L’elogio del margine di bell hooks: una prospettiva di femminismo organico

Elogio del margine / Scrivere al buio, bell hooks
(Tamu Edizioni, 2020 – Trad. Maria Nadotti)

Cominciamo dal nome. O meglio, dallo pseudonimo: bell hooks. Tutto in lettere minuscole. Così Gloria J. Watkins di Hopkinsville, Kentucky, donna di origini afroamericane e di bassa estrazione sociale, firma la sua prima raccolta di poesie intitolata A Woman’s Mourning Song. Siamo a cavallo fra gli anni ‘60 e i ‘70, il movimento femminista è al suo apice ed è usanza per le autrici di quel periodo adottare uno pseudonimo al fine di autocancellare le individualità e rafforzare la dimensione collettiva del proprio pensiero. C’è anche, come nel caso di Gloria, la volontà di rendere omaggio alle donne che le hanno precedute, una lunga discendenza femminile resistente al «patriarcato capitalista suprematista bianco». Unendo così il secondo nome di sua madre, che si chiamava Rosa Bell, al nome e cognome di sua nonna, Bell Blair Hooks, nasce lo pseudonimo con cui la Watkins firmerà una delle più ricche e intense produzioni saggistiche e autobiografiche del nostro tempo relativamente al pensiero femminista, alla pedagogia, alle relazioni amorose, alla maschilità nera e alla rappresentazione degli afroamericani al cinema e nei media.

«Se vogliamo vivere in una società meno violenta e più giusta, dobbiamo impegnarci a lavorare contro il sessismo e contro il razzismo.»

Elogio del margine / Scrivere al buio, prima pubblicazione della neonata Tamu Edizioni, riunisce una serie di saggi di bell hooks sui temi della resistenza delle donne afroamericane al razzismo e al sessismo, integrati da un’intervista a cuore aperto che la curatrice e traduttrice del libro Maria Nadotti fece a bell nel 1997 a New York. Questa raccolta, la cui attualità concreta è lucidamente messa a fuoco da Nadotti nell’introduzione scritta ad agosto di quest’anno, nel pieno della campagna elettorale presidenziale degli Stati Uniti fra Trump e Biden, rappresenta un’occasione importante per approcciare, ma anche approfondire, la tematizzazione che sta al centro dell’impegno politico e intellettuale di bell hooks, ovvero la coniugazione indissolubile quanto infernale fra razza e genere: è impossibile parlare di sesso senza parlare di razza e viceversa, in quanto si tratta in entrambi i casi, per dirla con Foucault, di dispositivi utilizzati dal sistema capitalista-neoliberista per riprodurre sé stesso attraverso la costante creazione di masse di subalterni da poter sfruttare. Da qui scaturisce una visione di femminismo organico, in quanto focalizzato non solo sulla questione di genere ma anche sul colore del genere.

«Gran parte di ciò che minaccia il nostro benessere collettivo è un prodotto delle strutture dominanti. Il razzismo è un problema dei bianchi, almeno quanto lo è dei neri»

Il pensiero di hooks si nutre delle teorie dei vari Frantz Fanon, Stuart Hall, Simone De Beauvoir, Angela Davis, Jean Paul Sartre, Michel Foucalt, ponendosi però come traît d’union teorico fra i black studies e i cultural studies, e mantenendo un atteggiamento fortemente critico nei confronti dell’essenzialismo sia nero che femminile, colpevoli di replicare a loro volta le categorie di pensiero della cultura bianca maschile dominante, all’interno di una dialettica che finisce per essere collaborazionista invece che decostruttivista e demistificatoria.

Ciò che resta impresso del pensiero di hooks in questa raccolta di saggi è la sua capacità di instaurare un dialogo con il grande pubblico, attraverso un linguaggio limpido e schietto che, avendo sempre origine “dal basso”, ovvero dall’esperienza del vissuto, è totalmente scevro di accademismo e di intellettualismo: come fa notare Nadotti nel testo introduttivo, «La specificità di ogni donna, vale a dire il terreno esperienziale su cui ciascuna può fondare l’invenzione del proprio mutamento sta – ed è questa la vera scoperta metodologica del femminismo caro a bell hooks – nella biografia e nella sua cognizione di sé come parte di un mondo non statico, complesso, mai banalmente binario». La lettura della società elaborata da hooks si dispiega sottoforma di narrazione: al centro di tutto ci sono le storie, la sua, quelle delle donne che l’hanno preceduta e delle donne che verranno dopo di lei, tutte accomunate dalla negazione del diritto di guardare e dal conseguente «straordinario desiderio di guardare, un desiderio ribelle, uno sguardo oppositivo», che non si esaurisce nell’atto in sé ma include la volontà che lo sguardo possa cambiare la realtà.

«Nella mia vita lo “sguardo” è sempre stato politico.»

L’analisi di hooks è fondata sull’esplorazione di quei margini dell’esistenza in cui le donne afroamericane subiscono forme di esclusione (per lo più perpetuate attraverso l’assenza dello sguardo) che rende impossibile il loro diritto ad essere dei soggetti politici parte di una storia e di un’identità. A riguardo non può essere risolutiva l’inclusione delle donne nella forza lavoro, che molto spesso acuisce la subalternità invece che annullarla, né l’adesione a movimenti che fanno teoria senza prassi. La forma di resistenza raccontata da hooks in queste pagine si combatte quotidianamente nelle case, nei quartieri, nei supermercati, nell’arte, nel lavoro, nelle strade, ma soprattutto dentro di sé, nella coscienza e nel pensiero, nella necessità, che riguarda tutti noi, di costruire collettivamente modi non convenzionali di comprendere e rappresentare le alterità.

Emmanuel Di Tommaso

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