Raccontare il Cile e i suoi morti: “La sottrazione”

La sottrazione, Alia Trabucco Zeràn
(SUR, 2020 – trad. di G. Maneri)

La trama de La sottrazione, se riassunta in poche parole, potrebbe apparire grottesca, paradossale, quasi divertente: tre amici salgono su un carro funebre e viaggiano dal Cile all’Argentina per recuperare la salma di una donna finita accidentalmente nel paese sbagliato. Non c’è nulla di divertente però nel modo in cui questo spunto narrativo si declina tra le pagine, e il grottesco perde di mordente di fronte al realismo storico, all’atmosfera cupa e al peso dei traumi che perseguitano tutti i personaggi, una sofferenza insieme individuale e nazionale. Dietro l’assurda avventura di Iquela, Felipe e Paloma si cela infatti il peso onnipresente del grande trauma cileno: la dittatura di Pinochet.

Alia Trabucco Zerán appartiene a quella generazione di giovani adulti cileni che hanno vissuto l’esperienza della dittaura solo in tenera età, ma che sono costretti a fare tutt’ora i conti con il ricordo ancora fresco di uno dei periodi più bui della storia cilena. Lo stesso vale anche per i suoi personaggi: Iquela, Felipe e Paloma sono figli dei militanti che hanno combattuto contro la dittatura, non ricordano molto di quegli anni ma ne subiscono le ripercussioni ogni giorno. Felipe ha perso la famiglia, Iquela convive con una madre ossessionata dalle memorie della resistenza, Paloma ha passato la vita a pellegrinare da una nazione all’altra in un esilio volontario, seguendo la madre fuggiasca.

La loro storia comincia solo quando Paloma rientra in patria con l’intento di seppellire lì il corpo di sua madre, in un ritorno alla propria terra, il paese per cui si era battuta. La salma viene però imbarcata su un volo diretto in Argentina, e le pratiche per il rimpatrio sono troppo lunghe, troppo complesse: ecco perché Iquela, Felipe e Paloma decidono di lasciare il Cile e recuperare la bara all’aeroporto di Mendoza.

La struttura del romanzo è intricata e accattivante, concepita per rappresentare metaforicamente gli animi dei vari personaggi e i loro rispettivi traumi. Le voci narranti sono quelle di Iquela e Felipe, che si alternano tra un capitolo e l’altro: lei parla al passato, lui al presente; i capitoli a lei dedicati non sono numerati, quelli di lui proseguono all’inverso; Iquela descrive il presente con ordine e disciplina, Felipe in un flusso di coscienza eterno, intere pagine senza neanche un punto, con frasi che non si interrompono mai e divagazioni infinite. Una costruzione parallela ma inversa, che rispecchia le caratteristiche e le mentalità opposte di Iquela e Felipe.

I due personaggi hanno tratti quasi speculari. Lei accetta di essere schiava del peso di sua madre, ne asseconda i ritmi senza lamentarsi, fino quasi ad annullarsi come individuo. Non sopporta il passato, e ogni volta che questo fa capolino nella sua vita, Iquela reagisce chiudendosi in se stessa, cercando delle vie di fuga: difficilmente è lei a riportare volontariamente alla memoria degli avvenimenti, il più delle volte si ritrova costretta ad ascoltarli dalla bocca degli altri. Quando poi non riesce a sopportare il peso del presente, Iquela prova a distrarsi contando le cose inutili che la circondano, dal numero di valigie che circolano in aeroporto alle foglie di carciofo sul piatto della cena.

Felipe al contrario non sa stare fermo, non conosce la disciplina né gli interessa, non ha famiglia e abbandona ripetutamente l’unico surrogato che la vita gli abbia offerto, ovvero Iquela e sua madre. È ossessionato dal passato, e nonostante i suoi capitoli siano declinati al tempo presente, Felipe non è in grado di focalizzarsi su ciò che concretamente gli accade attorno, rimandando sempre a episodi di quando era bambino. I suoi traumi assumono la forma di una grottesca illusione, la percezione di essere costantemente circondato da cadaveri. Lo scopo ultimo della vita di Felipe è quello di contarli, non in ordine progressivo ma come sottrazione, perché ogni morto è una persona viva in meno, mentre la loro età si abbassa sempre di più, avvicinandosi pericolosamente a quella dello stesso Felipe. Mentre Iquela somma, Felipe sottrae. Lei non ottiene niente perché somma il nulla, lui invece si avvicina pericolosamente allo zero, alla morte.

L’intero romanzo è costruito quindi intorno a una serie di elementi metaforici, tanto a livello narrativo quanto strutturale. È un’opera complessa, che recupera la storia cilena senza mai metterla completamente a fuoco, rendendo talvolta difficile decifrarne alcuni passaggi se si pecca di conoscenze storiche a riguardo. Albeggia inoltre per tutta la narrazione un tono di profonda sofferenza, come se i personaggi non fossero in grado di allontanarsi mai dal male, nemmeno quando dovrebbero divertirsi: non ci sono altre declinazioni emotive oltre al dolore.

Nonostante questo, La sottrazione rimane un bellissimo romanzo d’esordio, al punto da essere stato selezionato tra i finalisti del Man Booker International Prize 2019. L’opera di Zerán pone al centro della narrazione una realtà incontrovertibile: che i traumi non si esauriscono nelle sofferenze del singolo, ma si trasmettono per via ereditaria, infestano la memoria e sedimentano nei ricordi. La soluzione non può essere cercare di dimenticarli.

Anja Boato

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