La maternità spiegata ai qualunquisti: “Fino all’alba” di Carole Fives

Fino all’alba, Carole Fives
(Einaudi Editore, 2020 – trad. M. Botto)

finoallalbaMentre leggevo Fino all’alba, il romanzo che è valso all’autrice Carole Fives la finale al Prix Médicis e al Prix Wepler e che è ora disponibile in italiano per Einaudi Editore nella traduzione di Margherita Botto, non potevo evitare di pensare a un quadro che ho visto l’estate scorsa in vacanza a Vienna, Le cattive madri di Giovanni Segantini.

In un purgatorio ghiacciato, da alberi spogli spuntano teste di bambini che si avvinghiano ai seni delle loro madri e le intrappolano in un groviglio di rami. È l’inferno delle donne che hanno abortito, o che hanno rinunciato al loro ruolo di madri – che per Segantini, orfano della sua fin da bambino, era l’unica condizione possibile per una donna – in nome della libertà sessuale.

Non è il caso della protagonista senza nome del romanzo di Fives, che anzi vive in simbiosi con il suo bambino di due anni il cui padre li ha abbandonati entrambi; il bisogno di libertà, tuttavia, si affaccia prepotentemente nelle sue infinite giornate e la spinge a tentare la fuga. Di sera, quando il bambino finalmente si addormenta, la madre si fa coraggio e esce per qualche minuto; prima solo un quarto d’ora, poi sempre più a lungo. Un gesto pericoloso, ma non avventato, di cui anzi la donna percepisce tutta la gravità, ma di cui ha comunque bisogno per sopravvivere. Perché se l’inferno di una cattiva madre è desolato e inospitale, anche cercare di essere una buona madre può rivelarsi un’esperienza infernale.

La lettura di Fino all’alba è fonte di tensione e angoscia, non tanto per le scene in cui la protagonista lascia suo figlio da solo e torna a casa con la paura che sia successo qualcosa in sua assenza, ma per i dettagli della routine minuziosamente ricostruita. Nel cuore della notte, la donna prepara il biberon per suo figlio, che nel frattempo piange e rischia di svegliare tutto il condominio. Non trova il tappo, il latte schizza sul tavolo, quando arriva in camera da letto il bambino si è già riaddormentato, lei si rilassa, ma il piccolo si sveglia di colpo, chiede di nuovo il latte e lei, nella foga di darglielo subito, lo rovescia. Scene come questa non sono funzionali a una linea narrativa più grande, ma sono la narrazione stessa; una scelta che restituisce dignità ed eleva a letteratura una quotidianità frustrata e non appagante.

L’autrice evita accuratamente il rischio di costruire un’epica della madre single: non c’è niente di glorioso nel destino della protagonista, i suoi sforzi non le danno alcuna gratificazione né sul piano lavorativo – disastroso, perché lavorare come grafica freelance con un bambino piccolo in casa è decisamente complicato – né su quello personale – il figlio è indisciplinato, si comporta da re assoluto della casa, non ascolta i rimproveri e la madre non è mai convinta di star facendo un buon lavoro a tirarlo su.

Il giudizio della società grava anzi su ogni scelta della donna e mette in prospettiva, per il lettore, la straordinarietà della situazione raccontata. Se, mentre leggiamo, potrà sembrarci che la protagonista sia un caso disperato e che abbia assolutamente bisogno d’aiuto, ci penserà il commento di un’educatrice del nido, di un’impiegata di banca o di una frequentatrice di forum per mamme sole a ricordarci che invece la sua situazione è comune, quasi banale, e che non c’è nessun motivo per esser particolarmente solidali con lei, dovrebbe solo organizzarsi per riuscire a tenere sotto controllo la propria vita.

Organizzazione è la parola magica che impera nei forum femminili che la madre frequenta in cerca di consigli e supporto: un mondo fatto di supermamme che sbandierano frasi come “l’amore di una madre muove le montagne” e subissano di insulti le malcapitate che suggeriscono il diritto di una donna di vivere una vita autonoma, al di là della maternità (e, se i toni vi sembreranno eccessivi, è evidente che non avete mai dato un’occhiata a questo tipo di forum). Non c’è via d’uscita per chi non ce la fa più: l’unica possibilità è stringere i denti, tenere duro, organizzarsi, appunto, e sperare che un giorno qualcuno ti dica che sei stata brava.

La via d’uscita è invece aperta e praticabile per i padri: loro possono permettersi, come il marito della protagonista, di uscire di casa un giorno e non tornare mai più, di mandare generici messaggi affermando che passeranno nel weekend e poi disattendere questa mezza promessa. Anche in questa evidenza non c’è retorica né recriminazione, ma solo un’amara constatazione: il mondo in cui la donna si muove è maschilista e patriarcale e vi è stata raggiunta forse l’uguaglianza, ma di sicuro non l’equità.

Fives è abile a mantenere la sua opera, che rischia in alcuni punti di trasformarsi in un proclama, nella forma del romanzo. Se il libro si presta all’accusa di essere costruito su poca trama, è anche vero che non tutte le vite hanno la possibilità di trasformarsi in una storia: la maggior parte delle volte, anzi, lo scrittore forza la realtà dandole una chiusura e una spina dorsale. Le situazioni più interessanti di una vita sono però spesso irrisolte, drammatiche perché prive di senso e coesione, ed è importante che anch’esse vengano raccontate.

 

Loreta Minutilli

 

 

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