Una negazione non basta. Il punto su “Contro l’impegno”

Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura, Walter Siti
(Rizzoli, 2021)

Uscita da poco più di un mese, l’ultima raccolta di saggi di Walter Siti ha avuto un prevedibile effetto divisorio all’interno della comunità letteraria italiana. Dal titolo già largamente esaustivo, Contro l’impegno è formato da dieci contributi (ma potrebbe essere visto anche come un discorso unico, diviso in atti, intermezzi e corollari, a metà tra un’opera lirica e un teorema) apparsi qua e là tra il 2018 e il 2021. Ogni capitolo concorre alla dimostrazione della tesi formulata da Siti, riassumibile in tre punti:

1. Il «neoimpegno» è una scorciatoia che svia dalla complessità della realtà che pretende di rappresentare;
2. La letteratura contemporanea sembra non essere più in grado di ragionare in termini di complessità e costruzione formale, preferendo invece l’orizzontalità e la comunicazione efficace;
3. In definitiva, il medium letterario ha abdicato alla sua funzione conoscitiva per assumere quella consuntiva.

Ogni singolo saggio ha la funzione di un «carotaggio», che durante le attività geologiche e minerarie serve a prelevare dei campioni di roccia per analizzarli – ed, eventualmente, avere la conferma che sotto i propri piedi si nascondono risorse minerarie o petrolifere. Allo stesso modo, Siti è mosso dall’intuizione che «la letteratura (a cui ho dedicato la vita) [sia] impigliata in un ingranaggio che non si può fermare, simile al motore che strozzò attraverso una sciarpa di seta la povera Isadora Duncan», e si mette a sviscerare alcuni fenomeni per vedere se la sua suggestione possa venire confermata: sono decine i testi che Siti menziona, costruendone lodi e biasimi; gli ospiti clou dei suoi discorsi sono Roberto Saviano, Michela Murgia e Gianrico Carofiglio.

La preposizione “contro”, del titolo, dichiara la postura dell’autore. Siti si muove alla ricerca di tre sostanze fondamentali per la sua idea di letteratura impegnata: «l’ambiguità, lo spessore, la polisemia»; l’indagine di Contro l’impegno non ha tanto il senso di opposizione – sto pensando all’elegia disfattista dell’ultimo Ferroni, vedi Scritture a perdere. La letteratura degli anni zero, per il quale la letteratura ha perso irreparabilmente la sua maiuscola senza possibilità di tornare ai lontani fasti –; il pensiero di Siti, dicevo, non è tanto di opposizione, quanto di decostruzione, di descrizione critica che parte da una sensazione personale. La letteratura, oggi, è così preoccupata di servire efficacemente a qualcosa e piacere a tutti da aver annullato in se stessa il senso di profondità, di struttura articolata e di stile formale.

Siti si intristisce quando si trova davanti a un testo letterario che sa già dove vuole andare a parare, che rispecchia esattamente l’orizzonte di aspettative etiche e ideologiche di chi lo prende in mano. Che fa del «populismo buono» a stagliarsi contro quello «cattivo» o, peggio, che ha l’intento di riparare a un torto o influire su chi legge. Diffida del testo che sposa il Bene o il Male senza sapere (o facendo finta di non sapere) che la letteratura si deve muovere, oscillando e vorticando, tra questi due monoliti, stuzzicandoli e sfumandone la linea di separazione. Diventa chiaro, quindi, come Contro l’impegno nasca dall’esperienza di Siti da lettore genuino e curioso, per poi concretizzarsi attraverso la penna del Siti critico letterario.

Per questo ritengo, per esempio, che l’osservazione fatta da Francesco Pacifico sulle pagine di Domani del 14 maggio sia in gran parte fuori strada. Di Contro l’impegno si è parlato molto, nell’ultimo mese e mezzo, e c’è stato un dibattito-nel-dibattito spalmato su vari numeri del nuovo quotidiano diretto da Stefano Feltri. Nel suo intervento (dal titolo Non fidatevi dell’invettiva contro gli scrittori impegnati), Pacifico solleva un dubbio – di cui, comunque, è piuttosto sicuro: che Walter Siti stia facendo l’autore, giocando al suo solito con la credibilità che gode verso il lettore? Per Pacifico, Contro l’impegno «è un romanzo col narratore inattendibile», in cui nulla è liquidato; in realtà, a Siti piace moltissimo la materia che smonta, e la posizione del «custode di rovine» (espressione di W. S.) è invece una montatura narrativa che Siti utilizza per confondere le acque tra gli schieramenti pro e contro il neoimpegno.

La provocazione – in quanto credo che possa essere presa solo come tale – di Pacifico è divertente ma poco credibile: almeno conoscendo l’attività intellettuale di Siti, che già pensava a certi ragionamenti poi confluiti in Contro l’impegno qualche anno fa. Che poi Siti non liquidi nulla dei fenomeni che analizza è vero: l’autore non opera un anatema nei confronti della letteratura neoimpegnata, ma descrive i limiti impliciti alla postura mentale che porta a produrla. Anzi, riprendendo le parole di Claudio Giunta, Siti dimostra una certa dose di indulgenza e bonarietà, da cui solitamente si tiene ben lontano quando invece si tratta di scrivere romanzi. Questo perché, per primo, egli stesso riconosce che la posizione di critico e pensatore da cui scrive, seppur affinata il più possibile dalla razionalità, poggia inevitabilmente su fondamenta umane personalissime – e quindi, con buona pace di Pacifico, autenticamente sentite:

«Un lontano e insanabile senso di non appartenza mi induce a una neutra e quasi compiaciuta contemplazione del disastro: sono sempre scettico nei confronti di chi agisce, costruisce, lotta, pur riconoscendolo migliore di me. Uso il fastidio della retorica come pretesto del mio disfattismo; so di essere vissuto in una bolla che mi ha preservato dalle ferite ma anche da una calda partecipazione alle emozioni comuni; mi sono riparato tra romanzi drammi e poesie senza illudermi che fossero il mondo (anzi, proprio perché non erano il mondo.»

In questo modo, lo scopo di Contro l’impegno non è tracciare un confine tra neoimpegno vero e finto, tra letteratura con e senza maiuscola, o dare risposte certe, ma «discuterne un poco, magari sì»; per quanto Siti creda fino in fondo a quello che dice, la mattonella da cui parla è molto meno stabile di quanto possa apparire a una prima lettura: è quella di un autore appartenente a due generazioni fa, che ha fatto di una precisa idea di letteratura la sua marca autoriale e narrativa, e che si sente «obsoleto con la mia fiducia nella letteratura solo scritta» e accerchiato da chi invece è vive nel mondo dopo «mutazione genetica che sta proprio cambiando il rapporto con le parole», che per Siti è la causa della comparsa del neoimpegno.

Anche Jonathan Bazzi, sempre su Domani e una settimana prima del pezzo di Pacifico, evidenzia la tara implicita nella formulazione di Contro l’impegno, che è l’irrimediabile soggettività propria di una qualsiasi enunciazione linguistica: «una mossa che risulta piuttosto problematica del ragionamento di Contro l’impegno è il fatto che Siti fornisce la sua definizione di letteratura», rischiando di diventare normativo e «purista». A queste parole va aggiunto, e tenerlo a mente è a mio avviso fondamentale, il fatto che, insieme alla sua definizione di letteratura, Siti fornisca anche quella di impegno: l’arte impegnata

«non può esimersi dalla resposabilità del bene e del male che provoca, non può godere di alcun salvacondotto – si tratta di capire quale bene e quale male, a che profondità e mirando a che cosa. […] È ambivalente, dà ragione a chi ha torto e torto a chi ha ragione.»

Che non si tratta semplicemente, come rimprovera Bazzi, di dover sempre «parlare del male, punto», ma di fare la guerra (assecondando una specie di ossessione verso il pensiero critico e complesso) contro l’annichilente difficoltà di  verbalizzare la realtà in tutte le sue contraddizioni, le sue voragini e gli angoli torbidi che accampiamo ai bordi, nei punti ciechi della nostra vista proiettata maniacalmente in avanti fino all’abbaglio. E se per Bazzi questa presa di posizione non tiene conto della fisionomia del nostro tempo in quanto «oggi il male l’abbiamo sotto gli occhi di continuo attraverso i social, che sono (anche) il luogo del male gratuito», è invece proprio per questo motivo che la letteratura non può esimersi dall’affrontarlo nel campo di quest’ultima, smettendola di nascondere il mondo intero dietro a un dito mentre crede di impegnarsi in quello che, riprendendo e rovesciando un tweet di Claudia Durastanti, è un risultato inconsistente e perciò altamente conservatore (e fintamente moralista).

In Contro l’impegno trapela un’immagine di letteratura resa inoffensiva dalla sua stessa ansia di dover rincorrere altri medium e modi comunicativi che ne stanno divorando (ma è davvero così?) l’efficacia espressiva, lo spazio vitale e il tempo di consultazione; un’arte che Carlo Mazza Galanti, nella recensione apparsa su Il Tascabile, risente di una «cultura umanistica declinante [che] si piega agli imperativi populisti dei nuovi media di massa (demagogia, polarizzazioni, grossolanità)». Aggiungerei, inoltre, che la forma romanzo stessa, almeno quella mainstream, risulta disinnescata e appiattita da logiche di mercato e consumo ipertrofiche e claustrofobiche: non abbiamo alcuna garanzia, infatti, che, qualora esistessero (ed esistono) romanzi impegnati secondo l’auspicio di Siti, questi riescano ad avere lo stesso risalto che godono i libri criticati nel pamphlet.

Certo, l’immagine dell’autore-titano, ultimo guardiano di una certa idea di letteratura ormai disertata e anacronistica risulta più evocativa che fattuale: Siti rimane il più importante autore italiano, personalità in grado di dettare dibattiti e discussioni, nonché nome di spicco di una nota scuola di scrittura (a proposito di logiche di mercato). Ma Contro l’impegno, insieme agli interventi collaterali, lascia alla luce del sole tanto su cui riflettere e soffermarsi – ed è anche una preziosissima occasione di autoanalisi, perché no.

Michele Maestroni

2 Comments

  1. Il libro sembra molto interessante e proverò a leggerlo quanto prima. Non avendolo ancora letto, appunto, non so se ne ho capito esattamente l’intento, ma quel che scrivi in questo articolo mi fa venire in mente la sensazione di delusione che provo ogni qual volta mi trovo davanti le incrollabili certezze dei nostri autori contemporanei. Non li vedo mai mettersi e mettere in dubbio le cose, non li sento mai cambiare idea. E non era proprio questo lo scopo di quel che chiamiamo Letteratura (io la L maiuscola ce la metto ancora)? Discutere più che asserire?

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