Marta Zura-Puntaroni: l’autoritratto imperfetto di una generazione perduta

Noi non abbiamo colpa, Marta Zura-Puntaroni
(Minimum Fax, 2020)

Qualcuno, non ricordo esattamente chi, ha scritto che il ricordo che lascia un libro è più importante del libro stesso. Un libro rimane nella mente e nel cuore quando la lettura ci trasmette emozioni, che siano luminose o oscure, attraverso la possibilità di connettere le esperienze individuali all’interno di una vicenda umana collettiva, che potremmo anche definire storica e sociologica. Quando leggendo ci viene da pensare: «Questo sono io!», «Come conosco questo stato d’animo» o ancora «Anche io avrei agito così», in quel preciso istante avvertiamo i brividi sulla pelle e il battito cardiaco accelerato, ci sentiamo empaticamente compresi e legati a qualcun altro; e che cos’è d’altronde la letteratura se non il modo più autentico che abbiamo per sentirci meno soli al mondo?

Al contrario, se l’esperienza individuale narrata in un libro si richiude su sé stessa, non viene aperta verso il mondo né universalizzata, se quell’io in poche parole non diventa in qualche modo un “noi”, la sensazione è quella di leggere un diario personale o una notizia di cronaca, che per quanto interessante non può che lasciarci indifferenti. È questo il caso di Noi non abbiamo colpa, il romanzo di ritorno di Marta Zura-Puntaroni, anch’esso pubblicato da Minimum Fax dopo l’esordio con Grande Era Onirica nel 2017.

Il romanzo narra le vicende della trentenne Marta, scrittrice e libera professionista, la cui vita, precaria ma tutto sommato soddisfacente, viene turbata dalla malattia della nonna Carlantonia, e dalla conseguente necessità di abbandonare la vita urbana per ritornare al paesino natale. La storia è ambientata nelle Marche devastate (non solo materialmente ma anche psicologicamente) e mai ricostruite dopo il terremoto del 2016, un non-luogo sospeso a cui Marta fa ritorno per aiutare la madre e il padre a gestire una situazione che è resa ancora più difficile dal carattere ostile ed egoista della nonna malata. La narrazione viene sviluppata inseguendo alcune scelte narrative che purtroppo, come vedremo, resteranno incompiute.

Il binomio città-paese innanzitutto, che caratterizza tutta la prima parte del libro, con la protagonista che si trasferisce a vivere da un luogo fervido, ricco di opportunità e di stimoli, segnato da continui cambiamenti, dalla vita sociale elettrica caratterizzata dagli aperitivi, dal cinematografo e dalle mostre d’arte, alla realtà provinciale, primitiva, bigotta e austera del paese, in cui non accade mai nulla e il tempo sembra essersi fermato a chissà quando. L’autrice, perfettamente consapevole della complessità del reale, finisce quasi inconsapevolmente per cadere nella trappola delle visioni stereotipate. Questa proporzione città sta a civiltà come paese a vita primitiva non solo è superficiale, ma è anche banale e semplicistica.

Tale contraddizione di fondo è insita nella stessa protagonista, che può permettersi di lasciare la città perché fa una vita e un lavoro precario da libera professionista, senza vincolo di luogo né di orario, e resta in qualche modo più legata alla famiglia, sebbene senta costantemente il bisogno di giustificare questo legame. Una contraddizione che acquista ancora più evidenza se messa in relazione alla condizione della sorella di Marta che, avendo un lavoro e una vita propria più stabile, riesce a non farsi invischiare più di tanto nei problemi familiari pur essendo rimasta a vivere in paese.

Il tema della malattia, l’Alzheimer, viene invece narrato attraverso l’espediente della relazione intergenerazionale fra nonna, madre e figlia, intorno alle quali ruota una costellazione di badanti straniere che, da un punto di vista narrativo, a poco servono se non a mettere in luce il pessimo carattere della nonna, un aspetto che a un certo punto risulterà ridondante. Marta, assistendo impotente al dissolversi della memoria e della presenza nel mondo della nonna, non può che pensare all’eventualità che un giorno ciò possa accadere a sua madre e, ancora più nel futuro, a sé stessa. E tuttavia anche in questo caso i personaggi principali sono descritti superficialmente, senza addentrarsi nella dimensione psicologica, per non parlare dei personaggi secondari quali le amiche del paese e gli altri componenti della famiglia, lasciati come immagini astratte a sbiadire sullo sfondo.

Tutto ciò lascia una serie di punti oscuri che non permettono di cogliere esattamente quello che l’autrice vuole esprimere: Marta soffre realmente per la nonna malata o ha solo paura di ritrovare sua madre o sé stessa nella medesima condizione? Che cos’è che la porta realmente a tornare al paese e a restarci? Anche i ricordi rivissuti non si capisce bene da dove nascano e, non trovando punti di contatto né nessi logici con il presente, precludono quella riappropriazione del valore del passato e della memoria e dunque del futuro che, di fronte all’oblio che inghiotte la nonna, avrebbe offerto una chiave di lettura originale dell’Alzheimer, una malattia che sebbene possa rappresentare per sua natura un tema appassionante, è ormai molto inflazionata in ambito letterario.

Di fronte a tutte queste possibili direzioni narrative, l’autrice sceglie di non scegliere, decide di parlare di tutto e finisce con il parlare di niente. Lo fa, tra l’altro, con un linguaggio forse troppo ricercato, a tratti svogliato e distaccato.

«Al paese nulla di bello è fatto per durare. Tempeste maligne disperdono le chiome degli alberi, creando tappeti madidi e soffici che ovattano i cuscinetti delle volpi, dei ghiri, dei lupi. I topi quercini e gli scoiattoli rossi cercano riparo, i caprioli perdono i trofei, i cervi reali si sfidano per il dominio delle femmine»
«Finché ho il cellulare, il passaporto, la carta di credito niente mi può succedere: posso varcare qualsiasi confine, comprare qualsiasi cosa, contattare qualsiasi persona. Finché ho il cellulare, il passaporto, la carta di credito niente mi può succedere: me lo ripeto mentre recupero Mimma da sotto il letto e la metto a tradimento nel trasportino di stoffa, la bestiola manda un breve mao irritato prima di acciambellarsi e riprendere a dormire.».

La storia si distende a fatica, interrotta spesso da divagazioni poco necessarie su fiabe demenziali come quella del gatto mammone, descrizioni naturalistiche colme di retorica, disquisizioni teoriche sull’aldeide 2-nonenale ovvero l’odore dei vecchi, improbabili metafore fra la condizione del malato di Alzheimer e Alice nel Paese delle Meraviglie.

Come Zura-Puntaroni ha più volte sottolineato, raccontare dall’interno la generazione di cui si fa parte è molto complicato. Il problema non è che Noi non abbiamo colpa sia un libro pieno di imperfezioni, una storia che probabilmente meritava ancora molto tempo e riflessione prima di essere pubblicata. In questo l’autrice incarna perfettamente una generazione perduta fra lo spaesamento e il desiderio di avere tutto e subito. Il punto è che è evidente Marta Zura-Puntaroni sappia scrivere, questo libro lo dimostra ancora una volta, ma è proprio ciò a rendere le sue imperfezioni ancora più gravi, in quanto frutto di scelte consapevoli.

Emmanuel Di Tommaso

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