Nero chiaro quasi bianco: il colore delle bugie.

Nero chiaro quasi bianco, Pippo Zarrella.
(NEO, 2021)

Il romanzo di Pippo Zarrella si presenta come una dark comedy macabra e promettente. Il protagonista è Oreste Ferrajoli, un avvocato corrotto con un giro ben avviato di truffe assicurative ai danni del Comune di Napoli e una strana passione per gli insetti. La sua vita è basata su una fitta rete di bugie, come racconta lui stesso già nelle primissime pagine; gli unici depositari della verità sono proprio gli insetti che compongono la sua collezione. Anche Marisa, la moglie, sembra non conoscere sul serio chi sia suo marito: i due sono legati da una serie di reciproci interessi, e condividono «nessun figlio e un letto matrimoniale». Così, Oreste passa le sue giornate tra il tribunale e i locali chic di Napoli, dove si può comprare di tutto, anche dell’ottima compagnia, fino a quando un incontro fortuito non gli offrirà l’occasione di imbarcarsi in un business ancora più redditizio di quello già avviato.

Fin dall’inizio, sappiamo che non andrà a finire bene per il protagonista. Il libro si apre infatti con l’epilogo: Oreste è in trappola, imprigionato in una metaforica «teca di vetro», proprio come uno dei suoi coleotteri. Le menzogne su cui ha basato la sua fortuna sono state svelate, e lui non può fare altro che cancellare le tracce e fumarsi un’ultima sigaretta.

In questa prima pagina e mezzo ci sono tutti gli ingredienti giusti per creare un personaggio interessante, anche se non particolarmente originale, e all’inizio si viene effettivamente rapiti dalla scrittura vivace di Zarrella. Tuttavia andando avanti nella narrazione la trama procede in maniera abbastanza prevedibile e senza grossi colpi di scena, fatta eccezione per la rivelazione finale che però arriva in maniera troppo improvvisa, tanto da risultare affrettata e deludente.

Le parti più vivaci e coinvolgenti del libro sono quelle dedicate ai dialoghi tra il protagonista e Gennaro, il suo amico d’infanzia, in cui  viene fuori la capacità dello scrittore di costruire personaggi vividi e reali. Tuttavia, proprio questi personaggi ben caratterizzati finiscono per essere relegati ai margini della vicenda. Diventano così delle macchiette, delle figure bidimensionali e funzionali alla trama.

Un  punto di forza di Nero chiaro quasi bianco sono le atmosfere macabre e inquietanti. La vena oscura del libro viene fuori in un capitolo in particolare, ovvero quello in cui si descrive il ritrovamento di un cadavere nel bel mezzo di un mercato rionale. In quelle pochissime pagine viene fuori tutta la contraddizione della città di Napoli, un luogo violento e pieno di indifferenza, in cui  «i morti sono più onorati dei vivi», ma dove il corpo di un immigrato può giacere per una giornata intera dentro un sacco dell’immondizia senza che nessuno batta ciglio, tra i  parcheggiatori abusivi e le prostitute.

C’è poi la fissazione di Oreste per gli insetti, un elemento che avrebbe potuto rendere più accattivante il romanzo, e che invece non viene approfondito abbastanza.  L’autore infatti sceglie di dar voce al conflitto interiore del protagonista tramite degli occasionali dialoghi con mosche, mantidi religiose e stercorari; queste “allucinazioni” diventano l’espediente per mostrare al lettore il deteriorarsi della condizione psicologica di Oreste. Gli insetti sono la sua coscienza, pronunciano ad alta voce le cose che lui non vuole sentire o non ha il coraggio di sopportare. L’evoluzione interiore del personaggio è infatti spesso accompagnata da similitudini del mondo animale, che però sono spesso scontate e poco originali («anche evolversi, ha i suoi rischi; c’è quel breve periodo in cui si è nudi, vulnerabili, dove non si può fare altro che incrociare le dita e sperare di non essere colpiti in questo mondo di cicale, dove gli inverni non esistono e le formiche sono destinate non ad accumulare, ma a fallire in partenza»).

Lo stile è piacevole e non mancano pagine che fanno sorridere, ma la lettura è guastata da qualche cliché di troppo che si sarebbe potuto evitare («il silenzio irreale», «la bellezza educata e disarmante», la luce led della TV spenta che è come «una luce in fondo al tunnel»). Il finale riprende l’epilogo riportato in apertura, senza grandi sorprese, tanto che alla fine del romanzo si ha l’impressione di aver letto una bozza di qualcosa che poteva essere più interessante.

Nero chiaro quasi bianco è un libro che mette in luce le qualità di Zarrella come scrittore, un autore che ha probabilmente solo bisogno di lavorare un po’ di più sulle sfumature giuste.

 

Francesca Rossi

 

 

 

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