“Teoria dell’eteronomia”, o le innumerevoli solitudini di Fernando Pessoa

Teoria dell’eteronomia, Fernando Pessoa
(Quodlibet, 2020 – Trad. V. Russo)

Accade a volte che i nomi, entità convenzionali par excellence, rappresentino con estrema precisione la natura delle cose che indicano. È il caso di Fernando Pessoa, grande scrittore portoghese del Novecento, il cui nome racchiude forse tutto il suo segreto: in portoghese “pessoa” significa infatti “persona”. Ed egli fu proprio questo: un creatore di persone, in particolare di scrittori. Álvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro, Antonio Moira, sono solo alcuni dei suoi innumerevoli eteronimi, autori di cui Pessoa inventò di sana pianta la biografia e di cui scrisse le opere, spesso non condividendone né lo stile né tantomeno le idee. Teoria dell’eteronomia, tradotta da Vincenzo Russo e pubblicata da Quodlibet, raccoglie tutti i frammenti del poeta su questa particolarissima pratica letteraria. 

L’eteronomia non è sovrapponibile alla pseudonimia, in cui un autore scrive semplicemente sotto falso nome, ma in Pessoa è una vera e propria teoria letteraria (o metafisica, come ama definirla), che permette la realizzazione di quella che egli chiama “poesia drammatica”, in cui lo scrittore immagina un autore che scrive con un proprio stile esattamente come Shakespeare immaginò Lady Macbeth. Si tratta di un modo di fare letteratura “al quadrato”, in cui Pessoa gioca col concetto di autore e scrive per “interposta persona immaginaria”, creando un complesso gioco di specchi che fa sfumare il confine tra il reale e l’immaginario:

«Sono come una stanza con numerosi specchi fantastici che distorcono in falsi riflessi un’unica realtà centrale che non è in nessuna stanza ed è in tutte»[1]

La scrittura così concepita diviene una pratica molto vicina al sognare, tema su cui Pessoa insiste in molte di queste pagine, tanto da dichiarare: ‹‹Ho sostituito i sogni a me stesso». Nel sogno Pessoa realizza tutto quello che non gli riesce nella vita reale, con la sua anonima esistenza di semplice impiegato, che però nasconde dentro di sé mondi insospettabili. Scrivere gli permette di concretizzare i sogni, di renderli qualcosa di palpabile che può sostituire un’esistenza assurda e dolorosa. Poiché la realtà è insostenibile, Pessoa reagisce ad essa negandola, ad esempio col sensazionismo, corrente letteraria elaborata dall’eteronimo Álvaro de Campos, per il quale è impossibile trovare un mondo esterno alle nostre sensazioni: non esiste nulla al di fuori del nostro mondo interiore.

Ma se ciò che sentiamo è solo e soltanto nostro e di conseguenza assolutamente incomunicabile agli altri, cosa esprime quindi la letteratura? Ciò che non si sente, cioè quello che è sentito da altri (dagli eteronimi, appunto). Non a caso i versi più famosi di Pessoa recitano:

«Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
Che arriva a fingere che è dolore
Il dolore che davvero sente.»[2]

La finzione ha un potere rivelatore straordinario, essa è alla base dell’arte e della società. La menzogna è il «linguaggio ideale dell’anima» e pervade tutto ciò che è relazione con l’altro, anche nell’amore: essa è «il bacio che ci scambiamo». Fare arte significa nascondersi: più l’artista riuscirà a non rivelarsi, più sarà un buon artista. Per mezzo dei suoi numerosi eteronimi il poeta portoghese cerca di scomparire, di dissolversi attraverso quello un «percorso ascetico di immaginazione», in cui l’unico imperativo da seguire è l’incoerenza. Occorre essere sempre imprevedibili a sé stessi per liberarsi di quella malattia che è la coerenza di un supposto Io, il quale è un incancrenirsi sterile dell’abitudine, infernale «Limite Assoluto» alla possibilità di essere molti.

Eppure questa ossessiva ricerca di essere altro non fa che toccare il nervo scoperto della fragilità di Pessoa, che proprio il suo eteronimo De Campos descrive come «un gomitolo ingarbugliato dall’interno». In un libro in cui si teorizza la finzione come principio metafisico assoluto, troviamo paradossalmente pagine di disarmante sincerità, che mostrano tutta la disperazione di un uomo che voleva essere molti perché non si sentiva nessuno:

«Sono una specie di carta da gioco, di un seme antico e sconosciuto, che rimane l’unica di un mazzo perduto. Non ho senso, non conosco più il mio valore, non ho termine di paragone per ritrovarmi, non ho niente che possa servirmi per farmi riconoscere.»[3]

Tutto ciò ha probabilmente una fonte patologica, e in più pagine l’autore si autodiagnostica una isteria-nevrastenia. Non possiamo dargli torto, visto il suo Io ipertrofico incapace di relazionarsi con gli altri, per giunta con tendenze autodistruttive. Più della patologia ci interessa però il fatto che Pessoa in fin dei conti non fa che parlare di sé: i numerosi tentativi di dissolvere la sua personalità finiscono per espanderla oltremodo, facendola divenire l’unico sfondo possibile di qualsiasi discorso. In queste pagine ci si rivela la tragedia di un uomo che ha tentato di scomparire, ma che invece è rimasto prigioniero del suo stesso desiderio di invisibilità. Il continuo negarsi diviene così un modo di affermarsi, sebbene nella letteratura piuttosto che nella realtà.

L’eteronimia è in definitiva il tentativo di misurarsi con l’altro da sé entro di sé, di ricreare quel mondo esterno insostenibile all’interno di una dimensione controllabile, al prezzo di vivere la solitudine in maniera estrema e disperata, perché moltiplicata in una miriade di altre solitudini.  Se volessimo giocare ancora una volta con le parole e la loro etimologia noteremmo come “persona” significhi originariamente “maschera dell’attore”. Fernando Pessoa ha quindi creato una moltitudine di personaggi, ma ha finito per mascherarsi; e le maschere in qualche modo rivelano sempre il volto che nascondono.

Giacomo De Rinaldis


[1] p. 57

[2] Autopsicografia, da Una sola moltitudine, Adelphi, 1979, trad. Antonio Tabucchi.

[3] pp. 169-170

3 pensieri su ““Teoria dell’eteronomia”, o le innumerevoli solitudini di Fernando Pessoa

  1. Bella recensione che tenta di spiegare un autore e un concetto difficili per i più. Sì, certo, eteronimo non si può considerare sinonimo di pseudonimo ma mi resta il dubbio di come eteronimo si differenzi dallo stratagemma letterario del “manoscritto ritrovato”: Se io – Autore – dico il libro che pubblico non è farina del mio sacco ma è l’opera di un certo Pinco Palino, autore quanto mai sconosciuto di cui sono riuscito a trovare poche note biografiche che riporto e del quale ho trovato questo romanzo che ora offro alla pubblica lettura, uso, appunto, lo stratagemma del “manoscritto ritrovato” (se non ricordo male anche il nostro Manzoni l’ha fatto con i suoi “Promessi Sposi”) o posso dire che Pinco Pallino è l’eteronimo dell’Autore?

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  2. Carissimo Stefano, la ringrazio molto per questa osservazione. Direi che il caso di Manzoni è un po’ diverso. Nell’eteronomia à la Pessoa il problema dell’autore non è semplicemente biografico o nominale. Pessoa crea autori che sono veri e propri mondi, per questo si differenzia fortemente dalla pseudonimia, in cui la questione mi sembra puramente nominale. Gli eteronimi di Pessoa non solo hanno biografia, ma vengono descritti con dovizia di particolari al livello fisico e psicologico. Essi inventano delle correnti letterarie e sono posti in relazione tra loro secondo rapporti di maestro e allievo. Pessoa dice perfino di vederli con vividezza davanti a sé. Si tratta praticamente di personaggi letterari che producono a loro volta letteratura (per questo si tratta di letteratura ‘al quadrato’). Il caso del manoscritto ritrovato è invece un modo per allontanare da sé l’opera, ma non mi pare abbastanza ‘metaletterario’ rispetto al caso di Pessoa: la creazione dell’autore qui non fa letteratura, ma è semplicemente un pretesto.

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  3. Grazie della risposta. Sì l’espediente narrativo del manoscritto ritrovato è solo, appunto, un espediente mentre l’eteronimo, se si vuole, è l’evoluzione elevata a 1000 di questo espediente che, da solo, allontana l’autore (anche dalle sue proprie responsabilità: non sono io che ho scritto il libro che state leggendo, e qui si ferma: è una specie di disclaimer) mentre l’eteronimo ne inventa proprio un altro con vita, morte e miracoli. Anche letterari. Di Pessoa, sto – lentamente – leggendo “Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares” (Ed. Feltrinelli) certe affermazioni come quelle dello scritto n°41 in cui dice di vedere le persone che lo circondano come simboli di un alfabeto e altre affermazioni in altri punti, mi han fatto pensare a quei concetti delle religioni orientali e, se non sbaglio del buddismo, che indicano la realtà che percepiamo come solo mera apparenza, velata (il velo di Maya dice qualcosa?); si sa che Pessoa s’interessò molto di occultismo, sarebbe interessante vedere e sapere se s’interessò anche ai concetti di quelle religioni (lo ritengo probabile, vista la cultura di Pessoa). Grazie ancora.

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