Sulle fiabe postmoderne di Margaret Atwood

L’uovo di Barbablù, 2020
(Racconti Edizioni, Trad. Gaja Cenciarelli)

«Non è la prima volta che penso di non essere venuta al mondo come tutti gli esseri umani, bensì di essere uscita da un uovo schiuso». Questa frase di Margaret Atwood, fra le più autobiografiche e personali mai scritte dall’autrice canadese, racchiude in sé tutto il senso de L’uovo di Barbablù, raccolta di racconti incentrata sui temi legati al disadattamento, all’incomunicabilità e alla soggezione vissute dalle donne all’interno di quelle relazioni amorose e familiari che, in ultima istanza, sono sempre, come ben dimostrato dalla Atwood, relazioni di potere.

A quasi trent’anni dalla pubblicazione del libro, l’occasione per tornare a parlare de L’uovo di Barbablù è data dalla ristampa appena uscita nelle librerie a cura di Racconti Edizioni, che ritorna a pubblicare un libro della Atwood dopo l’uscita nel 2018 della sua prima raccolta dal titolo Fantasie di stupro. Questa di Racconti Edizioni non è una semplice ristampa, in quanto sono stati inclusi alcuni testi inediti, per un totale di dodici racconti, tutti tradotti in italiano ex-novo da Gaja Cenciarelli. La Atwood, pluripremiata madrina del genere distopico giunta alla fama globale grazie al successo del libro Il racconto dell’ancella e alla relativa serie tv firmata Netflix, ne L’uovo di Barbablù dimostra tutta la sua capacità di leggere la società in divenire anticipando i tempi e assumendo il ruolo di pioniera degli stili e dei temi: se oggi rileggere le fiabe popolari in chiave postmoderna per ammaliare i lettori e sviluppare in loro un pensiero su temi politici e sociali di ampio respiro può essere considerata un’operazione mainstream, di certo non lo era negli anni ‘80, periodo a cui risale la prima pubblicazione dell’opera (1983 con esattezza, mentre in Italia il libro arriverà solo nel 1995).

Ambientate in un vasto arco temporale che va dal secondo dopo guerra agli anni ‘80, al confine tra Canada e Stati Uniti, fra luoghi immersi in una natura selvaggia che pur iniziava a essere contaminata, queste dodici storie vedono come protagoniste donne di diverse età e caratteri, accomunate dal sentirsi in caduta libera in una realtà in totale disfacimento, aggrappate ai propri sogni e idealizzazioni; tutte sostanzialmente sole, e incapaci di trasmettere e far comprendere le proprie emozioni al mondo circostante. Le varie Alma, Sally, Loulou, Betty, Becka, Christine, Karen, Cynthia, Margaret, che popolano e animano queste pagine, rappresentano delle alter ego dell’eroina ribelle Difred de Il racconto dell’ancella, essendo tutto fuorché eroine, e vivendo, come le sorelle della fiaba nera di Perrault, assoggettate all’ombra di ingombranti figure maschili o genitoriali, appigliate a piccole gioie quotidiane, a vanità, a successi di poco conto e a vizi privati, difese unicamente dal guscio protettivo che si sono esse stesse create per resistere, un guscio che in quanto illusorio è destinato a schiudersi per effetto di un semplice gesto, di una frase, di un ricordo che riaffiora ineluttabile. Per quanto questa definizione potrebbe non essere gradita dall’autrice, queste storie sono profondamente femministe, essendo rivolte a dare pensiero e voce (ma anche silenzio) alle donne in quanto soggetti subalterni di un mondo dominato dal suprematismo bianco maschile.

Questi dodici racconti sfiorano la perfezione in termini di costruzione delle trame e di descrizione delle scene e dei personaggi. Questi ultimi in particolare vengono descritti sempre indirettamente, attraverso le azioni e i gesti che compiono (o non compiono) o gli sguardi laterali di impensabili narratori. C’è per esempio l’imperscrutabile e misteriosa Betty, raccontata dalla voce di una bambina di sette anni, innocente e veritiera, come le voci di tutte le bambine. O ancora, nel racconto che dà il titolo alla raccolta, la famiglia di Ed e Sally, descritta con genialità attraverso una partita a monopoli, e le idee e le scelte che ogni membro della famiglia compie durante il gioco. A rendere immersiva la lettura ci pensa poi il linguaggio di Margaret Atwood, che, essendo prima di tutto poeta, scrive in maniera forbita ma essenziale, inseguendo un ritmo lento che culla e sconquassa la mente del lettore, riesumando parole ed espressioni dimenticate, e restituendo loro potenza inserendole, come pezzi di un mosaico, nel linguaggio semplice di tutti i giorni.

C’è qualcosa da imparare, da rivivere o semplicemente da sentire, in ognuna di queste quotidiane fiabe postmoderne. Forse è tutto lì, nella sincerità dell’ascolto, il segreto per uscire indenni dalla stanza proibita di Barbablù. «Niente dura per sempre. Prima o poi dovrò rinunciare alla mia immobilità, all’abitudine di sognare a occhi aperti, alla speculazione, e all’apatia grazie a cui sopravvivo. Dovrò venire a patti con il mondo reale, che è composto, come ben so, non di parole ma di fognature, buche nel terreno, erbacce che si moltiplicano furiosamente, pezzi di marmo, pile di roba più o meno pesante che vanno spostate da una parte all’altra, in genere in salita. Come farò a gestire tutto questo? Solo il tempo, che non la racconta mai tutta, saprà dirlo».

Emmanuel Di Tommaso

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