere la modernità in chiave postcoloniale, ossia analizzando il razzismo imperante come fenomeno strutturale alle relazioni sociali capitalistiche e in quanto dispositivo di sfruttamento delle masse subalterne attraverso cui il sistema neoliberista riesce a riprodurre sé stesso.

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